I cattolici? Meglio scomodi che irrilevanti
I cattolici in politica battano un colpo. Pronto, chi parla? Forse il fascinoso Pierferdinando Calta-Casini, impegnato nell’assestare le fondamenta del prossimo Partito della Nazione? O la morigerata Rosy Bindi, che un giorno prospetta fanta-alleanze con la dissidenza finiana e il giorno appresso è costretta a mordersi la lingua in nome della (dis)unità della sinistra? O infine qualche ateo-devoto, che ha fatto della crociata papista il cavallo di battaglia per la futura “Magna Charta Libertatum” italiota. Errore blu.
Il richiamo viene dall’alto, cioè dall’Alto. Attacca Papa Benedetto XVI: “Il mondo necessita di una nuova generazione di laici cristiani impegnati”. Prosegue il presidente della Cei card. Angelo Bagnasco: “Icattolici si buttino nell’agone e investano il loro patrimonio di credibilità per rendere più credibile tutta la politica”. Rincara il patriarca di Venezia card. Angelo Scola nel suo recente saggio Buone ragioni per la vita in comune (Mondadori, pagine 108, euro 17,50): “Ai fedeli laici è richiesto di saper concorrere al bene comune rendendo così pubblicamente ragione della fecondità sociale della propria fede”. Terno secco.
Che impicciona, questa Chiesa, dirà qualcuno. Sempre pronta a mettere il naso negli affari d’Italia. Che non se la ricordano la breccia di Porta Pia? Fin troppo bene, questo è il punto. Le cannonate sono state sostituite dagli schiamazzi e dagli insulti, dal vituperio e dagli sproloqui. Parole come pietre, la cui familiarità dovrebbe ricordare la bolgia di curve calcistiche anziché condurre all’abitudine beota di chi ormai non si scandalizza più per nulla. E allora meno male che la Chiesa c’è. Dai cui esponenti sembrano ormai uscire gli unici saggi politici degni di interesse.
Come quello di Scola, appunto. Nel quale il prelato, vicino al movimento di Cl, dopo aver illustrato i fondamenti della società plurale (altro che pluralista), individuato la libertà religiosa come compito primario per la politica (altro che neutralismo), ricordato il contributo delle religioni – e del cristianesimo in particolare – allo sviluppo dell’economia (altro che pauperismo), indica la testimonianza del cattolico come imprescindibile per il raggiungimento di quel “compromesso nobile” costitutivo della società civile. Perché a testimoniare le proprie convinzioni non si lede il diritto di nessuno. Perché le religioni “non soltanto riconoscono la decisività dell’io-in-relazione”, ma con la loro proposta veritativa contribuiscono all’edificazione dell’universale politico del vivere insieme. Quindi, come diceva il card. Camillo Ruini, meglio scomodi che irrilevanti. God save the Church.


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allora nei commenti al post su Belpietro, un tale parla di necessaria “pausa della democrazia”. Alle mie proteste mi si dice che merito un ceffone, che chi mi ha dato la laurea è un sessantottino sfigato. (! andare a leggere per credere).
Non solo, un altro dice che ” forse io penso a Stalin”. Io?
Qui invece si auspica il ritorno della teocrazia. Notiamo una narrazione gioiosa sul cristianesimo, religione cui i cattolici prima o poi dovrebbero decidersi di convertirsi, perché non era affatto male, anzi, Solo che andrebbe praticato.
Sempre qui si narra ovviamente al netto dei vari imbrogli finanza vaticano, pedofilia, connessioni col potere etc. Quindi non mi rifarei alla breccia di porta pia, ma ad affari recenti.
Epperciò tutto questo clima che si autodefinisce sempre riformatore e liberale, mi fa solo venire la pelle d’oca.