Vogliamo un’Italia in cui…
“Vogliamo un’Italia in cui chiunque abbia un’idea interessante economicamente possa provare a realizzarla e questo sito è un ottimo strumento per raggiungere questo obiettivo”. Si tratta del portale giovaneimpresa.it; le parole sono del ministro Meloni. Il ragionamento che ci sta dietro è piuttosto semplice: se in questo paese il mercato del lavoro stenta, chi ha un’idea, una competenza, “faccia impresa”.
Sono parole che percorrono l’arco costituzionale come un fascio di corrente. “Facciamo l’impresa” era il motto della campagna elettorale marchiata Pd nella Regione Veneto; “Inglese-Internet-Impresa” rimane un cammeo delle campagne di comunicazione del Pdl, ma, alla prova dei fatti, non si ottiene quello “scossone tanto sperato”. Pare di sentire il correttore automatico di Word quando ci dice “non perché il termine sia sbagliato, ma perché logoro e abusato”.
Siamo certamente il paese più vicino a quel sogno di “little ownership society” che ha fatto da collante ideologico tra la precedente Amministrazione Usa e il governo Berlusconi. E’ un miraggio nelle corde e negli umori del nostro paese forse da sempre, su cui converge anche buona parte della sinistra, declinandolo con altre parole. Ma alla base sta un difetto logico che si potrebbe esprimere in tre domande: c’è la volontà di fare impresa? Alla volontà si sommano delle risorse e delle competenze? E quale impresa serve (oltre a quella che vogliamo)?
Veneto Lavoro è un ente strumentale delle Regione che fornisce assistenza tecnica a Regione e Province sulla materia. Un docente universitario, responsabile della ricerca dell’ente, nell’ambito di una conversazione amichevole, ricordo che si espresse in modo rapido e tagliente. E’ impensabile che dei giovani laureati sempre più specializzati stiano ad aspettare il posto di lavoro da un mercato che dovrebbero loro stessi far crescere. Devono essere imprenditori di sé stessi e mettere in atto quanto hanno appreso. La declinazione veneto-italica della massima kennediana “non chiederti cosa può fare per te il tuo paese, ma cosa puoi fare tu per il tuo paese”.
Allora un giovane imprenditore apre il “portale delle magie” e prova a verificare la rispondenza tra un suo business plan e i canali di accesso ai finanziamenti. “Assegnazione di un contributo alle imprese agricole condotte da giovani – scadenza 22/11/2010”. Sembra fatta, ma meglio controllare l’oggetto del finanziamento, dando per scontati i requisiti soggettivi. E l’oggetto è: Rimborsi spese per partecipazione a fiere e tutto quello che ci gira intorno. Quindi si finanziano gli enti Fiera e di converso ne tornerà in pubblicità anche ai partecipanti. Marketing prima ancora del business d’impresa.
L’impresa che ne può nascere, commenta una voce dell’economia fuori dal coro che sceglie l’anonimato, è già vecchia, datata e – osservando molti nomi e le categorie afferenti– erede concettuale delle storture e degli errori del nostro mercato più che imperfetto.


In genere un giovane non ha molti soldi. Molta voglia di lavorare e la certezza di riuscire ad imporsi. Poi c’è il fisco che lo ammazza al primo anno. Come? INPS, INAIL, iscrizione alla camera di commercio.
Ma la cosa più bella sono l’anticipo dell’IVA e dell’IRPEF(o come si chiama ora).
Supponiamo che il giovane guadagni al netto dei costi 60000 euro; ne deve versare circa 30000 euro di tasse ed anticipare il 98% dei 60000 euro alla fine dell’anno contabile per quello successivo. Domanda: ma con che minchia campa quel primo anno?
Se ne va in USA,Irlanda,Singapore,Germania!
Semplice no! Sono queste le società imprenditoriali, niente tasse per le start up, venturing pazzeschi, infrastrutture degne di essere chiamate tali!
E` quello che hanno fatto i miei tre (3) figli, Italia di merda.