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Un futuro senza partiti

Destra e sinistra, due schieramenti politici che hanno caratterizzato la storia moderna. Due fazioni opposte che ieri e oggi hanno combattuto e combattono in Parlamento per ideali e progetti che divergono uno dall’altro. Secondo gli economisti mondiali non è tanto l’obiettivo che divide la destra e la sinistra in aula parlamentare, bensì è il modo con cui questo obiettivo deve essere raggiunto.

Per raggiungere il benessere dei cittadini, per costruire un sistema burocratico adatto alle esigenze della popolazione, per elaborare un sistema economico capace di adattarsi agli scambi mondiali e per amministrare nei migliori dei modi la giustizia serve un grande progetto che destra e sinistra tentano di elaborare con differenze ed analogie che nella storia si sono evolute.

Marcello Veneziani, nel suo libro di risposta a Norberto Bobbio, ha sostenuto che «se destra e sinistra non esistono bisogna inventarle» perché il modello di riferimento è sempre bipolare, in tutte le democrazie mondiali: «laburisti e conservatori, democratici o repubblicani, gollisti o socialisti, liberaldemocratici o socialdemocratici». Sia la destra che la sinistra però come tutti i fenomeni umani hanno un inizio, uno sviluppo e una fine. Basti pensare all’importanza che questi schieramenti hanno assunto durante la storia delle moderne democrazie mondiali e come oggi tali schieramenti stiano perdendo terreno. I due schieramenti si possono dunque identificare come due diverse aspirazioni politiche: una liberal-conservatrice e una fondamentalmente egualitaria. Nel tempo però anche queste divergenze storiche si sono assottigliate e hanno perso la propria importanza vedendo dunque, nel tempo, il cambiamento di idee e concetti.

Nel tempo però anche la stessa politica ha perso la propria missione “provvidenziale”: all’inizio la politica era vista come un servizio che alcune persone liberamente sceglievano di prestare ai cittadini; oggi la politica sembra perdere questo importante valore per raggiungere invece solamente i fini più spicci dei singoli uomini politici. Non importa più se il cittadino ha un adeguato livello di vita, di benessere e di istruzione: al contrario, il politico principalmente pensa al proprio benessere e al proprio rendiconto per poi arrivare nell’eventualità ad aiutare la popolazione. E’ del tutto evidente dunque che le due fazioni politiche storiche hanno avuto un inizio con la creazione dello Stato moderno, uno sviluppo che si è andato ad elaborare nel corso della storia moderna (dalla Rivoluzione francese in poi), e probabilmente avranno a breve anche una fine.

In un futuro prossimo sarà difficile parlare di partiti politici poiché le persone abbandoneranno l’idea di partito come contenitore ermetico di idee capeggiato da un presidente e preferiranno dei liberi cittadini che per il bene della comunità si candideranno senza nessun vincolo partitico e senza alcuna ideologia di partenza. Solo in questo modo la vera democrazia ha luogo, poiché viene messo in rilievo non tanto il nome di un partito ma la personalità del candidato che rappresenterà il vero benessere dei cittadini, quello stato di rappresentazione mai raggiunto fino ai giorni nostri. Forse tutto potrebbe sembrare un’utopia, ma i fatti che accadono oggi e quelli che accadranno domani ci porteranno veramente a pensare ad un futuro senza ideologie ma con tanti prosperi progetti.

Luca Erbifori

13 commenti a “Un futuro senza partiti”

  1. [...] Continua la lettura con la fonte di questo articolo: Un futuro senza partiti [...]

  2. QR DeNameland scrive:

    Può darsi, ma un fenomeno di tale portata è improbabile che cominci proprio in Italia. Per ora lascerei il tutto tra le utopie.

  3. Liutprando scrive:

    @QR
    Tutt’altro. L’Italia è nelle condizioni migliori (si fa per dire) per fare da apripista.

  4. QR DeNameland scrive:

    L’ultima volta che l’Italia ha fatto da apripista… lasciamo perdere

  5. ginoginetto scrive:

    L’utopia è già reale, vota un movimento che rinuncia ai rimborsi elettorali (1 milione e mezzo di euro), che elegge consiglieri regionali al costo di euro 2.500, che predica la politica a costo zero e vede di applicare anche la regola, manda a vaff… tutti i politici di professione e vota movimento 5 stelle. Proposta improponibile per “vecchi arnesi della politica”.

  6. Liutprando scrive:

    @QR

    Mica lo deve volere. Lo farà perché lo Stato italico non reggerà alla sua stupidità.

    A meno che riesca a far desiderare le popolazioni di fare da schiavo ai possessori esteri del suo debito pubblico.

  7. QR DeNameland scrive:

    Liutprando, so come la pensi ed ho molti dubbi. E poi, in una maniera o l’altra, le popolazioni son sempre state indotte a fare più o meno gli schiavi, e la stupidità c’è sempre stata. Caso mai io penso che la crisi internazionali dei debiti, come molte crisi, porterà ad attriti internazionali con conseguenze non buone proprio per motivare le popolazioni.

  8. Liutprando scrive:

    Che crisi internazionale vuoi che porti il fatto che non pagheranno più stipendi alla P.A. e pensioni per mancanza di grana?

    No, son solo cazzi per gli italiani così come al momento sono cazzi per i greci che hanno avuto la gentilezza di precederci.

  9. QR DeNameland scrive:

    No, la crisi internazionale potrebbe precedere la crisi della PA, e prima che smettano di pagare gli stipendi alla PA ce ne vuole. Del resto basterà un po’ di inflazione.

  10. mario57 scrive:

    notizie dalla Grecia: il governo sta per varare la mobilità per la PA

  11. Liutprando scrive:

    La crisi internazionale, ammesso che l’occidente se lo possa permettere, avrebbe come conseguenza immediata la bancarotta.
    Ma l’Italia ci arriverà prima.
    L’inflazione appoggerebbe su tutta la UE e non farebbe altro che aumentare i tassi d’interesse, visto che il controllo dei tassi d’interesse primari è prerogativa della Banca Centrale che ha quasi come unico scopo il suo controllo con ogni mezzo, anche la truffa.

    Tipo l’immissione di dollari come nei giorni scorsi.

  12. mario57 scrive:

    Nel 2001 Francia e Germania spalancarono ad Atene le porte le porte di Eurolandia. E a capo della Commissione europea c’era Romano
    L
    a grande riforma è stata annunciata nel 1995: entro vent’anni, annunciò il governo, anche la Grecia avrà il suo catasto. Fuori tempo massimo. Perché quando Atene sarà dotata, con un paio di secoli di ritardo sulla Lombardia, di una mappa del patrimonio immobiliare, la partita della permanenza della Grecia nell’area dell’euro sarà finita da un pezzo. Anche la Chiesa, pur così influente e integrata ai vertici delle istituzioni da disporre di un proprio rappresentante nel board della banca centrale, non sembra poi ansiosa di dare il buon esempio: solo due vescovi (su 10 mila pope a libro paga) si sono detti disponibili a rinunciare all’appannaggio di 2.200 euro al mese versati dallo Stato. Ma la vera polemica è scoppiata sulla tassa immobiliare che il governo Papandreou ha dovuto imporre in tutta fretta l’11 settembre scorso: i beni in mano alla Chiesa, comprese le proprietà dei monasteri, saranno esentati salvo che «non siano sfruttati a fini commerciali».

    Facile prevedere che lo Stato incasserà ben poco. Perché, in assenza di un catasto, nessuno è in grado di ipotizzare il valore dei beni in mano alla Chiesa. La quale può vantare a suo credito le opere di carità (almeno 10-12 mila pasti nelle mense per i poveri della capitale), come non può fare l’esercito degli evasori in un Paese dai costi altissimi e dalle entrate fiscali inesistenti dove, come ha scoperto con stupore un rappresentante della “trojka” europea, i dipendenti pubblici sono ancora cresciuti di numero. Ieri da Atene sono arrivati nuovi annunci di tagli nella pubblica amministrazione e una nuova super-manovra che dovrebbe mettere in riga i conti dello Stato. Ma il rischio è che si tratti dell’ennesimo maquillage. Per ottenere dalla comunità internazionale la nuova tranche da 8 miliardi infatti, la Grecia si è dovuta impegnare a tagliare il suo deficit di bilancio entro il 2014 e di vendere circa 50 miliardi di euro di beni statali. Il nuovo provvedimento prevede l’aumento del numero dei lavoratori pubblici che saranno licenziati, (passano da 20mila a 30mila entro la fine dell’anno) e nuovi tagli alle pensioni sotto i 1.200 euro e a quelle dei cittadini al di sotto dei 55 anni. La stessa comunità internazionale ha imparato però a sue spese a prendere gli annunci di Atene con le pinze.

    Un Paese ove la spesa sanitaria a carico dello Stato, 9 miliardi (due volte tanto il Belgio), è raddoppiata negli ultimi quattro anni. Un disastro, insomma. Ma un disastro annunciato perché queste tare si potevano constatare senza grosse difficoltà anche una decina di anni fa, nel 2001, quando l’Unione Europea accolse a braccia aperte la Grecia cosparsa di cantieri per le Olimpiadi. Non sollevarono obiezioni i francesi, determinati a proteggere l’avanzata delle loro banche verso il Partenone. O tantomeno i tedeschi, affamati di business e di clienti per le loro Bmw, poco importa se evasori o meno. E non fu difficile far tacere le perplessità di Eurostat, che risponde alla Commissione Europea presieduta all’epoca da Romano Prodi che era riuscito, assieme a Carlo Azeglio Ciampi, a pilotare la lira verso l’euro con tecniche simili a quelle poi utilizzate da Goldman Sachs per abbellire i conti della Grecia. Già anche nel nostro caso, tra il ’96 e il ’97, con un colpo di magia JP Morgan era riuscita a far scendere il rapporto deficit/Pil italiano dal 6,5% a cifre vicine ai parametri di Maastricht. Tutto grazie a un derivato che permise all’Italia di cedere temporaneamente una fetta di debito poi rientrata dopo l’esame di Eurostat. Una sorta di sofisticato gioco delle tre carte che, nel caso greco, oggi paghiamo tutti quanti. Salvo politici e burocrati che, di fronte allo stato del fisco di Atene, si limitano ad allargare le braccia: a noi ci hanno chiesto di controllare il deficit/Pil, mica l’evasione fiscale.

    di Ugo Bertone

  13. Liutprando, so come la pensi ed ho molti dubbi. E poi, in una maniera o l’altra, le popolazioni son sempre state indotte a fare più o meno gli schiavi, e la stupidità c’è sempre stata. Caso mai io penso che la crisi internazionali dei debiti, come molte crisi, porterà ad attriti internazionali con conseguenze non buone proprio per motivare le popolazioni.

  14. Un futuro senza partiti? Non credo sia un’utopia, credo fermamente che ciò sia possibile. Il mio ambizioso progetto lo prevede e con la mia squadra siamo, ancora agli inizi ma agguerriti, sul web con http://www.futurosenzapartiti.it, abbiamo un profilo su Facebook con http://www.facebook.com/FuturoSenzaPartiti ed è in preparazione un canale video su youtube oltre a tante grandiosi idee.
    Oggi vedo questo futuro non come un’opzione ma come una necessità.
    Penso che molti possano condividere l’idea e son aperto a qualunque confronto.

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