Viva la gnocca!

Non esistono “le” donne, così come non esistono “gli” operai o “i” giovani: continuare a pensarlo è un segno dell’arretratezza culturale del nostro paese. Ci sono tante singole donne, così come ci sono tanti singoli uomini, e ognuna ha una storia, una personalità, e un cervello. La specificità femminile è di genere (le donne partoriscono, gli uomini fecondano), non sociale o culturale o politica. Socialmente, culturalmente, politicamente ogni donna (come ogni uomo) è un individuo a sé. Per questo le “quote rosa” sono una sciocchezza, oltreché una violazione palese del principio di uguaglianza dei cittadini “senza distinzione di sesso” (art. 3 Cost.). E per questo è assurdo parlare di “politica delle donne” o di “cultura delle donne”.

Gustave Courbet, L'origine du monde (1866)

Ci sono donne che considerano la pornografia un’offesa alle donne, e ci sono donne che interpretano liberamente film pornografici. Ci sono donne che pensano che ricevere un complimento per un décolleté sia la premessa dello stupro, e ci sono donne che indossano la minigonna per il piacere di essere ammirate. Ci sono donne che considerano stupide e vittime degli uomini le donne che si svestono in televisione, e ci sono donne convinte di sfruttare al meglio la stupidità degli uomini svestendosi in televisione. Ci sono donne che si vestono come capita, e altre che dedicano ore alla scelta dell’abbigliamento. Ci sono donne che fanno carriera perché sono brave e altre che fanno carriera perché la danno e altre ancora, completamente stupide, che arrivano in Parlamento grazie alle “quote rosa”. Ci sono donne che considerano l’emancipazione un dovere, e altre felici di accudire alla propria casa, al proprio marito e ai propri figli.

Si potrebbe continuare per ore. Ciò che il pensiero femminista più arcaico, qui rappresentato da Sabina Ambrogi, finge colpevolmente di non capire, è che in una società libera di cittadine e di cittadini maggiorenni nessuno può imporre a nessun altro un comportamento, un’ideologia, uno stile di vita. Pensare che le donne che si spogliano, fanno le veline, la danno per fare carriera, posano per la pubblicità di un’automobile o semplicemente indossano un abito provocante perché amano provocare gli uomini – pensare che tutte queste donne siano le vittime impotenti di una società maschilista significa pensare, né più né meno, che le donne sono inferiori.

In una società libera, non esiste nessuna “questione femminile”. Esistono leggi che garantiscono il rispetto dell’uguaglianza di tutti i cittadini “senza distinzione di sesso”, e altre che puniscono i reati contro la persona. Non serve altro.

Richiedere fra i requisiti per l’assunzione come barista la “bella presenza”, come è accaduto in Veneto suscitando una ridicola indignazione generale, non offende affatto le donne, ma semmai ne premia una qualità. Soltanto chi crede, forse per un fastidioso retaggio cattolico, che la bellezza non sia una virtù, ma l’anticamera del vizio, può insospettirsi e gridare allo scandalo. Ammirare un décolleté, come ha fatto Bruno Vespa alla finale del Campiello, è una galanteria che andrebbe riconosciuta come tale, in un’epoca maleducata e cafona. Perché mai l’intelligenza dovrebbe essere una qualità e la bellezza no? Non ci piacciono forse le cose belle, non ci piace forse la bellezza?

Non sarà un caso se tutta l’iconografia religiosa del mondo, dalla Venere di Milo ai film su Gesù, dipinge belle donne: la pubblicità, in questo come in altri casi, non fa che accodarsi a venticinque secoli di arte occidentale. Le femministe arcaiche a questo punto protestano: belle sì, ma sceme. E chi l’ha detto? E soprattutto: che significa “intelligente”? chi stabilisce i parametri, chi presiede la commissione d’esame? I Greci, che dell’intelligenza avevano un’idea molto meno schematica delle nostre femministe arcaiche, la consideravano equivalente alla virtù e alla bellezza. La stupidità, tutt’al più, è in chi giudica.