Qualcosa si muove nel Pd
Pubblichiamo il manifesto reso noto oggi dal Foglio con cui i T-Party del Pd (un gruppo di trentenni democratici alternativi alla generazione dei TQ, i trenta-quarantenni democratici) chiedono alla segreteria del partito una svolta sulla politica economica. Il manifesto al momento è firmato da quaranta democratici. Nei prossimi giorni verranno raccolte nuove firme.
La più grave crisi economica dal Dopoguerra a oggi coincide con una altrettanto difficile crisi politica. Gli italiani nati negli anni Settanta, Ottanta e Novanta non possono continuare ad affidare il proprio destino ai riti della politica vecchia. Il berlusconismo al crepuscolo, perso il contatto con il paese reale, sopravvive solo nel palazzo. Ha forse i numeri per una rabberciata maggioranza parlamentare ma il pallottoliere non può sostituire la politica e nella società italiana il ciclo del Cavaliere si è chiuso.
Si tratta, per il Partito democratico e per la nostra generazione, di un’opportunità straordinaria, l’occasione di chiudere una pagina per scriverne una nuova. Per concorrere a una proposta alternativa di governo che sappia guardare oltre la mera manutenzione delle nostre tradizionali aree di consenso e intercettare l’Italia profonda, inclusi i delusi del centrodestra e i tanti, troppi, tentati dall’astensionismo, soprattutto fra i nostri coetanei.
La sfida è avvicinare alla politica chi è distante, i tanti giovani che la percepiscono come qualcosa di inconcludente e negativo, da cui stare alla larga. Ma il punto di partenza deve essere chi c’è: quei ragazzi e quelle ragazze che, con una scelta controcorrente rispetto alla propria generazione, hanno deciso valesse la pena di mettersi in gioco, di impegnarsi in prima persona, di provare a cambiare il mondo partendo dal proprio quartiere o dal proprio paese. Giovani impegnati nel partito, che vivono con profondo senso di appartenenza e non come una casa provvisoria, o come un mero restyling di organizzazioni gloriose ma che oramai fanno parte dei libri di storia.
C’è chi usa il giovanilismo come una clava, da brandire verso il quartier generale, poi ci sono i quasi cinquantenni che ritengono di essere loro i portabandiera del rinnovamento e infine quelli che avrebbero i requisiti dal punto di vista anagrafico ma guardano al passato e non al futuro, imbrigliati nella nostalgia di vecchi partiti che nemmeno hanno conosciuto. Noi riteniamo si possa lavorare per un Pd aperto e innovativo, senza cadere nel vizio, vecchissimo, di scalare un partito parlandone male, senza partecipare al tiro al bersaglio verso il nostro segretario ma nemmeno aspettando il proprio turno mettendoci in fila.
La nostra generazione ha tutte le carte in regola per dare un contributo importante, perché è composta da ragazzi e ragazze che non devono ricorrere alla preposizione ex per definire la propria identità politica, perché non abbiamo mai trovato sulle schede elettorali i simboli della Dc, del Pci, o del Psi. Una generazione che non ha nostalgie né rimpianti, non sente il peso delle vecchie appartenenze, non deve sfuggire all’insidiosa tentazione di guardarsi indietro. Non abbiamo conosciuto le grandi narrazioni del passato, né il piccolo mondo antico di Peppone e don Camillo.
La nostra memoria collettiva comincia proprio dalla fine: il crollo del muro di Berlino nell’89, la stagione di Mani pulite e del maggioritario, la scomparsa o la trasformazione dei grandi partiti di massa, l’orrore e l’indignazione per le stragi mafiose dei primi anni Novanta. L’immaginario del presente si alimenta con i ricordi dell’11 settembre, della nascita dell’Euro, con l’Erasmus, con il sogno di Obama, con l’incubo Fukushima.
Il nostro tempo è quello della rete e dalla rivoluzione tecnologica che ha grandi conseguenze anche nelle pratiche sociali e nel modo di vivere lo spazio pubblico. Bersani ha giustamente evocato la categoria dei nativi del Pd, che in fondo corrisponde a quella dei digital nativi: una generazione abituata più a consultare Wikipedia o a cercare un concetto o un informazione su Google che a sfogliare le pagine di una enciclopedia. Una generazione che ha dimestichezza e confidenza con i new media, che scrive sui blog o condivide video su YouTube, che si relaziona e interagisce con gli altri attraverso i social network come Myspace, Facebook, Twitter.
Il ricambio generazionale non deve essere solo una formula di rito, la recita di un mantra da proclamare più che da realizzare, quanto piuttosto la scommessa di rendere protagonisti chi, lontano dai riflettori, nei circoli, nei banchi nei consigli comunali, provinciali e regionali, negli organismi, è già classe dirigente. Uno straordinario patrimonio di energie, impegno, fantasia e militanza, un buon punto di partenza per praticare un cambiamento che non sia solo un’operazione mediatica, o una cooptazione di polli da batteria. E per farlo crediamo sia uno strumento positivo quello delle primarie che costituisce un momento di grande partecipazione e, finché permane questa sciagurata legge elettorale, rappresenta una preziosa occasione per ridurre il divario fra cittadini e politica e la disillusione verso un Parlamento di nominati.
Vogliamo spalancare porte e finestre, e guardarci intorno. Pensiamo ai ricercatori universitari che per amore della scienza e dello studio resistono in Italia con paghe da fame, ai tanti giovani che hanno smesso di studiare e lavorano duramente, ai tantissimi che un’occupazione nemmeno ce l’hanno. E che percepiscono la politica a una distanza siderale, qualcosa che non affronta i problemi di cui parlano la sera: le tasse, come arrivare a fine mese, l’affitto da pagare, un frigo da riempire, l’utopia di costruirsi una famiglia. Ma pensiamo anche ai giovani professionisti e imprenditori frustrati. Pensiamo al farmacista senza licenza, ragazzo di bottega, del titolare o di suo figlio. Pensiamo allo Steve Jobs italiano che non riuscirebbe mai a fondare una Apple in Italia e al giovane avvocato sfruttato dai signorotti del foro che ostacolano l’ingresso e la concorrenza nella professione.
Di fronte ad una società più povera e smarrita, più incerta e insicura, una parte largamente maggioritaria delle nuove generazioni corre il rischio di avere un triste primato: quello di avere meno speranze di futuro delle generazioni che l’hanno preceduta. Viviamo in un paese a bassissima mobilità sociale in cui è ancora vergognosamente alta la probabilità che il figlio di un operaio faccia lo stesso lavoro del padre, nel caso riesca ad averlo, un lavoro. Un paese in cui il reddito e la condizione economica della famiglia sono decisivi più del merito e delle capacità, nel determinare quale sarà il percorso di studi, il lavoro, le opportunità nella vita. Questo è particolarmente grave in una nazione in cui esiste un grande divario tra nord e sud e tra periferia e centro, ed è particolarmente grave in un paese con alto tasso di evasione fiscale e in cui il 10 per cento delle famiglie possiede il 40 per cento dei patrimoni.
Un paese in cui ogni ambito di “potere” – nella politica come nell’impresa, nei media – è precluso a un giacimento immenso di persone da una barriera geriatrica. Nel settore delle libere professioni gli ordini funzionano come caste chiuse, corporazioni medievali il cui ponte levatoio si apre solo per cooptazione. Nelle università, spesso non conta il merito, la preparazione e nemmeno la genialità; insegnano i baroni, i loro figli o cognati mentre nel resto del mondo ha trent’anni si può ottenere una cattedra o guidare un laboratorio.
Riteniamo che l’Italia abbia bisogno di una terapia d’urto, servono liberalizzazioni, serve un dimagrimento del peso degli sprechi nella pubblica amministrazione e dei costi della politica, serve una riforma del fisco che favorisca chi lavora e chi produce, serve concorrenza dove non ce n’è o dove non ce n’è abbastanza, serve un mercato del lavoro in cui venga superato l’apartheid tra protetti e non protetti con una riforma all’insegna della flexsecurity, come spesso ricordano Francesco Giavazzi e Alberto Alesina.
I problemi principali che rallentano l’Italia e rendono insostenibile il suo debito sono la produttività, la precarietà e il tasso di occupazione. La produttività è bassa per mancanza di investimenti in organizzazione, formazione e innovazione. Il tasso di occupazione è basso per la scarsa partecipazione al lavoro di donne, giovani e anziani. La precarietà è causa di scarsa produttività, perché le imprese puntano su bassi salari invece che sull’innovazione per competere. La mancanza di welfare per le donne limita la loro partecipazione al mercato del lavoro.
Per questi motivi va ripensato profondamente il sistema di Welfare che ha bisogno di una maggiore equità generazionale e di genere. Quello dell’innalzamento dell’età pensionabile non può essere un tabù: bisogna avere il coraggio di mettere mano a una riforma strutturale del sistema pensionistico che non sia completamente a scapito di chi oggi ha trent’anni. Lo sbilanciamento sul fronte pensionistico, inoltre, causa da decenni l’insufficienza di risorse e strumenti per il diritto allo studio, per le famiglie, per le donne, per i disoccupati. Nonostante questo fosse noto, la sinistra massimalista continua a forzare i governi di centro sinistra verso misure inopportune, come la famigerata abolizione dello scalone.
Sono noti anche i possibili interventi in materia di lavoro e di welfare, ma la politica ne discute senza agire. Quanto a lungo dovremmo ancora parlare della parificazione del costo contributivo dei contratti o dell’introduzione di un contratto unico a protezione progressiva, dello statuto dei lavoratori autonomi?
Dobbiamo essere il partito che accetta la sfida di coniugare competitività e coesione sociale, rimettere il paese in movimento e allo stesso tempo aiutare i più deboli, creando maggiori opportunità per il popolo dei non garantiti, per tutti coloro che sono rimasti fuori dal fortino dei privilegi. I partiti politici, i sindacati e i datori di lavoro si sono confrontati negli ultimi due decenni in maniera ideologica e improduttiva. Il dibattito si è sempre bloccato seguendo una esplicita strategia di conservazione dei sindacati, dei populisti di destra e di sinistra, e delle imprese. Lo sterile dibattito sull’articolo 18 è un ottimo esempio di rito ideologico e conservatore condotto da tutti gli attori coinvolti nel dibattito e nelle trattative.
Crediamo che la stagione dei governi Prodi non sia per nulla riducibile in maniera caricaturale a un’operazione neo-liberista, né si possa liquidare ingenerosamente in un fallimento. Noi riteniamo che quell’esperienza non possa ritenersi pienamente riuscita non perché ha perseguito il progetto di riforme liberali ma, al contrario, perché immobilizzata da veti e ricatti di una coalizione male assortita, non è riuscita a portarlo avanti fino in fondo. Il primo governo Prodi, d’altronde, cadde per non assecondare il ricatto di Rifondazione sulle 35 ore, esperimento quello della riduzione dell’orario di lavoro, che peraltro 15 anni dopo, si è archiviato come fallimentare in tutta Europa.
Gli Italiani nati negli anni Settanta, Ottanta e Novanta sono figli di quell’esperienza, dell’intuizione feconda dell’Ulivo di Romano Prodi, della sua profonda ispirazione europeista. Della spettacolare rimonta con cui il suo primo governo, con Carlo Azeglio Ciampi al Tesoro, ha consentito all’Italia di centrare l’obiettivo dell’Euro, la più grande riforma degli ultimi anni. La moneta unica di cui oggi dovremmo apprezzare pienamente il valore sebbene i conservatori di destra e sinistra aizzino gli italiani contro la Banca centrale europea e non contro la cattiva politica di oggi e di ieri. La politica che ha accumulato più debito di quanto sostenibile e che ha trascurato di abbatterlo quando il ciclo economico lo avrebbe permesso. La politica che ha continuato a sottoscrivere debito in nome delle future generazioni. Generazioni che, già oggi, finanziano il welfare dei padri e dei nonni, rassegnati a un futuro meno protetto e sicuro di quello delle precedenti generazioni.
Siamo figli anche di quel tentativo coraggioso di dare una scossa all’Italia che nel secondo governo Prodi ha rappresentato la lenzuolata delle liberalizzazioni di Pier Luigi Bersani. Noi riteniamo ci sia la necessità di molte altre lenzuolate con riforme ancora più radicali per liberare le energie di questo paese.
Un’epoca sta per chiudersi nella storia della politica italiana. Qualche analista ritiene che il Pd faccia parte del mondo che sta per tramontare, noi, al contrario, riteniamo che sia stato fondato per essere protagonista di quello che sta nascendo. All’orizzonte uno scenario nuovo, carico di incertezze e di speranze. Per questo non dobbiamo scaricare su altri responsabilità e rimproveri. Perché ora sta a noi.
I firmatari:
Gianluca Lioni (responsabile innovazione radiotelevisiva del Pd), Claudio Lubatti (assessore comunale ai Trasporti, Torino), Annabella De Gennaro (assessore comunale Bari), Gigi Bartone (segreteria romana Pd), Filippo Silvestri (presidente direzione nazionale Giovani Democratici), Fabio Goffo (Esecutivo nazionale Giovani Democratici), Davide Lazzari (consigliere comunale Pavia), Paolo Giacon (consigliere provinciale Padova), Giovanni Russo (consigliere comunale Vibo Valentia), Paolo Razzano (consigliere comunale Magenta), Nicola Chionetti (sindaco di Dogliani), Simone Costanzo (consigliere provinciale Frosinone), Caterina Ferri (assessore provinciale Ferrara), Riccardo Rivani (assessore Bilancio comunale Minerbio, Bologna), Lucio Cafarelli (coordinatore del Forum Lavoro del Pd), Andrea Bernardi (ricercatore universitario), Andrea Viola (consigliere provinciale Gallura), Gianluca Callido (assessore provinciale Turismo Vibo Valentia), Ubaldo Pagano (segretario organizzativo Pd provincia di Bari), Massimiliano Perazzetti (presidente consiglio comunale Citta Sant’Angelo, Pescara), Luigi Di Marco (consigliere comunale Cugnoli, Pescara), Nicola Lombardo (Presidente commissione di garanzia Pd di Sesto san Giovanni), Alfonso Cavaliere (responsabile formazione del Pd di Salerno), Mauro Calatola (segreteria provinciale Pd Salerno), Daniele Valle (Presidente terza circoscrizione Torino), Saverio Cortese (vicepresidente Cda Lazio Adisu), Emanuele Corsico Piccolini (consigliere provinciale Pavia), Enzo Del Vecchio (consigliere comunale Barletta), Saverio Mazza (segreteria provinciale, Pd Torino), Filippo Caputo (direzione regionale Pd Lombardia), Emanuele Gisci (Presidente consiglio 3° municipio Roma), Fabrizio D’Amario (assessore comunale Fossacesia, Chieti), Massimo Maddaloni (consigliere comunale Giulianiova, Teramo), Giovanni Ciavatella (consigliere comunale Felice, Pescara), Fabrizio Grillo (sindaco Cropalati), Carmine de Blasio (presidente del Pd provincia di Avellino), David Di Cosmo (presidente Giovani Democratici Lazio), Nicola Irto (consigliere comunale Reggio Calabria), Giuseppe Peta (Dipartimento nazionale enti locali Pd), Emilio Colangelo (consigliere comunale Avigliano)


[...] Guarda Originale: Qualcosa si muove nel Pd [...]
Alcuni spunti sono molto interessanti, forse la strada è quella giusta.
Qualche passaggio è di troppo, qualcun altro risente di mediazioni “limate” a dovere, ma appare evidente che, se si prosegue, tutto non potrà stare dentro.
Specialmente il giudizio sull’era Prodi.
Avrei preferito una frase secca, tipo “basta tutele o commissari esterni: la sfida della sinistra italiana è quella di voler camminare da sola, aggregare intorno ad una leadership ed un progetto riconoscibili immediatamente, in discontinuità con le esperienze passate, remote e prossime.
Il riformismo operoso di tante amministrazioni pubbliche (di cui i firmatari sono espressione) può costituire il riferimento che, dalla periferia, traduce al centro le istanze di cambiamento, democratizzazione, liberalizzazione della società e dell’economia, di pari passo con il disegno di un nuovo welfare ove sussidiarietà, protagonismo sociale ed individuale, merito e bisogno riconducano il pubblico in ambiti sostenibili e lo qualifichino in efficienza, utilità e qualificazione della spesa”.
Anche Bersani non ci sta molto, non ci azzecca, come direbbe Tonino in questo manifesto.
E’ necessario passare per un’altra batosta elettorale, per capirlo?
Non basta, poi la difesa (doverosa) della BCE.
Occorre dire per cosa si lavora, per cosa ci si impegna.
Su questo tema, Vendola è più chiaro, meno ambiguo.
Una moneta senza Stato non esiste.
O dura poco.
Noi dovremmo ben saperlo, visto che nel nostro DNa sono compresi i geni e le memorie del Rinascimento.
Le Cancellerie son roba del novecento: il nuovo secolo ha bisogno di un nuovo sogno, che possa essere realizzato: gli stati uniti d’Europa.
Bisogna dirlo, però.
Come commentato precedentemente: cazzate.
I firmatari sono tutti parassiti interessati a rimanerlo.
Falso: moneta e stato non sono interdipendenti. Lo Stato se ne è preso il monopolio, ma non è detto che debba mantenerlo.
Liut, sei una persona di buon senso.
Sai bene che dietro (o davanti) ad una moneta, c’è un governo e c’è un esercito.
Sai bene che, in difetto o latitanza di uno o più di questi componenti, il gioco (o bluff) dura poco.
Roberto 1
Se mi vuoi dire che lo Stato non lascerà facilmente l’origine del suo potere, sono d’accordo con te.
Ma ciò non significa che lo strumento per le transazioni dei beni debba essere per forza controllato dallo Stato. Oggi, infatti, la moneta non è dello Stato, ma della BCE. Legarla al diritto pubblico in cambio del monopolio è un modo di essere partecipe ai destini della moneta ma non possederla.
I titoli azionari posso essere moneta di scambio, le obbligazioni, i BOT, i CCT, e qualunque strumento finanziario, compreso le carte di credito.
È possibile anche il baratto, tornato di moda in Grecia.
Un po’ di novità ci sono. La cosa peggiore è il linguaggio, ancora enfatico, vacuamente immaginifico. Rondo dovrebbe riscriverlo in italiano (così, giusto come esercizio di stile)
Sulla moneta ha ragione Liutprando.
E io per dimostrarlo offro le mie prestazioni lavorative, in baratto di solo un pò d’oro. Non chiedo soldi, non sono una persona attaccata al vil denaro.
Almeno non a quello inflazionabile e stampabile a piacimento che caratterizza il denaro statale.
Per amore de che?
Ah, quoto anche il “cazzate” riguardo il propostone di qualcuno del PD che però non è il segretario.
Con tutte le cazzate scritte a seguito.
“avvicinare la gente alla politica”
A parte che questa frase la diceva nel discorso pre elettorale Nitti, e da allora si è avvicinata talmente tanta, ma talmente tanta gente alla politica, che adesso politica e questa gente sono li a mangiare tutti insieme….
Poi si certo, il bla bla liberista, c’è bisogno di liberalizzare, di concorrenza, di sviluppare la crescita.
Poi pensi che tutto questo significa mettere su un D’alema, una Bindi o un altro Visco e pensi:
Questi si che ci sviluppano la crescita e la concorrenza.
Ancora me li ricordo le tonnellate di tasse che hanno levato e la concorrenza che hanno sviluppato.
Poi leggi che non reputano il governo Frodi e Fisco un fallimento e neppure una “operazione neo-liberista”. E ti dici. Beh, meno male che non hanno scambiato Visco per un liberista, non sono proprio ciechi. Ti chiedi cosa sia che non sia stato un fallimento, ma ti rispondi da solo. Non è un fallimento perché chi scrive l’articolo era al potere.
Poi citano le lenzuolate di Bersani. Che alla fine sono state un fazzoletto da taschino che non mi pare abbiano cambiato alcunché…
Taxi sempre limitati, farmacisti veri che vendono solo finte medicine nei supermercati (ma chi li ha visti poi?). Forse i parrucchieri possono aprire di lunedì adesso.
Beh complimenti, un diritto risalente al tardo medioevo è stato riacquisito con Bersani.
Sono in attesa del manifesto di Giggino per Italia Tua. Su questo leggo molte chiacchere. Palloncini gonfiati ?
SIETE VOI BUROCRATI LA MALEDIZIONE DEL PAESE.
“…Noi riteniamo ci sia la necessità di molte altre lenzuolate con riforme ancora più radicali per liberare le energie di questo paese…”
Una montagna di chiacchiere senza nessuna precisa e chiara indicazione.
Se questa retorica da incalliti burocrati é il nuovo che avanza possiamo essere certi che il Paese che lavora e produce non avrá nessuna speranza di risorgere.
É solo il manifesto di una nuova classe burocratica che pensa solo ai propi interessi e al propio potere probabilmente tuttavia peggiore di quella che domina attualmente il Paese.
purtroppo “la loro memoria collettiva inizia proprio dalla fine: dal crollo del muro di Berlino”.
IL PROBLEMA DEL PAESE SIETE VOI BRUTTI EGOISTI BUROCRATI SENZA NESSUNA INTELLIGENZA
Il Paese potrá risorgere solo quando si fará completa pulizia del vostro marciume parassitario sopra ai lavoratori e alle imprese.
PARLANO DELLA CADUTA DEL MURO DI BERLINO
Ma non lo dicono che i regimi del socialismo reale si sgretolarono grazie al peso insostenibile della classe burocratica parassitaria e repressiva sopra la pelle dei lavoratori.
SCIOPERO FISCALE
É il giusto insetticida per ripulire il Paese civile dalla piaga putrefatta di questi schifosi parassiti.
Tante buone intenzioni(di cui tra l’altro è lastricata la strada dell’inferno), ma poche proposte di come fare quelle cose, che sono le stesse che tutti riconoscono che devono essere fatte. Tutti auspicano il cambio generazionale, ma non vorrei che si arrivasse a fare una legge per le quote giovani, d’ufficio.
la prima cosa che dovrebbe fare il ‘nuovo pd’ è bandire ‘bella ciao’
Mi piacerebbe leggere, sui manifesti del T-PArty del Pd ( meno elle, come dice Grillo?) e su quello dei TQ del PD ( i trenta-quarantenni) un elenco di cose da fare fatto di nomi, cognomi e indirizzi, non le solite “aspirazioni”. E per nomi e cognomi e indirizzo non intendo necessariamente delle persone, ma ANCHE ( come diceva il buon Veltroni SePòFà) delle persone: chi deve andare a casa perchè il suo lavoro non serve più( politici, burocrati,dipendenti), chi deve andare a casa perchè il suo lavoro è parassitismo puro, chi deve pagare le tasse non pagate, quali leggi o regolamenti devono essere cancellati, quali attività devono essere incentivate e aiutate e come, ecc.ecc.
Di ” annunciazione, annunciazione” (grande Troisi)siamo pieni e stufi. Se i T-Party Pd ed i TQ Pd cominciano con le “anunciazioni”, cominciano male.
Mi piacerebbe anche che dicessero, per esempio, che i dipendenti pubblici sono tutti “statali” e quindi soggetti alle stesse leggi: basta con i dipendenti della provincia, a quelli della regione,per esempio. Non è possibile che lo Stato finanzi delle sue strutture e queste poi usano i soldi per i privilegi dei propri burocrati e dipendenti ( vedi la Sicilia, per esempio).
Mi piacerebbe che si dicesse apertamente che i “privilegi” delle Regioni a statuto speciale devono essere abolite: siamo in Europa, ecc. ecc. e abbiamo le “riserve indiane” dove fanno la bella vita con i soldi degli altri?
a me invece piacerebbe sapere da dove scrive mauro1, che critica gli sprechi dellas sicilia.
magari scrive dalla lombardia, dove ci sono aeroporti come quello di brescia che hanno tutto, ma proprio tutto: piste,parcheggi, servizi, addetti ai bagagli, controllori di volo, addetti alla sicurezza, facchini, addetti alle pulizie, amministrativi, dirigenti e amministratori, impiegati e stagisti…
tutto, tranne i viaggiatori…
figo eh?
se questo aeroporto fosse in calabria o in sicilia, striscia la notizia ci avrebbe campato per anni. sta in lombardia? non importa a nessuno…
Non è questione di Nord o Sud, Axenos.
Lo spreco è tale ad ogni latitudine.
Se questa è la situazione di Brescia, sono daccordo con lei.
Anzi, sono daccordo “a prescindere”: Bergamo, Verona, Brescia, Milano……mi paiono un pò troppi questi aeroporti, nel raggio di poco più di cento KM…..
Tuttavia ammetterà che i più di 20000 dipendenti della Regione Sicilia ed i forestali Lucano-Calabri costituiscano un record ben difficilmente eguagliabile.
CAro axenos, scrivo dal Veneto, Padova. Dove di problemi ce ne sono, ovviamente. Ma non formalizzarti sulla Sicilia: era un esempio, ma anche un “none, cognoe e indirizzo”. Come quel dirigente regionale siciliano che ha una pensione da 500.000 euro lordi annui ( più di 1350 al giorno!!). Le leggi ad personam del cavaliere hanno consentito uno “stpendio” a tanti comici, commentatori, giornalisti, politici… Le pensione ad personam del siciliano no. Come mai?
Il problema è solo e sempre Berlusca?
La serietà della nostra classe dirigente e dei nostri politici comporta però una maggiore serità nei giudizi del popolo, nostra, cioè. Scimmiottare Sant’Oro, con buonuscita da qualche milione di eruro ( ogni euro vale circa 2.000 lire, ricordatelo, quindi parliamo di 2 miliardi di vecchie lire)è facile: è come essere antifascisti il 26 aprile 1945. Per alcuni è pure redditizio.
Caro axenos, io qualche none, cognome, ecc. l’ho fatto, come te per gli aereoporti. Quelli del PD, invece?
Una domanda: ma come mai, in tutto questo casino, black bloc compresi, l’estrema destra alla Casa Pound o Forza Nuova, non dà segni di vita? Nessun pestaggio agli immigrati, nessuna manifestazione contro la casta, nessun attacco ai Centri Sociali anarco-insurrezionalisti…. Non è strano? Gli frega poco, aspettano, non sanno chi menare…
Chi mi risponde?
Il “manifesto” sarebbe condivisibile e più credibile se non fosse firmato da una pletora di mantenuti dalla politica.
La stagione del governo Prodi fu fallimentare già come ideazione e non poteva non finire per come è finita.
Prodi, da quel fine economista che si reputa, per fare la politica che aveva in mente, doveva puntare al centro cercando di rubare consensi a destra.
Solo così poteva durare se non come Presidente del Consiglio, come leader di un “terzo polo”, che ora cerca di mettere insieme Casini.
Isolata l’estrema sinistra, si è illuso di cavalcare i comunisti “democratici” senza contare che fra loro c’era la vecchia nomenclatura del P.C.I.
Ora è tardi, le carte si stanno mescolando e non c’è nessun partito con una ideologia “pura” ed un programma ben definito, che poi varia nel corso della legislatura per interessi di casta, mentre spuntano demagoghi attaccati al rimborso elettorale e buoni a coglionare il prossimo.
[...] o su Europa o sul Riformista o sul Fatto o su Repubblica) il dibattito sul futuro del Pd. Dopo il manifesto dei T-Party, è l’ora del presidente della Provincia di Roma, Nicola [...]
[...] all’Aquila, convocata da Andrea Orlando, c’è stato il manifesto a sorpresa dei T-party. I trentenni ribattezzati Giovani Curdi, hanno stilato una piattaforma alternativa al continuismo [...]