Giochi pericolosi

Nel 2006 il Pil dell’intero pianeta è stato di circa 47 000 miliardi di dollari. Al cambio attuale, fanno circa 32 500 miliardi di euro. Come riferimento, si prenda il Pil italiano dello stesso anno a prezzi di mercato: 1475 miliardi. La capitalizzazione di tutte le borse nel  2006 era di circa 51 000 miliardi di dollari: un dieci per cento in più. I bond emessi (sia nazionali che internazionali) ascendevano a poco più di 68 000 miliardi (cioè, il denaro preso a prestito mediante emissione di bonds era circa il 50% in più del PIL totale). Ma il totale dei derivati finanziari era una cifra astronomica: 473 000 miliardi di dollari. Dieci volte il Pil. Ogni mese circa 7 000 miliardi di dollari passano di mano attraverso gli scambi di borsa. Nel 1947 la finanza (intesa come somma di salari e retribuzioni) valeva un 2,3% del Pil americano. Ma nel 2005 tale pencentuale era salita al 7,7%, più che triplicata.

Nel 1970 i laureati in finanza a Harvard erano il 5% del totale. Nel 1990, il 15%. Nel 2007 oltre il 30% aveva come obbiettivo quello di lavorare in banca. D’altronde, il livello medio delle retribuzioni nel settore della finanza è circa 3 volte quello di altri settori dell’economia: un fatto che trovo estremamente pericoloso per il risparmiatore. Negli anni dal 2003 al 2007 tutte le borse, meno due, crebbero con percentuali di due cifre. Qualsiasi investimento (dalle opere d’arte alle bottiglie di vino d’annata) rendeva cifre iperboliche. Money made a lot of money.

Poteva durare? No. Ma non sembra che la lezione sia stata appresa, visto che c’è il sospetto che molti dei soldi dati alle banche americane per aiutarle ad uscire dalla crisi sono stati impiegati in speculazioni finanziarie.

E quel che lascia interdetti sono due aspetti. Il primo: il pianeta finanza è diventato talmente grande da essere ormai fuori dalla possibilità di controllo dei governi e delle loro politiche economiche. I numeri lo dimostrano al di là di ogni dubbio. I governi non hanno abbastanza potere finanziario né esiste, a breve, la possibilità di crearlo, visti i deficit, il debito accumulato e la congiuntura che non passa. E, secondo, la sproporzione evidente tra gli impieghi finanziari delle risorse e quelli produttivi. Siamo immersi, tutti, fino al collo in un mondo fatto di moneta, che, anche se per la quasi totalità è di tipo elettronico, cioè numeri registrati in un qualche database, pur tuttavia ha tutta l’apparenza di essere fatta di carta. Carta straccia. Il futuro non pare molto promettente. Purtroppo.