Il ‘Cap-and-Trade’ del CO2

Il Cap-and-Trade è un meccanismo geniale per riempire le tasche di pochi furbi con i soldi dei contribuenti  europei (ma soprattutto italiani) e fornire visibilità a politici cinici ed irresponsabili, senza tuttavia apportare alcun beneficio misurabile all’ambiente. E’ un meccanismo che deprime le già depresse economie europee. E che rende ancor più appetibile la delocalizzazione delle industrie verso i paesi non soggetti ai vincoli del Protocollo di Kyoto ( che sono in tutto 155). Il meccanismo è semplice, risponde alla logica KISS. E’ stato istituito il 13 ottobre 2003, con direttiva 2003/87/CE. Sono soggette ad esso oltre 10.000 aziende che consumano o producono più di 20 MW, nel settore energetico e/o industriale, produttori che, per i loro processi, generano CO2 ed altri gas serra, ed anche composti inquinanti. Ciò rappresenta circa la metà del totale di emissione di CO2 della Ue e circa il 40% del totale di emissione dei cosiddetti gas serra. Ogni azienda riceve un determinato quantitativo di “diritti di emissione”, che corrisponde ad un certo numero di tonnellate/anno di CO2. Per evitare le variabilità causate dal clima ed altri fattori, i diritti vengono emessi per un determinato periodo di tempo. Siamo nella II fase, in Europa: cominciata il 1 gen 2008, finirà il 31/12/2012. Fase che dovrà, in accordo con il trattato di Kyoto, chiudersi con una riduzione delle emissioni totali Ue dell’8%, rispetto al quantitativo emesso nel 1990. Ciascuna azienda è tenuta a monitorare le proprie emissioni. Ogni anno deve restituire al governo il quantitativo di diritti di emissione corrispondente all’ammontare emesso durante l’anno. Se ha emesso di più, deve pagare una ammenda di 100 Euro per ogni tonnellata in eccesso emessa. Il pagamento dell’ammenda non solleva il gestore dal dover restituire le quote corrispondenti (art 16). Ergo, per la differenza, deve comprarle sul mercato libero . Se ha emesso di meno, può vendere le sue quote, e ricavarne un (spesso lauto) profitto. Esiste una borsa dove i “crediti” vengono scambiati a prezzo di mercato, cioè in base a domanda ed offerta. Non solo tra paesi Ue, ma anche fra paesi non aderenti al protocollo di Kyoto, tipicamente i paesi emergenti ed il terzo, quarto e quinto mondo. Il concetto è che bisogna punire doppiamente l’inquinatore untore: paga l’ammenda, e compra i diritti che ti mancano. Magari da un furbetto del quartiere(verde). Tipico della mentalità vendicativa di certo ambientalismo savonaroliniano. I criteri di assegnazione delle quote tengono in conto svariati parametri. La direttiva è sufficientemente generica da permettere manovre allo scopo di ottenere più quote, oppure di nascondere fatti che farebbero diminuire la loro quantità al momento dell’assegnazione.  Il meccanismo de controllo fa acqua da tutte le parti, soprattutto da noi. Quote che, comunque, sono gratuite solo per il 90% del totale. Per il 10%, vanno pagate. Una eco-tassa mascherata sull’energia e sulle attività economiche di ogni tipo, che si scarica, ovviamente, sul contribuente europeo. Che paga senza neppure sapere quanto, e senza sapere perché. E senza sapere che, comunque, quel che paga non serve ad abbassare la temperatura  media del pianeta neppure di un centesimo di grado centigrado. (1 – continua)