Ognuno è ebreo di qualcuno

Sopravvivere, costi quel che costi. Questo è il fine. Schindler’s List ne riassume la  filosofia. Se per la vita di una singola persona dello stesso popolo, della stessa religione degli stessi usi e costumi debbano soccombere milioni di essere umani è ben fatto.

Non si parla di un gesto fatto da migliaia di persone per salvarne qualcuna, no, ma di persone che subiscono le decisioni di poche altre. Chiarimento. Non si parla nemmeno del contrario, dei gesti che un singolo può fare per salvare una o più persone.

Sopravvivere ai tuoi simili. La parte più importante del film Schindler’s List di Steven Spielberg gira proprio intorno a questo concetto. Chi non ricorda la scena drammatica del film dove il capomastro ebreo viene fatto scendere dal treno che era diretto al campo di concentramento di Treblinka grazie alla dura e determinata intermediazione di Schindler con i nazisti? Questo film è stato applaudito dentro e fuori le sale di proiezione di tutto il mondo.  Gli spettatori hanno esultato come reazione liberatoria proprio in quella scena.

Ma come è possibile salvare la vita di una persona mentre in quel treno ci sono parecchie centinaia di ebrei, zingari e omosessuali che stanno andando nei forni crematori? Come è possibile che Spielberg/Schindler salvi solo uno dei passeggeri diretti al massacro? Sembra che la favola spielberghiana abbia una sola direzione: Ci sono eletti migliori fra il popolo eletto che meritano di vivere più di altri.

Allora, la sostanza del film. I nazisti propongono “altri ebrei” in cambio di quelli che Schindler vuole fare scendere dal treno della morte, tanto, dicono nella cinica visione delle cose, che differenza fa? In quelle condizioni una persona vale l’altra, dicono gli aguzzini. Schindler non ammette sostituzioni: “i suoi ebrei” sono stati erroneamente destinati ai forni crematori per sbaglio. La domanda qui è: perché Spielberg/Schindler  preferisce questa scelta, perché lancia il segnale che ci sono alcuni che hanno il diritto di sopravvivere ad altri?

Per fare la frittata bisogna rompere le uova. Madeleine Albright, quando era ambasciatrice americana presso le Nazioni Unite, rispondendo all’insidiosa  domanda se fosse stato giusto o meno il lungo embargo adottato dagli Stati Uniti in Iraq – visto che aveva provocato la morte di cinquecentomila bambini – rispose che riconosceva come drammatica la scelta fatta, ma aggiunse anche che a volte bisogna pagare un prezzo che conviene pagare, «non puoi fare una frittata senza rompere le uova», disse con freddo cinismo diplomatico.

Il film spilberghiano riporta ad una pratica molto in uso nella visione dei rapporti internazionali, nelle relazioni politiche, nella scelta di far vivere una piccolissima parte sacrificando altre vite umane.

Nei Pensieri diversi Wittgenstein – sorprendentemente nel 1944, proprio mentre si stava consumando l’ultimo atto della follia di un popolo verso un altro – scrive che «nessun grido d’aiuto può essere più forte di quello di un solo uomo. Nessuno sconforto può essere più grande di quello in cui può trovarsi un singolo essere umano. Il mondo intero non può trovarsi in una situazione di bisogno maggiore di quella in cui si trova una sola  anima». Come dire, non ci sono uova che valga la pena di rompere, qualsiasi posta sia in gioco.

Ognuno è ebreo di qualcuno. Nel 1969 a Primo Levi fu chiesto il motivo per cui avesse firmato un manifesto che condannava il militarismo israeliano in Medioriente. La risposta secca, senza appello, di Levi fu: «Ognuno è ebreo di qualcuno. Oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele».

Affinché gli israeliani abbiano la loro terra in Medioriente, i più – palestinesi, musulmani di tutta l’area – devono  subire gravi perturbazioni, uso della forza, tentativi di genocidio. I sottomessi, gli eredi del tragico destino diventano boia, come gli aguzzini della seconda guerra mondiale.

Un singolo individuo o un popolo, vittime di un pesante sopruso, non portano dentro di sé la garanzia di certezza che poi non si comporteranno come i persecutori. Non c’è una strada che porta il tiranneggiato direttamente ad un gradino superiore di correttezza etica e morale.

Un’analisi porta a pensare che Schindler’s list sia un’operazione di selezione della specie che impone ancora una volta un modello di supremazia: la maggioranza non organizzata, deve sacrificarsi  per garantire la vita ad un’altra parte dell’umanità, la minoranza, la parte eletta. Per semplificare in maniera sportiva: il ciclista gregario che regala per spirito di squadra la sua gara, la sua stagione al capo del gruppo per farlo vincere, e tutta la sua vita andrà più o meno in quella direzione. Spielberg esaspera sorprendentemente questo concetto, giocando ad affermare che la parte debole del mondo perché non organizzata, la maggioranza, deve soccombere per salvare, per mantenere in vita la minoranza  ricca e potente. Riaffermando con l’olocausto, la più tragica storia che l’umanità abbia visto, la supremazia dell’occidente: la maggioranza dell’umanità è vittima sacrificale, e una minoranza è degna di essere salvata perché eletta. Eletta da chi?

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