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‘Internet Freedom’,
la nuova guerra

La nuova guerra è già cominciata. Non si chiama Enduring Freedom, nè Iraqi Freedom, che si concentravano sull’intervento militare. Oggi la guerra si chiama Internet Freedom. E’ la prima guerra dell’epoca dell’informazione. E’ meno sanguinosa, ma non è indolore. E’ tecnologica, ma fatta dalle persone. E’ una guerra assolutamente globale e velocissima: ha già cambiato il volto di almeno tre paesi arabi.

Diciamo subito una cosa cinica, ma vera: in due casi (Egitto e Tunisia) il numero di vittime è stato incomparabilmente inferiore a quello di tutte le altre offensive e anche all’intervento in Kosovo. Poichè (come in Libia) gli esiti sono variegati e assolutamente incerti anche i sistemi di sicurezza armati e di intervento vanno subito allertati e in prospettiva riorganizzati. La Nato e il Consiglio di sicurezza dell’Onu debbono decidere al più presto. Ma cambierà anche il resto il mondo.

C’è anche una data d’inizio: il 28 gennaio 2011. Nel giorno della prima controffensiva alle mobilitazioni via sms e internet, il regime di Mubarak ha imposto il primo coprifuoco elettronico della storia, con la sospensione dei servizi di telefonia mobile. Ma è crollato subito perchè anche gli autocrati e i loro fedelissimi, spegnendo la rete, non potevano più parlarsi. Ineliminabilità della rete e potere della comunicazione. I grandi providers (i veri proprietari di internet) si sono attivati all’unisono perchè l’accesso ad internet restasse garantito. Grazie alle scelte fatte per garantire la privacy degli utenti l’Egitto non ha potuto reprimere i resistenti digitali, come l’Iran aveva fatto mesi prima. Improvvisamente i media di tutto il mondo si sono collegati, hanno avuto immagini e notizie in diretta dai cittadini connessi in quelle regioni. Il mondo ha fatto sapere: Non siete soli, siamo con voi. Come ha detto il 20 febbraio il Segretario di Stato Hillary Clinton: “We want to be in the mix”.

Non c’è un centro di comando, ma di irradiazione, non ha unità di controllo e non è occulto. E’ stato già fotografato a cena e in maniche di camicia: Steve Jobs, Larry Schmidt e Marck  Zuckerberg e tutti gli altri con il presidente Obama. E’ una guerra combattuta insieme da Stati e da grandi multinazionali, che non vede in primo piano  le industrie degli armamenti. Dopo avere sperimentato il limitato effetto negli anni delle politiche di sicurezza ed influenza fin qui adottate,  la stessa Clinton in un discorso tenuto il 15 febbraio alla George Washington University ha delineato obbiettivi e strumenti di Internet Freedom. Gli strumenti tecnologici sono solo un aspetto: non è Twitter o Facebook che mobilitano o consentono di opprimere popoli, è la volontà dei popoli. Gli obbiettivi – ha detto – “sono i nostri valori: la libertà, i diritti, la dignità umana”. La novità è che adesso “due terzi dell’umanità è online”.

Ma, come appare chiaro, solo con twitter non si fermano le milizie del despota di Tripoli. La sfida è come tenere insieme libertà e sicurezza, come garantire trasparenza e riservatezza, come proteggere la libertà d’espressione promuovendo la tollerenza e la civilità. Anche i nemici della libertà usano largamente la rete. Dunque “non ci sono tutte le risposte”.

Il progetto è ormai una priorità della politica estera degli USA. Dopo la Public Diplomacy 2.0 e il lancio del Digital Outreach Team per dialogare direttamente con i cittadini di lingua araba, Christopher Painter ex direttore della Cyber Security presso il National Security Office è diventato a capo degli Affari cibernetici del Ministero degli Esteri. Ci sono risorse e uomini a disposizione per garantire il dialogo e la sopravvivenza delle avanguardie attive che tengono aperte le vie di comunicazione. L’invito è rivolto a tutti gli altri Stati e alle organizzazioni non governative.

Questo approccio nuovo al ruolo politico mondiale degli USA, che è parte (spesso discussa) dell’identità americana da almeno due guerre mondiali, è di per sé globale e multilaterale. Dunque ha bisogno di un forte sistema di collaborazione occidentale e non solo. E’ meno costoso da ogni punto di vista, ma non prevede, come gli altri, “sistemi” e “indirizzi” certi per governare gli esiti dei sommovimenti innescati. L’unica garanzia sta nella apertura, nella diffusione e difesa delle richieste di libertà e modernizzazione da parte delle “persone” coinvolte. E’ un messaggio forte a tutto il mondo. Liberatevi delle vecchie certezze, delle diplomazie obsolete, degli eserciti delle carriere, delle armi pesanti. Puntate sulla cyber diplomacy. Ma pensate anche al dopo: collaborate, strutturate sistemi di intervento militare rapido e multilaterale. Abilitate insieme forze di polizia e Ong che reagiscano insieme alle conseguenze: i profughi, i massacri, l’incertezza istituzionale. Informazione, politica, tecnologie, logistica. Sono le nuove sfide operative.

Dimenticatevi i trilioni di dollari spesi per invadere l’Iraq e i lunghi anni di trincea e mettete in comune le vostre risorse per conoscere meglio quei popoli, per sostenere l’onda d’urto delle migrazioni, per garantire l’avvento di sistemi dove ci sia diritto di parola, per consentire ai resistenti di sopravvivere e di fare la loro lotta, per inibire le reazioni violente, con le sanzioni o con la forza.

1 commento a “‘Internet Freedom’,
la nuova guerra”

  1. un esule scrive:

    Quindi quando dico che gli USA hanno la responsabilta’ dei morti in Nord Africa non sbaglio.

  2. [...] Leggi l’articolo integrale su Polis Blog: ‘Internet Freedom’, la nuova guerra [...]

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