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L’eterno ritorno dell’uguale

Fra i pochi punti fermi di questa tormentata stagione politica c’è senz’altro la certezza che la riforma elettorale non si farà. È bastato che Massimo D’Alema proponesse il “modello tedesco”, e subito mezzo Pd, a cominciare dal capogruppo alla Camera e dal presidente del partito, s’è schierato per il “modello francese” (i più sciocchi persino per il “modello inglese”). Il segretario, ecumenicamente, ha invitato il Pd a “non impiccarsi” a nessuna formula: forse perché per impiccarsi bisogna pur sempre avere una testa.

Un partito senza testa difficilmente può farsi promotore di un governo di transizione, di una nuova stagione di alleanze, e addirittura di una legislatura costituente. Il vasto programma di Bersani rischia dunque di dissolversi come rugiada al sole, perché ne mancano i prerequisiti: la chiarezza delle posizioni e l’autorevolezza dell’interlocuzione.

Il sistema tedesco – proporzionale con sbarramento al 5% – sarebbe una buona soluzione. Magari con qualche postilla “italiana” – l’obbligo di dichiarare le alleanze prima del voto, lo scioglimento automatico in caso di “ribaltone” – per arginare le nostre amatissime tentazioni trasformistiche. Con buona pace dei “dogmatici” del bipolarismo (come Repubblica ha bollato ieri Veltroni e i suoi amici), siamo un paese multipolare e policentrico, e nessuna alchimia istituzionale potrà mai sostituire la fatica della politica e l’arte del compromesso.

In fondo, proprio su questo è entrata in crisi la legislatura. Il Pdl “partito unico del centrodestra” è ritornato Forza Italia, mentre Fini e Rutelli e Casini occupano stabilmente un centro ormai di tutto rispetto, con il quale Berlusconi dovrà prima o poi fare i conti; la Lega, come sempre, gioca per sé. A sinistra, il Pd “autosufficiente” e “a vocazione maggioritaria” si è ritrovato vaso di coccio, stretto fra Di Pietro e Vendola, che insieme quasi valgono i suoi voti.

Ma nel Pd, come abbiamo visto, questa riflessione, ancorché banale, non è condivisa. Le regole non sono infatti concepite come strumenti necessari al miglior funzionamento della realtà, ma come leva per il suo cambiamento. Il dogma del movimento referendario di Segni, ereditato dagli “ulivisti” di ieri e di oggi, parla chiaro: bisogna fare anche in Italia un bipolarismo di stampo anglosassone, perché soltanto in questo modo sarà possibile stradicare finalmente il sistema dei partiti, fonte di ogni corruzione civile e morale.

Berlusconi e gli “ulivisti” la pensano su questo punto allo stesso modo. Il successo che riscuotono affonda le sue radici nel qualunquismo dell’opinione pubblica, che ha sempre applaudito i retori dell’anti-partitocrazia, da Depretis a Mussolini, da Giannini a Segni, da Berlusconi a Veltroni. Il paradosso è che nella nostra Seconda repubblica non sono gli outsider, ma i due principali partiti di governo e di opposizione ad alimentare il fuoco qualunquista, dal quale traggono il consenso e, persino, la legittimazione.

La riforma elettorale, dunque, non si farà. Si faranno invece, con ogni probabilità, le elezioni in primavera. Con Berlusconi da una parte e l’alleanza (democratica) degli antiberlusconiani dall’altra. Proporrei che a guidarla, coerentemente col programma di rinnovamento intrapreso dal Pd, si chiamasse Prodi. Avremmo così la certezza che il Gattopardo aveva torto: per non cambiare niente, in Italia, è meglio non cambiare niente.

7 commenti a “L’eterno ritorno dell’uguale”

  1. Massimo Marini scrive:

    Ma i riformissimi estensori di questo articolo sanno che il PD ha già una posizione ufficiale in merito alla Legge elettorale, approvata dall’Assemblea di maggio? http://massimomarini.blogspot.com/2010/08/il-pd-ha-gia-il-suo-sistema-elettorale.html

  2. [...] l’articolo integrale: L’eterno ritorno dell’uguale Post correlati31 agosto 2010 — L’eterno ritorno dell’uguale (0)Fra i pochi punti fermi di [...]

  3. FR scrive:

    “posizione ufficiale approvata all’Assemblea di maggio” – ora mi sento più tranquillo

  4. Peppe scrive:

    Ma secondo voi il problema è legato al sistema elettorale con formule che sembrano più delle ricette da cucina (manca la genovese con lo sbarramento al 4% del pesto)?
    Servono magari per il calcolo delle probabilità della vittoria.
    Governare è altra cosa.
    Ci vuole il senso di responabilità che manca in questo Paese.
    E questo non si risolve con una formula utile per una solo campagna elettorale.

  5. Guido Amadini scrive:

    Fondamentalmente, come spesso accade, sono d’accordo con te.
    Che stia diventando Dalemiano?
    Oltre a quanto sopra suggerito, andrebbe però introdotto il cancellierato, concedendo qualche potere in più al presidente del consiglio, almeno nei riguardi del suo esecutivo.

  6. francesco riccio scrive:

    Bravo F.R.,”nei secoli fedeli”…..alla logica ed all’uso(ogni tanto,per me)del buon senso,in poche parole al” vituperato dalemismo…”

  7. alelanz scrive:

    Ma voi lo sapete che l’assemblea regionale del Pd è di QUATTROCENTO membri? mammamia! e poi si lamentano che perdono….

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