Veltroni e il bipolarismo
Magari qualche merito a Veltroni potremmo riconoscerlo adesso, secoli dopo la sua segreteria. Il movimento tettonico che prosegue infatti ancora adesso, nella creazione di un terzo polo laico, nell’idea di Berlusconi di cambiare nome al Pdl, nelle idee di alleanze del Pd nasce secondo me da quella decisione alla fine coraggiosa e niente affatto miope di Veltroni di “andare da soli” alle elezioni in cui era segretario.
Con quel gesto semplice e chiaro (che poteva sì fare perdere, ma di quel perdere bello che riorganizza le file per la prossima vittoria) Veltroni riuscì in un solo colpo a spazzare via i cascami della sinistra estrema, al tempo padroni di quell’Ulivo indeciso a tutto e che troppi ora dimenticano.
Dare all’opinione pubblica l’impressione, ed era vero, che il Pd avesse in mano la partita. Obbligare per la prima ed unica volta Berlusconi a giocare di rimessa, fondando il partito del predellino, non perchè lo volesse, ma perchè da quel geniale uomo di marketing che è, aveva perfettamente capito che quella era la mossa giusta al momento giusto…
Pochi ricordano insomma il sommovimento che fece questa iniziativa, la sensazione di aria finalmente nuova e di possibili cambiamenti. L’errore di Veltroni non fu il suo coraggio, bensì la sua assenza di “killer instinct”, e cioè non rinunciare anche alla mortale alleanza con Di Pietro e i radicali. Sarebbe stato un segnale di chiarezza abbacinante e nulla sarebbe stato più come prima. Nonostante questa indecisione tattica Veltroni consegna un partito al 33%, base per un perfezionamento del percorso bipolare.
E’ andata come sappiamo, ma questa verità politica al Pd leggero di Veltroni (più “leggero” dell’attuale 25% di intenzioni di voto?) andrebbe riconosciuta.


Vero, ma poi? nè i contenuti come Blair, nè l’apparenza mediatica come Berlusca, quindi…
concordo.
signori, un po’ di memoria. W fece l’errore di allearsi con IDV, ok. Ma una volta definito il risultato iniziò una brevissima stagione di buon senso, che, se proseguiva, ci avrebbe condotto in una speranzosa, e forse duratura, rivincita del PD nel 2013 (perchè continuo a credere che è W, come sostenevano a ragione Ferrara ed altri dalle parti del Foglio, il vero “erede” del cav.). Una stagione di rispetto, di concordia sulle regole, di collaborazione tra governo e ministri ombra per cercare di raddrizzare la schiena al nostro paese. Fu lì che il non pago vincitore per caso della lotteria ADP cominciò a rumoreggiare (niente gruppo comune alla camera!); in stretta concomitanza temporale la Gandus da Milano era pronta con il processo Mills, Arturo Parisi si fece vedere sempre più in disaccordo con la linea morbida del segretario, il tg3 che tuonava contro la distruzione delle sinistre operate con la scellerata scelta del “voto utile”. Poi venne la Bindi, moderna e tardiva rivoluzionaria. E che vuoi proseguire con la cultura dell’alternanza e maggioritaria.
Concordo.
Già altre volte avevo scritto che l’intuizione di Veltroni poteva essere il “nuovo inizio” per la sinistra italiana.
Si partiva bene: no alla demonizzazione e supervalutazione dell’avversario, vocazione maggioritaria, rudimento di “costituente programmatica” (il lingotto), assunzione di responsabilità, cioè andare da soli.
Unico errore, dovuto probabilmente alla erronea percezione o speranza di “pareggiare” al Senato: aver imbarcato Di Pietro.
Primo, perchè dopo Prodi2 chiunque avrebbe facilmente previsto la sconfitta: restava solo l’incognita: duro responso delle urne oppure disastro.
Secondo, è stato concesso il quorum all’IDV, che da sola non l’avrebbe mai raggiunto.
Ma non è stato un disastro: quel 33% può essere considerato come quel “bel perdere” che ti fa stare comunque in campo e ti consente la preparazione necessaria per costruire la vittoria in seguito.
Come nel resto del mondo civile.
Ci ha pensato D’Alema (anche lui, con la sua passeggiatina a braccetto degli Hezbollah ha contribuito al vergognoso disastro del Prodi2) a trasformare un risultato accettabile, quasi un miracolo, in una sconfitta durissima e quasi irreversibile, piazzando un suo mandatario segretario di un Partito ridotto a far serenate sotto il balcone di Fini prima, poi di Casini ed ora di Bossi; strapazzato da Di Pietro da un lato e Vendola dall’altro, costretto a leggere Repubblica tutte le mattine per “prendere la linea” e sotto tutela di Palamara e dell’ANM.
Veltroni ha il grave torto di aver gettato la spugna senza lottare e, oggi, di voler rimontare in sella, districandosi fra le macerie.
Anche il suo tempo è inesorabilmente scaduto.
Anch’io salutai con speranza la dichiarazione di Veltroni che il partito aveva “vocazione maggioritaria”. Grande intuizione. Avrebbe potuto risolvere il problema della sinistra, che intanto era diventata nei valori, socialdemocratica. Ma quando imbarcò DiPietro lasciando a terra i socialisti, si capì che aveva messo l’uccello nel tritacarne. In fin dei conti, i socialisti non la pensavano troppo diversamente, mentre l’IDV puzzava già di cadavere. Ma Veltroni probabilmente non ha le palle per fare il leader. Cazzi nostri.