Il disertore

Comincio oggi a scrivere sul Giornale. È una scelta importante per la mia vita professionale, e anche per la mia biografia politica. Il Giornale, come tutti sanno, è un quotidiano di centrodestra: di più, è il giornale della famiglia Berlusconi; io invece ho passato praticamente tutta la vita nella sinistra, dalla Federazione giovanile comunista fino al Partito democratico, e la sinistra è anche oggi la mia casa.

Vorrei qui brevemente spiegare le ragioni della mia scelta.

Ho chiesto io ad Alessandro Sallusti una collaborazione, dopo essere stato allontanato dalla Stampa da Mario Calabresi. Gli ho chiesto ospitalità perché voglio continuare a scrivere su un quotidiano, perché è questo che ho imparato a fare quasi venticinque anni fa all’Unità di Renzo Foa e di Piero Sansonetti, perché è un lavoro che mi piace, e perché credo di avere delle cose da dire.

I giornali della sinistra grandi e piccoli non sgomitano per pubblicare i miei articoli: le ragioni sono diverse, ma in fondo si riducono ad una: una mia certa estraneità culturale e politica al mainstream buonista-giustizialista che ha egemonizzato il centrosinistra italiano. Ciò nondimeno, nonostante questa lontananza e senza alcun rancore o presunzione di verità, non mi considero meno di sinistra di quanto lo fossi a sedici anni, quando mi iscrissi al Pci di Berlinguer. Sono cambiato io, ma è cambiata anche la sinistra italiana.

In altre parole, mi considero un esule. E come tutti i senzapatria vado in cerca d’asilo. Si tratta fondamentalmente di un problema di libertà: la Seconda repubblica ha via via trasformato il dibattito pubblico in uno scontro di ultrà, sempre più arrabbiati e sempre più tristi, che si sparano addosso e si coprono di insulti mentre un certo numero di brocchi nell’indifferenza generale gioca sempre la stessa partita.

Esiste oggi una diaspora della sinistra (come ne esiste una della destra) che non porta il cervello all’ammasso del capotribù e che si è stufata della propaganda feroce in cui da troppo tempo siamo costretti. È una diaspora liberale e libertaria, muta e dispersa e spesso avvilita, ma fermamente indisponibile a continuare la ridicola guerra civile fredda che paralizza l’Italia da quasi vent’anni, costringendo ciascuno di noi ad arruolarsi nell’una o nell’altra armata fondamentalista, pena l’accusa di alto tradimento. La diaspora è individuale e spesso interiore, ma di questa nostra sgangherata Seconda repubblica potrebbe persino costituire la vera maggioranza silenziosa. Non pretendo di rappresentarla, ma sento di appartenervi.

Noi siamo i disertori. Ce ne siamo andati dalle nostre caserme perché questa, se mai lo è stata, non è più la nostra guerra, e perché vorremmo discutere in un altro modo, occuparci di altre cose, votare altri leader. Ho avuto asilo da Alessandro Sallusti, e di questo ringrazio lui e il Giornale. Ora la mia libertà dipende soltanto da ciò che scriverò.