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Il lavoro come via alla santità

Le parole pesanti bruciano eccome. Quando poi ci si riferisce al lavoro, apriti cielo! Soprattutto perché il momento è topico, tra i mai domi protestatari della Fiom, incapaci di un cambio di paradigma alla luce dei rivolgimenti della globalizzazione; le marce degli “scolastici”, che mal digeriscono un’educazione meno egualitaria e più orientata al merito e all’efficienza; i contrattisti a progetto, impossibilitati a programmare il proprio futuro; i giovani che, statistiche alla mano, faticano e vedono le loro speranze tingersi di grigio. Eppure non è solo questo, il lavoro. Perbacco, e  allora cosa?

Lavorare è “imitare Cristo nei suoi anni silenziosi, chiedendo responsabilità nella pratica delle attività umane”. E’ “non fuggire dal mondo o cercare di dominarlo, ma starci dentro sapendo adattarsi ai tempi, santificandosi e santificando le proprie attività”. E’ cercare di farsi “mezzo di apostolato, santificando gli altri, come fece Cristo”. Tommaso d’Aquino? Agostino d’Ippona? No, non è un santo che parla, niente paura. Ma un uomo di mondo e che vive nel mondo: Ettore Gotti Tedeschi, il più importante e conosciuto dei banchieri cattolici, oggi alla guida dello Ior dopo un passato nel Banco Santander, nel libro-intervista con lo scrittore e saggista Rino Cammilleri Denaro e Paradiso. I cattolici e l’economia globale (Lindau, pagine 154, euro 15).

Ecco che allora, dopo averci ricordato le origini cristiane e cattoliche del capitalismo, con quei conventi che sembravano piccole Silicon Valley, l’importanza della centralità dell’uomo nell’economia globale, il valore dell’etica personale contro le morali deboli, Gotti Tedeschi la butta giù dura: il lavoro come imitazione di Cristo e via alla santità. Questa poi. Ma non sarà troppo per noi miseri umani? Non sarà troppo per chi quotidianamente sopporta frustrazioni e delusioni, mobbing e incomprensioni? E’ tanto, ma non troppo, senza auto-giustificazioni. Lo insegna la Chiesa, lo ha amplificato il messaggio corporale e spirituale di Giovanni Paolo II, lo ha fatto proprio Gotti Tedeschi: non è per un’élite, la santità, ma per chiunque cerchi una luce in terra e a quella luce tenda. Anche e soprattutto attraverso il quotidiano impegno nelle opere e attività.
Mica lavora bene solo chi – per bravura e fortuna – raggiunge denaro e celebrità nel mondo terreno. Mica diventa santo solo chi – per vocazione – si chiude in ascesi in monastero. Sarebbe troppo comodo. Tutti, invece, sono chiamati a dare un senso all’avere e all’essere, senza quella “o” di mezzo alla Erich Fromm. Aggiornando il celebre detto benedettino con un moderno: “ora dum laboras”. E buona fortuna.

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