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La Rete aiuta la democrazia?

Barcellona: Personal Democracy Forum. Un titolo  evocativo per una serie di forum ideati negli States da Andrew Rasiej consulente sull’information technology di Camera e Senato negli USA dal 1999 e Micah Sifry, della Sunlight Foundation, potente portale di controllo sui politici americani e sulle risorse elargite da cittadini ed imprese per finanziare la politica. L’anima di questo forum-impresa, movimento, sbarcato in europa a Barcellona da due anni è: come usare le tecnologie sociali, i new media, per rafforzare i protagonisti della democrazia: i cittadini connessi.

I problemi non sono pochi. Secondo Alec Ross, consulente di Hilary Clinton (classe ‘71) “occorre ripensare le  relazioni internazionali nell’epoca della connessione, come una  lotta continua tra apertura e chiusura. Net-fanatici e net-scettici sono egualmente stupidi a non capirlo”. E’ necessario insomma un approccio non superficiale ai temi delle libertà in rete, del sostegno alle democrazie, dell’utilità delle operazioni di open data. Per  molti buoni motivi che hanno creato discussione sia pure in termini “polite “ ma ancora un po’ reticenti.

Facciamo qualche esempio: le istituzioni nazionali e transazionali stanno facendo grandi operazioni di trasparenza dei dati. Ma chi li elabora? Chi li mette a disposizione? Chi crea una utilità da quella massa spesso grezza e non utilizzabile?  Le risposte sul piano locale sembrano più efficaci di quelle nazionali. Una delle  risposte è:  Smart Cities. Tutti i dati della mobilità, dell’ambiente, dei castati, della sicurezza, del commercio vengono attivati sulla base di processi di partecipazione, apertura, ideazione e premio, ricavando applicazioni dai suggerimenti dei cittadini (Dominic Campbell) e promuovendo le esperienze esemplari .

Per scegliere consapevolmente la propria residenza o dove aprire il proprio negozio, per sapere dove si cerca una figura particolare, a che punto è l’autobus che dovremo prendere una volta scesi da quello dove stiamo viaggiando  basta consultare mappe semplici , sistemi intuitivi , fruibili in mobilità. Per questo le cifre dei bilanci pubblici e tutto il resto non deve  essere in PDF (il formato immagine dei documenti) ma su raw-data, in excel o altro , in nodo da rendere le informazioni utilizzabili e leggibili “dalle macchine” , per farne applicazioni, mappature, grafici utili e piacevoli. Per inserirli nei social media attraverso api configurate dagli utilizzatore. Servizi 2.0 utili, condivisi , suggeriti, commentati e votati dalla parte più attiva della popolazione , e resi , all’inizio gratuitamente e poi a pagamento.

Fatti il bilancio, scegli tu : You Choose Your Government ad esempio è un portale sempre dedicato al local government nel regno Unito : ci sono le cifre di partenza del bilancio cittadino : spese sociali, manutenzione stradale,polizia municipale, educazione , spese per il personale, etc. C’è un limite all’aumento delle imposizioni sui cittadini del  5%. Su un tabellone interattivo si possono ridurre o aumentare per singole voci spese e ricavi. Si ottiene il risultato in termini di riduzione del deficit, con una chiara indicazione delle conseguenze positive o negative : chiusura di parchi, biblioteche, riduzione delle risposte, o risparmi, miglioramenti, ottimizzazioni etc. Ognuno può farsi una idea del Bilancio locale e nazionale e soprattutto sottoporre idee. L’engagement cambia senso, non è una cosa per ambienti engagé ma il risultato di piattaforme di servizio al cittadino non-ideologiche (come fix-my street) e fattive : che si chiamano “riparate la mia strada” , o “ancora una buca” !

Sul fronte dell’attivismo e della partecipazione politica, invece, sembra aver fatto breccia la riflessione aperta dal Guardian sul rapporto tra cyber-attivismo e stanchezza dei movimenti off-line. La sinistra on-line si chiede se non si sia “fregata” da sola trasformandosi in un esercito di coach-potatoes che raccolgono milioni di firme e si trovano in quattro gatti alle manifestazioni e sempre meno anche a votare. La questione e se e come la grandi mobilitazioni on line aiutano e/o deprimono il cambiamento off line. Qualcuno si è chiesto come mai i conservatori, la destra o quel che volete sta prendendo tanta forza in europa e persino nella correttissima Svezia. La risposta può far rabbrividire il “popolo viola” : la destra avanza anche grazie ai social media.

Anche qui i “duri e puri” delle ONG  pensano che la colpa sia dell’impostazione market(ing)-oriented di certe campagne di advocacy , monetizzate , targettizzate , capaci di fare tutto senza muoversi da casa, gli altri credono che senza un approccio prudente e consapevole le conseguenze possano essere opposte a quelle delle “forze del bene” . Così è avvenuto che pochi estremisti militanti come il reverendo James, proponendo di bruciare il Corano negli USA,  innescano milioni di estremisti islamici dall’altra parte  del mondo. Questi ultimi però non si limitano al click e scendono in piazza. Mentre si sosntenitori di Sakinè sono molti meno. Un pugno di gruppi su Facebook , ha denunciato un analista spietato come Morozov, non fanno l’opinone pubblica neppure in Iran.

Witness, una organizzazione che da tempo denuncia le violazioni dei diritti umani attraverso filmati caricati sul web ha lanciato un allarme: “ormai milioni hanno una telecamera,  ma la contadina  che intervistiamo e che denuncia violenze della polizia, sa che può essere schedata e perseguita? Sa che anche i suoi presecutori usano le telecamere?“ C’è aria di pessimismo dell’intelligenza nel mondo internettiano. Meno male. Educazione, consapevolezza, consenso informato, rispetto della privacy, sono le regole e i criteri cui ispirare la saggezza delle folle. Per evitare che le “forze del male” (estremismo, totalitarismo, conservazione, chiusura) prevalgano su quelle del bene (i “buoni samaritani” credevano di essere soli su internet?, ndr).

La scommessa del network di Personal Democracy è analoga a quella di Obama: tanti esempi pratici e positivi, per un maggiore impegno civile. Tanta condivisione abilitata dalle tecnologie sociali  darà risultati solo se aiuterà a superare i divari reali nell’accesso, se ci abituerà ad usare i dati in modo proattivo. Se il governo non sarà più cosa dei governanti. se insomma quel “surplus cognitivo”( di cui parla Clay Shirky ) originato  dallo spostamento nell’impiego del nostro tempo libero dalla fruizione unilaterale e televisiva , ad internet … sarà un “surplus” impiegato non solo per condividere foto di famiglia o i video stupidini (Lol Cats, cioè filmati sui gattini che fanno ridere), ma per la collaborazione e l’impegno civico.

Civico è la parola chiave di questa mobilitazione senza insegne. E’ il terreno di quello che al PDF preferiscono chiamare we-government , quello che l’italiano Alberto Cottica (economista e fondatore dei Modena City Ramblers, oggi promotore di imprese culturali on line attraverso la Pubblica amministrazione) chiama Wikicrazia. Una prospettiva difficile , che non se la passa benissimo e subisce già le prime delusioni, a giudicare dal gradimento del leader prima incontrastato di questa scommessa Barak Obama, ma è presto per dare per vinti lui e i milioni che se lo sono inventato e che oramai sono impegnati a cambiare le cose , magari con i loro vicini e colleghi. Basta che funzioni.

1 commento a “La Rete aiuta la democrazia?”

  1. [...] This post was mentioned on Twitter by SocialMediaStrategy, The Front Page. The Front Page said: Il Personal Democracy Forum di Barcellona http://www.thefrontpage.it/2010/10/06/la-rete-aiuta-la-democrazia/ [...]

  2. ItalianPolitics scrive:

    Molto interessante: grazie per averlo fatto notare :)

  3. [...] presentation Alec Ross: Re-imagining International Relations in a Networked Age (A. Napolitano) La Rete aiuta la democrazia? (Massimo Micucci) Basically, the last two days were about the end of political parties (1%Blog) [...]

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