Elogio del coturno
Fuggendo la pioggia di Zeus
Sul fondo intoniamo
Sott’acqua un’aria di danza
Screziata di bolle che scoppiano
Aristofane, Le Rane, vv. 246- 250 (trad. D. Del Corno)
Cantano le Rane di Aristofane nella palude stigia che Dioniso, dio del teatro, sta attraversando per andare nell’oltretomba.
Viaggio pericoloso quello che ha intrapreso, “turismo estremo” diremmo oggi. E nessuna agenzia che lo organizzi: meta assolutamente sconsigliata, molti i modi per arrivarci, impossibile il ritorno.
E come ogni turista fai-da-te, Dioniso si è organizzato secondo le tre rituali domande: come ci arrivo, cosa mi metto, cosa compro lì. Ecco, su cosa riportarsi da lì le idee ce l’ha ben chiare, anzi parte proprio per quello: vuole ricondurre ad Atene il poeta tragico Euripide che è appena morto.
Per le altre informazioni, come ogni turista coscienzioso, chiede a chi c’è già stato. Non molti in verità, perché quasi tutti sono rimasti lì. C’è comunque Eracle, uno dei pochi andati e tornati e che, gasato dall’esperienza “unica”, si prodiga in consigli; non da ultimo su b&b e trattorie, e anche queste non sono informazioni di poco conto, perché il turista, si sa, le prime cose che rimpiange in viaggio sono il proprio letto e la cucina di casa sua.
Parte allora Dioniso, dio della maschera, dopo aver indossato un bel completino modello Eracle, cioè clava e pelle di leone, come il precedente viaggiatore. Lo accompagna il servo Xantia, che porta i bagagli. Leggeri, come da manuale, altrimenti al ritorno si rischia il sovrappeso a causa dei souvenir dell’aldilà.
Partono i due incontro all’avventura; mille gli equivoci, tante le minacce e ad ogni rischio di Dioniso il povero servo è costretto al ruolo di aiutante: indossato il travestimento del suo padrone, agita la clava per evitargli le botte.
E finalmente giungono lì dove sono i poeti: e nel turista Dioniso subentra il panico da acquisto, la voglia compulsiva. Perché i tragici nell’oltretomba sono tre. Scartato Sofocle, che con quella bella faccia da sfinge olimpica non si capisce mai cosa dica, è meglio un bel modello vintage di buona stoffa pesante o l’ultima moda nude look, che, vedo-non-vedo, scopre e non copre le vergogne umane? Insomma meglio Eschilo o Euripide? Si contratta, si tasta, si pesa (sempre per la questione del bagaglio) e alla fine, ma proprio alla fine, via ad Atene con Eschilo.
Perché, si sa, il classico è una scelta sicura, va sempre (pensava Dioniso, ma quanto si sbagliava!)
Tutto a posto?
Per niente: non c’è nulla al suo posto in questa commedia perché ogni cosa va velocissimamente al posto di un’altra, è il trionfo del travestimento, del camuffamento.
Come i personaggi politici che nella commedia sono irrisi:
Alcibiade, per esempio, che per evitare un processo ha brigato con Sparta e con la Persia, nemici della sua città. E non è certo il caso di ricordagli gli insegnamenti di Socrate che da lì a qualche anno dirà: evitare un processo? Mai… con quel che gliene incorse! Pazienza se proprio il comportamento dello sciagurato allievo peserà sulla condanna del suo maestro: è roba del futuro.
O Teramene, che passa da uno schieramento all’altro e si conquista il soprannome di coturno, il calzare degli attori, adatto sia al piede destro che al sinistro; e farà infine la sua bella figura di statista moderato, salvo poi a rimetterci le penne.
Aristofane di Alcibiade dice che la città lo ama, ma lo odia, ma desidera averlo.
Di Teramene, invece, che è proprio dell’uomo navigato scivolare nell’angolo più morbido, e non stare fisso come un bel quadro.
Elogio del trasformismo? Del tradimento? Dell’ambiguità?
Elogio delle rane, creature anfibie che dal fango cantano l’inno più bello.
Pomfolygopaflásmasin è il lunghissimo termine coniato da Aristofane che da solo occupa l’intero v.250, preziosa onomatopea che ripete la fragilità e la leggerezza della poesia.
Flebile, però, è la voce delle rane, come quella degli Ateniesi che affogano in quell’anno 405 sopraffatti da una gravissima crisi economica, nell’immobilismo dei partiti impegnati in faide di potere.
Si occupavano di politica, quelli, mica di economia, che, si sa, è termine composto da nomos, regola, e oikos, casa.
Ecco casa: questo sì che è un argomento che impegna tanto la politica di oggi!


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