Al voto, ma nella chiarezza

Commentando l’appello “Cari compagni, per il nostro bene, fermatevi”, alcuni frequentatori di tFP – in forme a volte poco urbane – ci hanno rivolto un invito chiaro: gettate la maschera, ditelo una volta e per tutte che “avete cambiato campo”, che “non siete dei nostri”, che “avete tradito”. Diserzione inammissibile, ora che gli eserciti sono in campo per la battaglia (forse) decisiva contro il peggiore dei malfattori.

E’ difficile intavolare una discussione su queste basi. Impossibile con chi sostiene che siamo prezzolati, venduti al nemico, e sbatte i piedi insultando: una forma di esorcismo, come i bambini che urlano per non sentire. Provo a farlo con chi sostiene in buona fede che i nostri argomenti portano acqua al mulino di Berlusconi, e per questo motivo sarebbe inopportuno parlare: in sostanza, dovremmo censurarci. Antico riflesso che conosciamo bene. Perché noi siamo stati parte di un campo (quando i campi esistevano per davvero), in una comunità che si è coltivata con sapienza infinita, creando un senso di appartenenza che si è fatto beffe persino delle durissime lezioni della storia. E perché viviamo in un paese nel quale l’appartenenza (ad un territorio, ad una squadra, ad una corporazione) ha inciso nel determinare cultura e costumi nazionali.

Capisco che la presenza sempre più ingombrante di Silvio Berlusconi rende più difficile il dialogo. Di fronte alle imprese di cui è protagonista, l’idea di farlo fuori a qualunque costo può far breccia anche tra i più ragionevoli. Ma siamo proprio sicuri che la strada giusta sia quella di delegare il compito ai magistrati? E che questa strada aiuti la sinistra italiana a ritrovare se stessa? Io ho molti, radicati dubbi.

Personalmente, sono diventato di sinistra per cambiare la società attraverso battaglie democratiche e civili. Ho sempre pensato che i giudici debbano limitarsi ad amministrare la giustizia con discrezione e sobrietà; mai, per nessun motivo, dovrebbero mostrarsi narcisi protagonisti della vita pubblica. Dei giudici vorrei non conoscere nomi e volti; delle inchieste vorrei venire a conoscenza solo quando si concludono e non prima, attraverso fughe di notizie, pubblicazione di intercettazioni, etc… ; non vorrei vedere magistrati che utilizzano la politica come una sliding door; non vorrei sentirli parlare a nome di una corrente sindacale o di un’associazione. E vorrei che fosse spezzato quel micidiale corto circuito tra magistratura e media, ragione principale della permanente fibrillazione del sistema Italia, dal 1994 in qua. Corto circuito che – non dimenticatelo – ha mandato a casa anche Prodi nel 2008, per un’inchiesta totalmente campata in aria.

Se ora Berlusconi dovesse essere fatto fuori dall’offensiva giudiziaria, non sarebbe una buona notizia per la sinistra. Il circo mediatico-giudiziario rimarrebbe padrone unico della scena, la politica definitivamente confinata in un ruolo ancillare e gregario, la sinistra messa nell’angolo da un giustizialismo voyeurista lontano anni luce da principi democratici e liberali e pronto a trovare altri nemici, pur di mantenere una posizione di totale controllo della sfera pubblica.

Per sconfiggere Berlusconi, dunque, ci vuole la politica. Ma non penso possa funzionare la proposta formulata da D’Alema nei giorni scorsi: una coalizione politica e/o elettorale tra Bersani, Fini, Casini, Vendola, Di Pietro, in funzione anti-Cavaliere.

Intanto la proposta, se attuata, darebbe plasticamente ragione – prima e al di fuori di ogni processo – all’offensiva mediatico-giudiziaria in corso. Nelle democrazie, un’alleanza del genere si motiva solo in presenza di un’emergenza gravissima. Ma l’Italia di oggi vive una simile condizione? Non dico Di Pietro, ma Bersani, Casini e Fini pensano che siamo a questo punto?

In secondo luogo, ognuno capisce bene che la sola circolazione dell’idea fa guadagnare a Berlusconi – a vita – l’aureola del martire. E gli regala formidabili armi di propaganda: vedete, la vecchia politica è tutta unita contro il sottoscritto; è evidente, stanno insieme per il potere, non hanno una sola idea che li accomuni. Descrizione peraltro non lontana dalla verità, visto che i punti centrali della piattaforma della Santa Alleanza esposta da D’Alema (sciogliere il nodo della forma politico-istituzionale del bipolarismo italiano; un grande patto sociale per la crescita; un nuovo funzionamento dello Stato) certo non brillano per appeal e chiarezza. E perché si può già da ora immaginare il grado di omogeneità e di armonia di una coalizione del genere, di fronte ai nodi epocali evocati.

Insomma, anche in questo scenario la sinistra riformista avrebbe tutto da perdere, ingabbiata in uno schema politicista, antico, che saprebbe di restaurazione di un vecchio ordine, certo non di innovazione e cambiamento.

E dunque, che fare? Da tempo noi sosteniamo che, per uscire da una situazione precaria e insostenibile, sarebbe bene andare a votare subito. Ma con schieramenti omogenei al loro interno, leader e programmi alternativi e limpidamente contrapposti. Continua ad essere questa la strada migliore per sconfiggere Berlusconi, voltare pagina e dare un avvenire alla sinistra che vuole cambiare.