L’anticonformismo produce omologazione
L’anticonformismo dichiarato partorisce la più piatta omologazione. E’ sempre stato così: dai contestatori sessantotto- o settantasettini poi finiti direttori di banche e manager industriali, agli indolenti “figli dei fiori” diventati campioni del radical-chicchismo che pasteggia a caviale e champagne, ai megafoni del sostegno pubblico e statale a tutti i costi “costretti” poi a mandare i figli alle scuole private… ops paritarie! Inutile aspettarsi che possa essere diverso con i manieristi dell’illuminismo nostrano, sempre pronti a sventolare il vessillo della ragion pura, cuius “ragio” eius religio.
Così un Dizionario delle idee non comuni (Guanda, pagine 262, euro 14), come quello scritto abilmente da Armando Massarenti, filosofo e responsabile delle pagine di scienza e filosofia del domenicale del Sole 24 Ore, contiene una trappola già nel titolo. La classica saponetta sulla quale si pesta e… swiff… tutti giù per terra! Perché proclamare l’originalità di quanto si dice costituisce di per sé un rischio, figuriamoci quando lo si fa nell’ottica plurale – seppur vivace e stimolante, da Amore a Eutanasia, da Evasione fiscale a Pena di morte, a Utopie – delle voci considerate, o quando si parla di illuminismo vs moralismo. Questi bigottoni!
Già, perché leggere che “l’illuminismo è la bestia nera dei moralisti nostrani, in particolare di quelli che pretendono di detenere il monopolio della morale” o che “alcune di quelle tradizionali agenzie morali” stanno arrivando con colpevole ritardo “alla sconfitta dei pregiudizi” in grado di far “progredire il genere umano” non è forse “odifreddianamente” comunissimo? Non è che, forse, il pregiudizio mortale sta proprio in chi quelle agenzie morali – immaginiamo la Chiesa, vero Massarenti? – le combatte? E la convergenza tra fede e ragione, di cui Benedetto XVI ha infarcito il suo magistero e che dispensa ogni santo mercoledì? E se non piace l’ex panzer-kardinal, come non ricordare che lo stesso pensiero albergava, magari non così esplicito, già nel “dubbioso” Paolo VI?
Troppe domande, lo riconosciamo. Del resto, è proprio di chi si interroga la ricerca inesausta della Verità, come dimostra la storia dei grandi mistici e santi dell’umanità. E allora, tra le due chiese, quella secolarista che predica il dubbio ma “scomunica” gli assetati della fede, e quella bimillenaria, apostolica, che la Verità non ha paura di amarla e diffonderla; quella che si abbevera a Odifreddi e Dawkins, e quella che si pasce di Sant’Agostino o Santa Teresa di Lisieux, stavolta sì, non abbiamo dubbi. Perchè a noi, invece, questi baciapile monopolisti della morale piacciono proprio tanto.


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