La sinistra non esiste

E’ da qualche giorno in libreria L’Italia non esiste (per non parlare degli italiani), un mio pamphlet in occasione del centocinquantenario dell’Unità di cui i lettori di FrontPage hanno già potuto leggere una parte del primo capitolo. Contrariamente alla lettera del titolo, la tesi del libro è che l’Italia purtroppo esiste, ma soltanto come somma di vizi, errori e storture non rimediabili e, anzi, destinati ad aggravarsi sempre più. Non si suggeriscono soluzioni, ma si prova a ragionare sulle cause.

Il settimo capitolo è dedicato alla figura dell’antitaliano, cioè l’italiano che parla male dell’Italia e dei suoi abitanti. E’ una figura che preesiste all’Unità, percorre molti intellettuali risorgimentali, e diventa infine, da Gobetti a Berlinguer (a Saviano), l’architrave dell’autorappresentazione ideale della sinistra.

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La sinistra italiana è la parte peggiore del Paese, perché ne condivide tutti i vizi e tutte le mancanze, ma si crede diversa e migliore.

C’è, al fondo della sinistra italiana, un disprezzo radicato e profondo per l’Italia e per gli italiani; una diffidenza e un’incomprensione, quasi un mancato riconoscimento reciproco; l’istintiva convinzione che qualcosa di profondamente sbagliato nella natura stessa del Paese la condanni ogni volta al fallimento. Probabilmente è per questo che non ha mai vinto davvero: per vincere bisogna sedurre: e non è facile sedurre chi, al fondo, si disprezza.

Il disprezzo per gli italiani, e la conseguente teorizzazione di una sinistra “antitaliana”, diversa e migliore, hanno come data di nascita ideale il 23 novembre 1922.

Quel giorno, ad un mese dalla marcia su Roma, Piero Gobetti pubblica sulla Rivoluzione liberale, il giornale che ha fondato a vent’anni, un editoriale intitolato “Elogio della ghigliottina”. È in questo articolo che Gobetti conia una definizione del fascismo destinata ad un enorme successo, e a non meno grandi conseguenze: il fascismo, scrive, è l’“autobiografia di una nazione”. Gli italiani, in altre parole, raccontando se stessi diventano fascisti; o, il che è lo stesso, l’Italia è per sua natura fascista: perché il fascismo non è un governo come gli altri, ma, sostiene Gobetti, è l’espressione paradigmatica di “certi difetti sostanziali” del popolo italiano, che “rinuncia per pigrizia alla lotta politica”, manca di coraggio, si piega a Mussolini per paura e vigliaccheria, e così mostra al mondo intero il proprio “animo di schiavi”.

Gobetti non capiva molto di politica: nel maggio del ’22 definì Mussolini un “anacronismo”, sottovalutando completamente la forza e la portata del movimento fascista. E anche la sua interpretazione del fascismo come semplice ipostasi del carattere nazionale è a dir poco riduttiva rispetto alla complessità, alla portata e alla peculiarità novecentesca, e niente affatto soltanto italiana, del totalitarismo moderno. Anche in questo, tuttavia, Gobetti va annoverato tra i padri della sinistra italiana, che di analisi sballate sarà dispensatrice feconda e prolifica.

Ma torniamo, per ora, agli italiani. A Gobetti, come del resto a quasi tutti gli intellettuali primonovecenteschi, molti dei quali apertamente di destra, gli italiani non piacevano per niente. Nel primo numero della Rivoluzione liberale il giovane torinese abbozza un’analisi spietata dell’Italia, che gli appare profondamente arretrata, senza una classe dirigente moderna e un sistema di relazioni economiche paragonabile a quelli europei, nonché storicamente priva di “una coscienza e un diretto esercizio della libertà”. Il risultato – ma potrebbe esserne anche la causa – è un paese senza un sistema politico efficiente e senza cittadini dotati di senso dello Stato. “Abbiamo sempre saputo – scriverà, sempre nel ’22, Gobetti – di lavorare a lunga scadenza, quasi soli, in mezzo a un popolo di sbandati che non è ancora una nazione”.

Non stupisce dunque che l’intellettuale torinese abbia definito una volta il suo antifascismo come una “polemica contro gli italiani”. I quali avevano ritrovato in Mussolini l’uomo che più di tutti ne impersonava le peggiori caratteristiche, scambiandole per virtù: l’ottimismo e la “sicurezza di sé”, l’“astuzia oratoria”, l’“amore per il successo”, la “virtù della mistificazione e dell’enfasi”, la teatralità. Sembra di leggere un ritratto di Berlusconi: non perché il presidente del Consiglio in carica (2010) sia il nuovo Mussolini, ma perché la sinistra cent’anni dopo preferisce ancora la caricatura all’analisi, il (pre)giudizio morale alla sfida politica.

Nell’addossare agli “italiani” in quanto tali ogni responsabilità per l’ascesa del fascismo, si scorge un altro tratto caratteristico della sinistra italiana: l’autoassoluzione. È certo vero che non vi furono insurrezioni democratiche all’indomani della marcia su Roma, e che l’Italia si prese il fascismo senza troppo protestare; ma è altrettanto vero che le opposizioni fecero di tutto per rendere più agevole la strada che Mussolini intendeva percorrere. Frammentati e litigiosi, gli antifascisti erano profondamente divisi fra loro: democratici, liberali progressisti, popolari (quella parte che non appoggiava Mussolini), socialisti riformisti, socialisti massimalisti, comunisti: ciascuno giocava per sé, e nessuno aveva un’idea precisa di quanto stesse accadendo. Anziché riflettere sulla propria impotenza, l’opposizione antifascista preferì prendersela con gli italiani.

E infatti nella condanna degli italiani Gobetti non è affatto solo. Giustino Fortunato scrive di un “popolo organicamente anarchico, corrotto, molto servile”, Anna Kuliscioff di un “paese di servi”, Carlo Rosselli di un popolo “moralmente pigro”, che ad Antonio Gramsci appare “inquinato dalla lue individualista, disorganizzato da lunghi secoli di malgoverno, viziato da impulsive tendenze egoarchiche e disgregatrici”. Storia e psicologia si mescolano fino a diventare inseparabili, e l’elenco dei difetti degli italiani – più o meno invariato da tre o quattro secoli – assurge a categoria storico-politica fondamentale, e dunque anche a chiave dell’agire politico individuale e collettivo.

La sinistra prende a percepirsi e a presentarsi come “antitaliana”, cioè come diversa e alternativa al tipo italiano medio: l’antropologia e la morale si sovrappongono alla politica fino a sostituirvisi. Il senso di superiorità coltivato dalla sinistra, che in realtà non è che un paravento dietro cui nascondere malamente le insufficienze teoriche, organizzative e politiche delle opposizioni antifasciste, denuncia un senso di estraneità profonda rispetto al paese reale, e ancora una volta, come sempre accade in Italia, trasforma un vizio in una virtù. Essere altra cosa rispetto agli italiani, da Gobetti in poi, diventerà un segno di nobiltà e di superiorità morale.

La patria ideale degli antitaliani, nella visione del torinese Gobetti (ma anche in quella dell’immigrato sardo Gramsci), è il Piemonte. L’“altra Italia”, l’Italia diversa e migliore, s’incarna secondo Gobetti in quella regione del paese che, promuovendo l’unità a costo di rinunciare alla propria stessa identità (e alle proprie virtù), cercò con ogni sforzo di “tenere il collegamento tra gli istinti africani della penisola e la civiltà europea”. Gobetti ripercorre qui un altro topos della polemica antitaliana di fine Ottocento, soprattutto di matrice anglosassone: la contrapposizione fra i popoli “latini”, per natura e per indole indisciplinati e inefficienti, e i popoli anglosassoni, dinamici e produttivi.

Al Piemonte e ai piemontesi spetterebbe, in questa visione profondamente razzista della complessità e delle diversità dell’Italia, il compito nobile e improbo di “civilizzare” un paese “africano”. Compito evidentemente fallito, come dimostra l’avvento del fascismo “italiano”. Ciò nondimeno, Torino e il Piemonte restano secondo Gobetti  il fulcro dell’“altra Italia”: per la presenza di un forte “spirito pratico” e concreto, per la crescente industrializzazione, e persino per l’“anglomania” dei suoi imprenditori.

Non la pensava diversamente Gramsci, che nella Torino operaia vedeva l’unico faro di modernità acceso su un paese arretrato e “indisciplinato” (la “disciplina”, anche in senso militare-sabaudo, sarà un’ossessione ricorrente nel fondatore del Pci, che non per caso chiamò la sua rivista L’Ordine nuovo). Torino è “poco italiana”, secondo Gramsci, perché “la larga massa dei suoi abitanti è tutta viva e compone armonicamente un organismo sociale che vibra tutto”.

Fa una cerca impressione leggere tante sciocchezze idealistiche nel più grande teorico marxista italiano; la fascinazione per la classe operaia è tutta estetica, diresti quasi futurista: la modernità è uno spettacolo disciplinato in cui l’ordine nuovo si afferma come armonia tanto astratta quanto totalitaria; e la politica diventa una branca dell’etica.

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Con Gramsci siamo al cuore della sinistra italiana, e all’origine di una visione del paese più antropologica che socioeconomica, più morale che politica. Quando Gramsci pone l’accento sulla “riforma intellettuale e morale” degli italiani anziché sulla rivoluzione sociale, che gli pare insufficiente, da sola, a risolvere i problemi del paese, la prospettiva stessa del compito dei rivoluzionari cambia profondamente, fino a capovolgersi da ampliamento della sfera della libertà, quale era all’origine e nelle intenzioni, in sforzo di condizionamento e limitazione delle singole libertà.

Tutto il gramscismo è una grande, complessa e impotente teorizzazione del compito educativo, pedagogico e missionario che spetta alla classe operaia e al suo partito in un paese privo di civiltà politica, di cultura, di classi dirigenti, di virtù civili. I comunisti sono i rappresentanti di una civiltà superiore, scesi su questa pessima Italia per trasformare i suoi disastrati abitanti in uomini veri: e così, nella sostanza, si considerano ancor oggi che si chiamano “democratici”.

La raffinatezza teorica con cui Gramsci analizza la modernizzazione fordista che accompagna la nascita della grande fabbrica, la sua attenzione quasi maniacale per la “società civile”, e persino l’enfasi posta sulla conquista dell’“egemonia”, che è concetto ben più complesso e articolato della semplice presa del potere, lo rendono certo un unicum nel panorama del rozzo pensiero marxista della prima metà del Novecento, ma anche ne segnalano l’arretratezza profonda.

Non è un caso se, fra tutte le metafore e i rimandi storici cui poteva ricorrere, Gramsci scelse proprio il Principe di Machiavelli per definire la sua idea mitologica di partito. I liberali vi hanno visto, e giustamente, una minaccia alle libertà; ben più preoccupante, però, è l’idea di politica che quella metafora suggerisce: l’Italia non potrà mai governarsi da sé, poiché mancano agli italiani le capacità per farlo; soltanto un principe illuminato, autorevole e autoritario e paternalista, intriso di buona volontà e pedagogicamente predisposto alla formazione di nuovi e migliori cittadini, può svolgere con successo l’incarico.

La politica è pedagogia, e la pedagogia è morale: è così in Gramsci, e così sarà in tutti i leader comunisti venuti dopo di lui. La sinistra italiana, egemonizzata per l’intero secondo dopoguerra dal Pci, fa della “riforma intellettuale e morale” il suo mantra e la sua missione, attribuendosi una medaglia di superiorità che nessuno le ha mai conferito, e guardando sprezzante, dall’alto di una cattedra immaginaria, il brulicare scomposto degli italiani comuni.

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Per questo la storia della sinistra italiana è una storia di fallimenti: non si possono vincere le elezioni disprezzando chi dovrebbe votarti, né si può conquistare la maggioranza degli italiani impancandosi ad antitaliano. Anziché sedurre l’elettorato, la sinistra l’ha sempre redarguito. Anziché promuovere la modernizzazione e progettare concretamente il futuro, ha sempre gridato all’imminente catastrofe. Anziché proporsi di governare l’Italia, ha preferito gloriarsi della propria diversità.

È stato Enrico Berlinguer, com’è noto, a coniare per il Pci la parola “diversità”. Lo fece quando l’assurdità della politica di compromesso storico divenne talmente evidente da non poter più essere tollerata, nemmeno dal gruppo dirigente di Botteghe Oscure. Il Pci si è sempre autorappresentato come diverso: Togliatti lo paragonò alla giraffa, un animale ben strano che in natura non dovrebbe neppure esistere. L’elogio della diversità è stato nel corso degli anni una giustificazione del legame politico e finanziario con l’Unione sovietica, un potente collante per la collettività dei militanti, un formidabile alibi ideologico per l’impotenza politica. Con Berlinguer, tuttavia, la parola assume una nuova coloritura morale, che porta alle estreme conseguenze, e cioè alla bancarotta politica, il calvinismo astratto di Gobetti.

Il “compromesso storico”, va ricordato, fu il tentativo di mascherare l’unica vera diversità del Pci, cioè la sua dipendenza finanziaria (e dunque politica) dall’Urss, affidando il partito alla tutela alla Democrazia cristiana, i cui da trent’anni di fedeltà atlantica bastavano a rassicurare gli americani.

Berlinguer sapeva bene di non poter dar vita ad un governo di alternativa imperniato sul Pci: non certo perché sarebbe finita come nel Cile di Salvador Allende, cioè con un colpo di Stato militare organizzato dalla Cia, ma per la semplice ragione che nessuna coalizione si sarebbe potuta realisticamente formare intorno ad un partito legato a doppio filo all’Unione sovietica e al Patto di Varsavia.

Anziché procedere speditamente – e con almeno vent’anni di ritardo – sulla strada dell’emancipazione definitiva dal movimento comunista e dell’elaborazione di una nuova cultura politica socialdemocratica, anziché insomma “andare a Bad Godesberg”, come allora si diceva ricordando l’esempio dei socialdemocratici tedeschi, Berlinguer fece in un certo senso l’esatto contrario: portò alle estreme conseguenze l’accordo consociativo che, in forme diverse, aveva retto gli equilibri politici della “Repubblica nata dalla Resistenza”.

Il Pci di Berlinguer non capì mai l’Italia che lo aveva votato, come non aveva capito né il Sessantotto, né la portata del referendum sul divorzio. Abituato gramscianamente alla “guerra di posizione” – tradotta nei fatti in una rendita di posizione – il Pci sbagliò completamente la “guerra di movimento”, fraintendendo e demonizzando la spinta alla modernizzazione che saliva impetuosa dalla società, esattamente come era stato frainteso e demonizzato il centro-sinistra dieci anni prima.

Alla parte del paese che votava Pci perché si era stufata dei democristiani e voleva un’alternativa di governo, cioè una normale fisiologia democratica, Berlinguer rispose con l’esaltazione opportunistica della Dc, riconsacrata perno immutabile del sistema. Alla parte del paese che chiedeva la modernità, offrì l’elogio pauperista dell’“austerità”, dei sacrifici, dell’emergenza. E quando infine l’esperimento consociativo – com’era da aspettarsi – fallì, e il Pci fu riaccompagnato all’opposizione mentre molti elettori lo lasciavano per sempre, Berlinguer rilanciò e rispose con la “questione morale”.

La “diversità” era divenuta infine un contrassegno etico, indiscutibile e non mediabile, nonché la coperta ideologica sotto cui nascondere l’impotenza politica, la devastante arretratezza culturale accumulata negli anni, e, non ultima, la paralizzante incapacità di sciogliere fino in fondo ogni legame con il Patto di Varsavia (si sciolse prima il Patto di Varsavia).

La “diversità”, a ben guardare, è un’altra forma del qualunquismo italiano: il popolo è ignorante, sceglie sempre la pagnotta; la maggioranza degli italiani è di per sé moralmente debole quando non corrotta, perdere in queste condizioni è un onore. Con il corollario metafisico che il potere, in quanto tale, corrompe. Abbacinata per troppi anni da questa convinzione inespressa, la sinistra italiana ha perso, regolarmente, tutti gli appuntamenti con la storia.

La “diversità” è, anche, un’altra forma dell’arretratezza italiana. Tutte le democrazie occidentali si sono sviluppare lungo un asse destra liberale/sinistra socialdemocratica: soltanto in Italia l’egemonia di un partito comunista ha segnato così pesantemente il sistema politico (e naturalmente anche quello culturale), cancellando nei fatti la possibilità stessa dell’alternativa.

L’anomalia del Pci, anziché essere affrontata e risolta, come ci si sarebbe aspettati da un gruppo dirigente responsabile, cioè impegnato nella conquista democratica del governo e non nella tutela di sé e dei propri privilegi castali, è diventata invece un motivo di orgoglio. L’Italia, si è detto spesso a sinistra, almeno dagli anni Sessanta del secolo scorso in poi, è un “laboratorio”: qui si sperimentano le formule politiche più interessanti, più innovative, più fantasiose. La grande sciocchezza della “terza via” – cioè l’illusione di poter essere né comunisti né socialdemocratici – conquista rapidamente un’immensa popolarità perché in questo modo, come sempre accade in Italia, un elemento di arretratezza si trasforma magicamente (e illusoriamente) in un vanto, in un tratto originale, in una diversità di cui andare fieramente orgogliosi.

La “terza via”, del resto, non era che una riproposizione della “via italiana al socialismo”, la grande trovata con cui Togliatti inventò il partito a due scomparti, democratico e riformista nel gioco politico locale e nazionale, sovietico in politica estera e nelle fonti di finanziamento. Di italiano, nella “via italiana”, c’è dunque, e vistosamente, molto: la vocazione al compromesso, una certa vigliaccheria, l’idea che le verità siano sempre almeno due, il tornaconto personale, l’ambiguità, la furbizia.

È la furbizia di Togliatti, in un popolo di furbi, a plasmare i comunisti italiani, e a renderli ben presto egemoni a sinistra. Il senso di superiorità si sposa perfettamente all’ambiguità gesuitica dei capi; l’autoreferenzialità rafforza i vincoli comunitari dei militanti; ogni compromesso è giustificato alla luce di una verità superiore; le opinioni personali sono riservate alla sfera privata; la disciplina è rigorosa quanto generoso è il perdono. Sembra davvero la Chiesa cattolica plasmata dalla Controriforma.

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Il “cattocomunismo” – e ne parleremo qui una volta per tutte – non è una sintesi più o meno riuscita di culture diverse, né un incontro, né un dialogo; e non è neppure un esperimento politico più o meno avanzato, più o meno significativo: è, né più né meno, il modo d’essere del comunismo italiano, il modo italiano di essere comunisti.

I tentativi di elaborazione teorica e culturale, così come i programmi politici o la strategia delle alleanze, costituiscono in questo quadro un aspetto del tutto secondario e irrilevante, che infatti viene regolarmente manipolato e persino rovesciato a seconda delle convenienze tattiche e delle opportunità che si presentano. Come i Gesuiti, anche i comunisti in nome della causa e a fin di bene possono stringere qualsiasi alleanza, sottoscrivere qualsiasi dichiarazione di principio, interpretare in qualsiasi modo qualsivoglia testo o documento ufficiale, e mutare qualsiasi opinione nella contraria.

Se ne accorse con ilare chiarezza Luigi Barzini all’inizio degli anni Sessanta: “Gramsci non visse quanto bastava per vedere persino il suo piccolo ed eroico partito trasformato, dopo l’ultima guerra, in un’ennesima e vasta associazione all’italiana di mutua assistenza, diretta solo vagamente dall’ortodossia ideologica, e soprattutto da un agile senso tattico di adattamento.”

Il cattocomunismo costruisce il suo equilibrio vincente mediando con furba sapienza fra ideologie vagamente (o espressamente) totalitarie, antindividualiste e antimoderne, e pratiche consociative, compromissorie, lottizzatrici, immobiliste. E quando comunisti e democristiani finalmente si incontreranno per fare un governo insieme – in pompa magna nel 1976, come reduci scampati ad una guerra termonucleare nel 1996 –, il risultato sarà il mesto incontro di due conservatorismi, che spengono sul nascere ogni speranza di rinnovamento, rinunciano alla sfida della modernizzazione, rapidamente ripiegano nella gestione feudale dell’esistente, e infine crollano nell’impopolarità generale.

Non dev’essere un caso se le due vere novità della storia politica repubblicana – Bettino Craxi e Silvio Berlusconi – acquistano, ciascuno a modo suo, centralità politica e culturale proprio all’indomani del fallimento dei due soli governi cattocomunisti – guidati rispettivamente da Giulio Andreotti e da Romano Prodi –  che l’Italia abbia mai avuto.

Intorno a questo nucleo ideologico a doppio strato – il sol dell’avvenire e la consociazione –, il Pci di Togliatti costruì rapidamente una vera e propria Italia alternativa: ovvero, per usare un’espressione più comune, un radicato sistema di potere che sopravvive ancor oggi. Case editrici, riviste, produzioni cinematografiche, giornali, festival e rassegne, università e fondazioni: il mercato della cultura italiana divenne ben presto controllato quasi esclusivamente dai comunisti.

Colpa, certo, di una Dc disattenta al “culturame” e concentrata esclusivamente – e profeticamente – sul ministero della Pubblica istruzione, che non lascerà mai per cinquant’anni, e sul nascente mezzo televisivo, che dominerà fino alla fine degli anni Settanta. Ma, soprattutto, merito di una scelta strategica lungimirante, di cui va dato atto a Togliatti.

Il fatto è che questa scelta – l’egemonia del Pci sulla cultura italiana – ha finito col perpetuare, in forme sempre più devastanti, la tradizionale arretratezza dei nostri intellettuali, sostanzialmente tagliati fuori dal pensiero contemporaneo più vivace, e prigionieri invece di una vulgata crociano-gramsciana che li ha sempre più allontanati da quanto di nuovo e importante accadeva nelle università e sulle riviste straniere. O forse vale l’inverso: proprio perché arretrati, i nostri intellettuali sono diventati en masse comunisti. Di certo, il nostro zdanovismo è stato provinciale, conservatore e impregnato di idealismo: per questo oggi non esiste una cultura di sinistra in Italia, ma soltanto un suo sistema di potere culturale.

Egemonia culturale in Italia ed egemonia politica sulla sinistra procedono di pari passo, e ben presto definiscono il ruolo del Pci nel Paese. Sono queste le due cause della mancanza, caso unico in Europa, di una sinistra moderna, riformista, socialdemocratica. Ogni volta che s’è presentata l’occasione riformista – dalla scissione socialdemocratica di Saragat del ’47 alla crisi del ’56 seguita all’invasione sovietica dell’Ungheria, dal primo centro-sinistra degli anni Sessanta al Psi di Craxi degli anni Settanta e Ottanta – il Pci si è sempre schierato fermamente all’opposizione, ha boicottato in ogni modo e con tutti i mezzi la novità politica e culturale che si andava profilando, e così comportandosi, in virtù della sua forza, l’ha condannata presto o tardi alla sconfitta.

È la posizione ostruzionistica del Pci, rilevante tanto per la mole elettorale e organizzativa quanto per la costanza nel tempo, ad aver fatto fallire ogni tentativo di costruire in Italia una cultura e una politica riformiste. Da Saragat a Craxi, nessuno è sopravvissuto al corpo morto della “diversità”. Che, per una crudele ironia della storia, il Pci morente seppe brandire anche contro se stesso: quando nel 1989 cade il Muro di Berlino, Occhetto infatti scioglie il Pci continuando a difenderne la diversità e l’originalità rispetto al “socialismo reale”, sbarrando la strada al riformismo con il pretesto che in Italia fosse “craxiano”, e tornando al mito di una nuova “terza via” che avrebbe dovuto andare “oltre” le tradizioni socialdemocratiche europee – salvo poi, nell’azione politica concreta, accodarsi ai giudici e alle inchieste di Mani Pulite nella speranza di cavarne quel vantaggio politico che le urne erano reticenti ad affidargli.

Il risultato è che ancora oggi, vent’anni dopo la “svolta” di Occhetto, nessuno sa che cosa sia e che cosa voglia il Partito democratico, che della lunga agonia del Pci è l’ultima, fatiscente incarnazione.

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Così la sinistra si ritrova oggi minoranza nel proprio stesso elettorato, tradisce quotidianamente i propri ideali libertari sposando la lugubre causa giustizialista, alimenta un sistema di potere sempre più asfittico, non riesce a venire a capo di un dilemma – se essere “riformisti” o “radicali” – che il resto del mondo ha archiviato mezzo secolo fa, è felicemente e consapevolmente prigioniera della conservazione, detesta gli italiani che continuano a non votarla, e quando non diffida della modernità ne imita malamente gli aspetti più volgari.

In altre parole, la sinistra in Italia non esiste. E se non ci fosse Berlusconi, non saprebbe neppure come riempirsi le giornate.