Peggio dei partiti ci sono soltanto i sindacati

A rappresentare cittadini e lavoratori peggio dei partiti politici, o di quello che ne resta, in Italia sono rimasti solo i sindacati. Carrozzoni autoreferenziali utili solo per permettere ai signori dei piani alti di entrare dalla porta principale dei Palazzi, ormai hanno totalmente perso il contatto con la realtà, ubriacati anche loro dalla brama di potere. Distinguere oggi, nei salotti televisivi o nelle stanze che contano, un segretario sindacale da un leader politico o da un amministratore delegato di una multinazionale è praticamente impossibile.

Invece di bloccare il Paese per costringere il governo a fare in cinque giorni una legge che tuteli veramente gli operai, i precari, i dipendenti all’ultimo gradino della scala sociale, i sindacalisti continuano a portare avanti un’ideologia che non può più essere sostenuta da alcuna azienda o partito che si definisca riformatore e che guardi al futuro. Con il mondo globalizzato la contrapposizione ideologica fa padroni e operai è divenuta ormai obsoleta. Il nuovo obiettivo deve essere la salvaguardia del posto di lavoro e una busta paga che permetta a chiunque di condurre una vita dignitosa.

In Italia i contratti base di chi si affaccia al mondo del lavoro sono un insulto alla povertà. Quello che dovrebbe interessare oggi un lavoratore non è di avere garantita la pausa caffè, le ferie, o di poter andare al concerto autocelebrativo del Primo maggio, ma di lavorare con uno stipendio adeguato a ciò che produce. Chi ha un lavoro precario deve guadagnare il venti, trenta percento in più di un suo pari con un contratto a tempo indeterminato. Un operaio con una famiglia non può vivere con mille euro al mese. È tanto difficile capirlo?

Invece Susanna Camusso prende carta e penna e scrive sul Corriere della Sera una letterina per ribadire la sua opposizione all’apertura dei negozi (che in molti casi faticano ad arrivare alla fine del mese) in occasione dell’arcaica festa dei lavoratori. Perché, dice lei, «consolidare dei valo­ri, dei segni di identità del lavoro fa­rebbe bene a tutti». Come avrebbe detto Totò, ma mi faccia il piacere.