Dieci risposte sul diritto d’autore

Un appello promosso dalla Siae e da Confindustria Cultura e firmato da autori come Carmen Cosnoli, produttori come Caterina Caselli, registi come Vanzina etc. e aziende del settore risponde alla mobilitazione che ha investito (con qualche successo) la delibera dell’Agcom sui temi della difesa del copyright in rete. E i toni oscillano, come sempre tra apocalisse e vittimismo: sul leit motiv “Perché non volete che sia difeso il diritto d’autore?”. Sacrosanta rivendicazione che andrebbe collocata in uno scenario cambiato da tempo cercando, oltre alle difese, anche le nuove opportunità.

Alle dieci (nuovo numero sacro della Kabala di Repubblica) domande vengono in mente almeno dieci risposte.

1. Perché il diritto d’autore, che fuori dalla rete è riconosciuto, in rete non deve essere remunerato?
Bugia: nessuno dei critici della delibera dell’Agcom ritiene che il diritto d’autore non debba essere tutelato.

2. Perché coloro che criticano il provvedimento Agcom non criticano anzitutto il furto della proprietà intellettuale? Perché impedire la messa in rete di proprietà intellettuale acquisita illegalmente dovrebbe essere considerata una forma di censura?
La proprietà intellettuale è garantita da leggi chiarissime che nessuno mette in discussione, anzi si tratta di implementarle al meglio anche grazie alle tecnologie (video Id etc.)

3. Perché dovrebbe risultare ingiusto colpire chi illegalmente sfrutta il lavoro degli altri?
E’ giusto colpire i comportamenti criminali, discutibile che debba essere una autorità amministrativa o che si chieda ai provider un ruolo di polizia. A meno di non voler riconoscere ai conducenti dei treni la possibilità di arrestare un presunto terrorista in viaggio e ai messi comunali di riterare un giornale dalle edicole se viene denunciata la violazione di un diritto d’autore.

4. Perché si ritiene giusto pagare la connessione della rete, che non è mai gratis, ed ingiusto pagare i contenuti? E perché non ci si chiede cosa sarebbe la rete senza i contenuti?
In verità aumenta il numero di persone disposte a pagare contenuti di qualità a prezzi competitivi, e aumenta il business da perte di quelli che sanno utilizzarlo: nella musica, come nel video. La banda occupata da provider di contenuti a pagamento Netflix (inesistente in Europa) ha superato i download gratuiti dei torrent nel mondo. Svegliatevi gli autori fanno i soldi con World Of Warcraft, con l’IPTv, con i film, con Itunes !

5. Perché il diritto all’equo compenso viene strumentalmente, da alcuni, chiamato tassa? Perché non sono chiamate tasse i compensi di medici, ingegneri, avvocati, meccanici, idraulici, etc.?
L’equo compenso è imposto sui device e non sull’uso dell’opera di ingegno. Perché definirlo altrimenti? E’ come se per compensare medici, ingegneri, avvocati e idraulici, lo Stato tassasse attraverso una agenzia unica e con i suoi gabellieri pagati in percentuale i malati e l’uso delle medicine, delle penne e dell’acqua, i divorzi e ricorsi per poi girarli ai professionisti! L’equo compenso per di più viene imposto senza nemmeno accertare che io usi il mio IPod per immagazzinare canzoni mie o documenti e foto che io ho fatto o le opere dell’ingegno di altri.

6. Perché Internet, che per molte imprese rappresenta una opportunità di lavoro, per gli autori e gli editori deve rappresentare un pericolo?
E questa è una sindrome da cui una industria arretrata, assistita e provinciale deve curarsi. Il pericolo c’è, ma come mai gli autori debbono vedere solo quello e non l’opportunità e i vantaggi che già ottengono?

7. Perché nessuno si chiede a tutela di quali interessi si vuole creare questa contrapposizione (che semplicemente non esiste) tra autori e produttori di contenuti e utenti?
In Italia c’è sempre un “cui prodest”, un complotto, soprattutto se riguarda posizioni consolidate  che in verità sono le uniche tutelate da leggi, incentivi e da comitati e persino dall’ aumento delle tasse sulla benzina….Non c’è un comitato per la libertà della rete ce n’è solo uno contro la pirateria. Non giova agli artisti, agli autori, ai loro profitti la potenza della rete? Ci sarebbe un Checco Zalone (si è scordato di firmare ?) senza i suoi pezzi in rete ?

8. Perché dovremmo essere contro la libertà dei consumatori? Ma quale libertà? Quella di scegliere cosa acquistare ad un prezzo equo o quella di usufruirne gratis (free syndrome) solo perché qualcuno che l’ha “rubata” te la mette a disposizione?
La libertà è la libertà e la proprietà, anche intellettuale, va tutelata, ma se a decidere con danno definitivo sulle violazoni di tale diritto è una autorità amministrativa, non c’è garanzia reale nè di giustizia nè di funzionamento

9. Perché nessuno dice che l’industria della cultura occupa in Italia quasi mezzo milione di lavoratori e le società “Over The Top” al massimo qualche decina? E perché chi accusa l’industria culturale di essere in grave ritardo sulla offerta legale di contenuti, poi vuole sottrarci quelle risorse necessarie per continuare a lavorare e dare lavoro e per investire sulle nuove tecnologie e sul futuro?
Bisognerebbe anche chiedersi che sarebbe oggi dei contenuti senza la rete, visto che proprio gli Over The Top con la loro concorrenza e con i loro investmentiin R&D abilitano il lavoro e il reddito di milioni di persone autori compresi, giornalisti compresi, società di tlc comprese il cui traffico e ricavi dati ha largamente superato quelli da comunicazioni a voce. Che poi debbano collaborare assiema alle società di telecomunicazione ad un ambiente sostenibile e profittevole per tutti è altra questione. Che non si risolve con la polizia o con i giudici. Finora le crociate non sono servite a nulla e i tribunali (vedi vicenda About Elly contro Yahoo) dicono cose opposte.

10. Perché, secondo alcuni, non abbiamo il diritto di difendere il frutto del nostro lavoro, non possiamo avere pari dignità e dobbiamo continuare a essere “ figli di un Dio minore”?
Il vittimismo non aiuta i figli di qualunque Dio ad emanciparsi: il settore digitale è quello che è cresciuto di più nel Pil, le piccole le imprese on line (non gli Over The Top) sono quelle che hanno creato più occupazione in tempo di crisi. L’industria dei contenuti “as it is” non è competitiva, non è sana, è stretta tra oligopolio e assistenza. E’ ora che si faccia delle domande e delle risposte delle risposte anche sulla Siae e su Confindustria.