La rete e l’inganno
Immortale Afrodite, dal trono variegato,
figlia di Zeus, tessitrice di inganni, ti prego,
con affanni e angosce non domare,
signora, l’animo mio.
Saffo, 1, vv. 1-4
Crea Saffo la parola doloplókos (sost. dólos, inganno e verbo plèko, intreccio, tesso) e l’epiteto somma le possibilità dei due elementi: si intrecciano ghirlande, si raccolgono i capelli in trecce, si compone un inno, mentre l’inganno è sia astratta menzogna sia concreta trappola.
E’ evidente, però, nel composto l’indicazione di due abilità, quella femminile della tessitura e quella maschile della caccia; e alla donna che sceglie il filo, lo lega, lo tende, segue la spola e tesse, si sovrappone l’uomo che insegue, prepara insidie e cattura poiché sedurre e conquistare, corteggiare e inseguire, attirare con lusinghe e tendere trappole sottendono la pazienza, la determinazione, la tensione di attività culturali evolute.
Caccia Eros, figlio di Afrodite, fanciullo dall’arco infallibile, ed una rete di inganni sa tessere Afrodite, una tela complessa dalla trama infallibile.
La reciprocità amorosa è lo statuto del mondo di Saffo, con regole e comportamenti propri.
Come in italiano, invece, anche nel lessico usuale greco ordire, tramare, tessere rimandano alla metafora negativa della menzogna. Poiché la verità è aletheia, ciò che non si nasconde, ma si rivela, il tessuto, poiché artificio, copre, e le azioni della tessitura divengono espressione di inganno, come conferma, noi crediamo, il mito.
Crediamo, ma non è così.
L’inganno della tela rimanda subito a Penelope. La sposa di Odisseo, in realtà, di notte disfa quanto di giorno ha tessuto. Mette in atto l’espediente suggerito dal dio per ritardare le nozze con i pretendenti, la promessa di scegliere uno sposo dopo aver completato la sua tela.
L’inganno è quindi non nel tessere, ma nel disfare: il verbo greco analúo, disfo, vale anche per analizzo, risolvo, trovo rimedio, azioni di intelligenza positiva.
Tesse una tela Filomela, cui Tereo, dopo la violenza, ha mozzato la lingua.
E telae purpureas… notas filis intexuit albae: e sulla tela bianca ricamò a caratteri di porpora lo scelus, il delitto, dice Ovidio nelle Metamorfosi.
La fanciulla svela, quindi, tessendo, e rivela la verità che altrimenti non potrebbe dire.
Tesse Aracne, che, troppo orgogliosa della sua bravura, fu trasformata da Pallade in ragno e condannata ad ordire ogni giorno la sua rete sottile di insidie. E sembra questo un mito negativo. Ma sempre Ovidio nelle Metamorfosi ci narra la gara: Pallade e Aracne tessono ciascuna una tela; la dea ricama lo splendore degli dei, la ragazza i connubi fra donne mortali e amanti divini. Meravigliosa la sua tela, ma è un racconto di inganni e sopraffazione. Svela, cioè, ciò che nessuno può dire, la violenza operata dagli dei. Da ciò la condanna.
E Ovidio non sapeva ancora di rappresentare il suo destino in quello di Aracne: la sua poesia leggera raccontava il mondo romano spregiudicato ed elegante. E ciò spiacque ad Augusto; la splendida tessitura poetica denunciava il fallimento dell’arcigna politica della restaurazione augustea.
Ovidio fu condannato alla relegatio, ma la tela iridescente dei suoi versi non fu mai intessuta di menzogne.

