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L’illusione fiscale

L’illusione fiscale è un aspetto concreto della nostra realtà metapolitica. Le tante parole spese per la libertà, l’eguaglianza, la fraternità, sono come racchiuse nel ventre di una gestante, “impudico scrigno di vita e di lussuria”, così come lo sono nella bocca del ministro Tremonti quando chiede “Chi paga?” alla richiesta della riforma di tutte le riforme italiane, quella fiscale. Quel che ne sarà partorito non si sa. Perché non si sa? Perché l’idea stessa di nazione, nel caso dell’Italia, è un’illusione che marcisce da 150 anni, poco meno. Ammesso che chi la realizzò sapesse quel che stava facendo. Ne dubito. Ne dubito se a 150 anni dalla sua nascita l’Italia è ancora estranea a se stessa perché intimamente raccolta nelle sue specificità incoscienti.

Scrivere di fisco è come scrivere di Dio o di sesso (anche considerandoli diversi tra loro, senza esserlo perché se per il credente Dio è la fonte della vita, il sesso lo è per l’ateo), perché scrivere di fisco induce formalità sulle ragioni che muovono gli uni o gli altri in una convinzione binaria, senza vie di mezzo perché, di fatto, non esistono: c’è chi dà e chi riceve. Punto. Se la questione è “Chi paga?”, allora chi paga è la chiave di volta perché chi riceve non conta. Lui è il risultato, il traguardo, il fine, la ragione di questa generosità coatta o libera che sia. E se fosse libera non vi sarebbe questione. Dunque libera non è.

La questione fiscale è complessa oltre misura perché oltre misura sono le sue contraddizioni. Non rispetta la Costituzione, ed è poca cosa, laddove indica: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”, quando, indipendentemente dal reddito prodotto, lo Stato pretende, salvo sue azioni censorie e punitive, un contributo. Ma da chi? Da tutti? No. Lo Stato divide tra chi ha diritto al lavoro (“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”) e chi ha il dovere di esercitare un’attività (“Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”).

Ha creato una società politica elefantiaca giustificandola con la necessità d’applicare il controllo, a garanzia del diritto, su chi ha il dovere di promuoverlo, sulla società civile. Così facendo ha posto le basi del rifiuto ad appartenere alla nazione che, da garante di tutti i suoi cittadini, si è trasformata in oppressore a vantaggio dei cosiddetti portatori di diritto senza doveri; o meglio dei parassiti.

Chi paga le  tasse sono solo le imprese e le loro maestranze, che tutelano facendosi carico di ogni loro obbligo. Il resto della società non paga. Dipendenti pubblici, pensionati, disoccupati, studenti e molti altri non pagano; il loro dovere alla contribuzione si esaurisce in una partita di giro priva di valore reale.

Dunque la domanda “Chi paga?” non è la domanda giusta perché chi paga e pagherà sono sempre e solo coloro che lo possono fare: le imprese, i produttori. Ad altri, al massimo, si potrà chiedere di rinunciare al loro patrimonio. Dunque la domanda giusta è:  “Perché pagare e cosa pagare?”. La risposta è: “Pagare per avere vantaggi che altrimenti non avrei”.

Trascurando chi riceve, che nella questione fiscale non conta nulla se non nella misura in cui, usando un modo di dire d’altri tempi, le loro potenti lobbies impediscono da una posizione privilegiata (quella parassitaria) di modificare tramite la democrazia politica ogni aberrazione istituzionale, chi ha l’onere di sostenere la spesa, lo deve poter fare nella convinzione che da ciò possa trarre vantaggio, se non contingente, almeno in prospettiva.

È questa la realtà? No. Non è possibile restituire l’immenso debito che lo Stato ha accumulato e che è il maggior vincolo sulla quota della percentuale di prelievo.

La cosa si complica se alle ragioni del fallimento interno allo Stato italiano, si fondono le ragioni ancora più complesse di quella macchina che si chiama Unione europea e se, a queste, si uniscono le ragioni del mercato finanziario che, di fatto, possiede moltissima della parte della spesa pubblica procrastinata coi titoli di Stato dei Paesi membri.

L’Ue è ad uno stato primordiale ed infantile. Infatti, non produce sviluppo ma lo limitata governandolo. È una macchina essenzialmente burocratica che ha la necessità di sostituirsi a tutte le burocrazie degli Stati membri, unificandole. Dunque è affatto promotrice di crisi dei sistemi politici interni agli Stati membri per potersi sostituire ad essi. Per sostenere la spesa burocratica dell’Unione si deve rinunciare alla spesa burocratica interna; ciò implica la perdita di sovranità nazionale d’ogni singola nazione facendola dipendere dall’ultima che sopravviverà: la più forte, in una sorta di darwinismo istituzionale.

È da questo punto di vista che si deve guardare ai fallimenti finanziari di molti Stati membri dell’Unione: perché sono congeniali alla sua crescita in senso politico oltre che economico-finanziario. Le loro popolazioni non avranno come scopo del loro agire il soddisfacimento dei loro bisogni, ma l’avranno quelli di chi possiede il debito che gli Stati nazionali ha procurato ai primi.

Dunque qual è l’illusione fiscale? È immaginare che le condizioni democratiche delle popolazioni italiane, nel caso specifico, possano essere sostenute dalle ragioni per cui lo Stato esiste. Non è vero. Lo Stato è un oggetto a sé stante che provvede a sé stesso e per sé stesso senza essere espressione di quella etica che ha sostituito l’era medioevale con la moderna – la libertà, l’eguaglianza, la fraternità – ma in funzione di una società politica parassitaria egemone su quella civile e produttrice.

Ogni riforma fiscale avrà come scopo finale l’attenersi alle ragioni della società politica, serva sciocca di realtà finanziarie che hanno nelle mani il suo destino e che a loro piegherà la dignità delle popolazioni che rappresenta.

104 commenti a “L’illusione fiscale”

  1. Liutprando scrive:

    Tremonti: “Manovra responsabile” I ministri senza stipendio da luglio

    Qualcosa si muove. Speriamo non siano le solite chiacchiere a vuoto.

  2. Liutprando scrive:

    Wen Jiabao: la Cina è pronta ad acquistare debito sovrano in Europa

    Taac!

    Tutti servi dei compagni capitalisti.

  3. Liutprando scrive:

    Wen Jiabao, che ha ribadito: «Le attuali difficoltà dell’Europa hanno una natura temporanea e possono essere superate gradualmente se verranno realizzate le riforme».

    C’è qualcosa di ridicolo in questa dichiarazione.

  4. Liutprando scrive:

    La cancelliera Merkel ha dichiarato: «Sono d’accordo con Wen di approfondire sensibilmente i rapporti di investimento» tra Germania e Cina.

    Cari ragazzi tempi duri per gli scrocconi.
    Non durano, non possono durare.

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