Bush non aveva torto e gli Usa non hanno perso
Era un giorno come un altro quell’11 settembre. Ordinario ed anonimo fino alle 15 del pomeriggio. Dopo è accaduto l’inimmaginabile. Quel giorno è diventato speciale per ognuno di noi. E con la sensazione di stare sulla scena di un evento che sarebbe diventato storia. Proviamo un esercizio: cosa avete pensato dinanzi a quelle scene? E, dopo 9 anni, quello che avevate pensato si è rivelato corretto? Nel mio caso, lo dico subito, no: quello che pensavo e temevo non si è realizzato. Ed è questo che mi induce a scrivere questa nota. Essa, credo, irriterà alcuni e sorprenderà altri. Indurrà all’invettiva altri ancora. Io vorrei, infatti, argomentare un pensiero che immagino controcorrente ma, a mio avviso, fondato: i terroristi hanno perso e la risposta americana non è stata un fallimento.
Passo indietro: cosa ho pensato io in quel pomeriggio e perché si è rivelato un errore. Ho temuto l’escalation. Ho temuto una guerra e ho temuto che l’avremmo persa. Chi? L’Occidente. Che non è un vago riferimento geografico: è un mondo reale di paesi retti da un reticolo istituzionale democratico e parlamentare; è un insieme di culture che girano intorno a dei topoi dal segno comune: liberale, personalistico, razionalistico. E’ una geografia in cui predominano, con tutte le contraddizioni e le storture, dei valori rivendicati: la tolleranza, la convivenza, il ripudio del fanatismo. E anche, non me ne vergogno, un certo standard di benessere e conquiste sociali. Che va bene anche a quelli di voi che, in pubblico ed ipocritamente, se ne lamentano. Uno standard di vita che, lo dico io prima che me lo rinfacciate voi, è dovuto anche al petrolio che importiamo dagli arabi. E lo cito perché, come vedremo, c’è un perché.
Allora io ho pensato che questo mondo sarebbe stato travolto. Che altri attentati, ancora più gravi, sarebbero seguiti. Che una violenza cosmica e apocalittica avrebbe messo in ginocchio il mondo dove sono nato e dove vivo. Ho pensato: sono più forti di noi! I terroristi erano, ai miei occhi, un esercito di tipo nuovo: pronto a tutto. E dotato di un vantaggio asimmetrico su noi: combattevano con armi non convenzionali. Non quelle di distruzione di massa (anche se, in quel momento, chi poteva escluderlo?). Piuttosto quelle dell’attacco suicida contro cui è inutile pensare di ergere difese inespugnabili. E poi quel Bush, il capo della potenza che avrebbe dovuto difenderci, non mi comunicava sicurezza. Sembrava un povero cow boy avvinazzato portato da bigotti provinciali dell’America interna e profonda sulla plancia di comando della superpotenza. A guardarlo e a sentirlo non c’era dubbio: avremmo perso.
La storia successiva all’attacco non mette conto raccontarla. Sarebbe lungo. Ognuno ha avuto le sue opinioni sulla guerra di Bush e Blair: sulla scelta di non limitarsi al first strike; sulla decisione di stanare Saddam; sulla bufala delle armi di distruzione di massa; sulla guerra civile sanguinosa scatenata tra sciiti e sunniti; sul numero spaventoso di morti americani e iracheni; sulla paura della fine dell’accesso al petrolio ecc. ecc. Non vorrei dimenticare nulla dei numerosi capi d’accusa mossi alle scelte di Bush e Blair. Personalmente non le ho condivise. Perlomeno non tutte. Anch’io ho pensato che, forse, gli Usa stavano sbagliando e che si sarebbero infilati in un altro Vietnam. E rodevo immaginando i fanatici, in questa parte del mondo, che per antipatia radicata verso tutto ciò che è americano avrebbero sognato un barbuto mullah nei panni di Ho Chi Min. Personalmente sono stato, senza se e senza ma, dalla parte del povero cow boy texano ma… il dubbio c’era.
Io oggi dico: attenzione a dire che Bush e Blair hanno avuto torto. Per me no. Anzi, tra parentesi, mi confermo in una mia personale convinzione: il problema della sinistra in Europa nasce dal fatto che dopo un Blair non ne sia comparso un secondo da nessuna parte. Non sobbalzate e proviamo a ragionare. Qual è il bilancio della guerra al terrorismo di Bush e Blair? Su un piatto della bilancia c’è un numero intollerabile di vittime: americani, inglesi, italiani, europei e civili arabi innocenti. Niente può attenuare il massacro della guerra che è seguita alle Torri gemelle. E ancora: la tesi dell’esportazione della democrazia con le armi si è rivelata costosa e fragile.
E però c’è un altro piatto della bilancia. Che io, personalmente, non ritengo giusto, morale ed oggettivo dimenticare o evitare di discutere. E su questo io metto la sconfitta politica, militare e strategica del terrorismo e del suo braccio politico: i regimi fondamentalisti. Attenzione! La contabilità dei morti è odiosa. E tuttavia qualcuno deve avere il coraggio di dirlo: se quello che io affermo – la sconfitta politica, militare e strategica del terrorismo – è vero o verosimile, quante sarebbero state le vittime del nuovo terrorismo?
La vera domanda da fare è: ma sei sicuro di quello che dici? E’ proprio vero che il terrorismo ha perso? Capiamoci: sarebbe sciocco dire che costoro non ci proveranno più. O che non esiste più il pericolo di nuovi attentati. Ma sarebbero altra cosa: colpi di coda. Militarmente e strategicamente Al Quaeda ha perso. La sua capacità militare, logistica, finanziaria, tecnologica è, quasi, nullificata. Il suo network è confinato in cellule e tane scollegate. L’Internazionale spaventosa del crimine di massa descritta nei libri e negli articoli del 2001 è ridotta a un gruppo di ricercati asserragliati su qualche montagna del Pakistan. Non costituiscono più la minaccia soverchiante come era nel 2001.
Ma questo è il meno. Il terrorismo ha perso strategicamente. Il disegno era quello di travolgere i regimi arabi moderati, di piegare il mondo sviluppato prosciugando il canale più sensible dell’economia mondiale: quello energetico; di cancellare Israele e di instaurare un nucleo potente di Stati amici (Iraq, Pakistan e Afganistan in primis) come una sorta di braccio politico-statale teso all’egemonia sul tutta la geografia dell’islamismo. Questa strategia non esiste più. Ha perso le basi materiali. Niente di essa si è realizzato.
L’Iraq, con immensi problemi, è oggi uno stato politicamente fragile e diviso ma che si regge. Dove la gente vota. E dove i macellai di Al Quaeda fanno solo vittime arabe civili facendo esplodere bombe nei mercati (mostrando così al mondo qual è la capacità militare di Bin Laden oggi). L’Afganistan sarà pure un regime corrotto e tribale ma i misogini studenti talebani, checché se ne pensi, non sono destinati a tornare. Il petrolio è lì che scorre. I regimi arabi moderati vanno, persino, frenati nella opposizione militare ai terroristi. E infine Israele è lì. Qualcuno dirà: e l’Iran? E’ rimasto il vero pericolo. Ma gli ayatollah sciiti, è noto, erano amici solo all’apparenza della sunnita Al Quaeda. L’Iran più che un supporter era un competitor dei terroristi di Osama.
Lo ripeto. Questo è un piatto della bilancia. Sull’altro ci sono i morti e le distruzioni della guerra dell’Occidente al terrorismo. Io però penso non sia giusto, etico e oggettivo dimenticare uno dei due piatti della bilancia. E l’altro, lo ripeto, avrebbe significato, se l’esito fosse stato diverso, più morti e più distruzioni. E conseguenze politiche e strategiche che avrebbero travolto il mondo che conosciamo e cambiato in peggio la nostra vita.


ah ah parla il pensionato dello stato con 20 anni di servizio.
veramente sono in servizio e soddisfatto, tu fai attenzione con le intemperanze ai ceck-in, diranno che rubi il lavoro all’estero e ti lamenti pure.