The Flying Legends Air Show
Il rombo dei motori, all’inizio, bisogna immaginarselo: troppo lontani, per sentirlo. Tutti noi sappiamo però che quelle tre macchioline oscure che si avvicinano da sud-ovest non sono degli aeroplani. Sono un pezzo di storia. Tragica, cruenta, benedetta e maledetta in egual misura. Storia di sangue, miserie, eroismi. Che rammenta sofferenze e distruzioni senza fine.
Storia del male che talvolta diviene assoluto, infinito, indifferenziato, indifferente, ineluttabile come una maledizione biblica. Lo stesso male che, combattuto e sconfitto utilizzando gli stessi mezzi, hanno provocato dall’altra parte, nella Germania di Hitler, lo stesso male assoluto, infinito, indifferenziato, ineluttabile.
Quelli che infine sono abbastanza vicini da diventare riconoscibili sono un Avro Lancaster, uno Spitfire ed uno Hurricane.
Sfilano bassi di fronte al pubblico attento e silenzioso. Tace anche lo speaker. Lo Spitfire si impenna verso l’alto, e si allontana dalla formazione, che, a questo punto, rimane composta da solo due velivoli. Lo Spitfire che si allontana salendo verso il cielo rappresenta il missing man, quello che non è tornato dalla missione, quello che è volato via, verso un altro firmamento (forse) o verso la luce (forse) o, più verosimilmente, verso il vuoto che attende ciascun uomo dopo la morte.
Siamo a Duxford, fra Londra e Cambridge. A due passi da Standsted. Qui, durante la seconda guerra mondiale, erano basati dei Wings, cioè delle squadriglie di Spitfires, Hurricanes e altro, che includevano diversi Squadrons (il 19, il 310 e il 242, cui si aggiunse il 611 composto da polacchi in esilio), comandati da Douglas Bader.
Bader era un uomo che aveva perso entrambe le gambe in un incidente aereo vari anni prima della guerra. Oggi, ipocritamente, lo definiremmo un diversamente abile. Lui si definiva un minorato (nel corpo). A causa dell’incidente, era stato congedato dalla RAF. Ma, scoppiata la guerra, Bader ruppe talmente i coglioni a destra e a sinistra che, per toglierselo di torno, i generali e ministri non poterono far altro che rimetterlo ancora ai comandi di uno Spitfire. Ci volevano due uomini per sistemarvelo dentro. Ed ancora due per tirarlo fuori a missione finita.
Da qui decollarono decine di Spitfires che non tornarono, durante la battaglia d’Inghilterra.
Qui ho incontrato un ultraottantenne vestito della divisa tedesca, croce uncinata al collo ben visibile, lui inglese, lui reduce. Spiega che i morti non hanno bandiere da sventolare. E’ per questo che, ad anni alterni, veste la divisa del Nemico. Credo voglia dire che noi spesso siamo ciò che siamo solo perché nati da una parte, o dall’altra, di un fiume, e non siamo stati noi a scegliere la sponda giusta.
Qui ha sede una delle sezioni dell’Imperial War Museum. Dove mille e più civili si danno da fare per tramandare uno spirito, una consegna, una memoria, un senso di appartenenza alla Nazione. Ricostruiscono di notte, di giorno, nelle feste, insomma quando hanno del tempo libero, aerei di ogni tipo, e provenienti da ogni posto. E tramandano anche il legittimo orgoglio di chi, nel 1940, rimasto solo di fronte alle armate vittoriose di Hitler, che avevano sconfitto la Francia in sole sei settimane, non pensò neppure per un momento di arrendersi ed affidò la propria sopravvivenza ad un migliaio di piloti da caccia, poco più di adolescenti in molti casi. Uomini che, usciti dal corso di pilotaggio basico, andavano a sfidare i Messerschmit 109 di Goering con meno di trenta ore di volo al proprio attivo. Uomini che facevano cinque, sei, anche sette missioni di guerra al giorno. Uomini che sopravvivevano (in media) quindici giorni a partire dalla data di arrivo al reparto.
Qui, ed in altri aeroporti come questo, vissero quei 2910 uomini che la RAF perse durante la battaglia d’Inghilterra. Quelli che furono commemorati da Churchill nel Settembre 1940, a Battaglia conclusa, con una frase asciutta, ma piena di orgoglio e grandezza: “Mai tanti dovettero così tanto a così pochi”.
Questi tre aeroplani, insieme ad altri cinquanta o sessanta, originali, restaurati e manutenuti con passione, competenza, e dedizione, danno vita, ogni anno, al Flying Legends Air Show. Quest’anno (2006) l’Air Show si è tenuto i giorni 8 e 9 luglio.
Se mai desideraste assistervi, non vi attendono bandiere, retorica, politici magniloquenti, o frasi altisonanti. Ci sono in aria le macchine, come bandiere. E, in volo, vedrete non solo degli Spitfires (quest’anno ce n’erano ben quattordici). Ci saranno Messerschmit 109. Junkers 88. Mustangs P 51.
Chi non ricorda quei due idrovolanti che arrivano a Pearl Harbour proprio in mezzo all’attacco giapponese? Ebbene: sono due Catalina. Gli ultimi due che volano al mondo. Li troverete qui. Come qui troverete un B 25, un B 17, un Polikarpov I 15. Ed i Corsair, ed i Tiger Mott, biplani che negli anni 30 preparavano al volo gli ufficiali della RAF. Ed i Thunderbolt. Ed i Grunman.
Qui troverete la sostanza di ciò che gli inglesi intendono con understatement. Ciò che è sottinteso, contenuto, sobrio, e, per estensione, condiviso, accettato da tutti. L’orgoglio, espresso con la dovuta misura, di sentirsi British. Qui capirete l’orgoglio di non aver paura di onorare il coraggio, l’ardimento, la dedizione ad una idea o a un paese. Perché lo speaker ricorderà a tutti che “If you don’t know where you are coming from, you will never understand where you are going to”.
E questo sarà tutto. E mentre ascoltavo questa frase, non ho potuto far a meno di pensare alla Sig.ra Senatrice Menapace, che pretenderebbe abolire la Pattuglia Acrobatica Nazionale delle Frecce Tricolori perché “rumorosa ed inquinante”.
In serata, in un pub di Cambridge, ho visto l’incontro Italia Francia. La nazionale di calcio italiana ha sconfitto la Francia nella finale del campionato del mondo. Incontro sostanzialmente mediocre, con leggera prevalenza della Francia, e risolto ai rigori. Il giorno dopo, a Roma, dimentichi di ciò, un milione di persone tributavano solenne omaggio agli eroi dell’italica pedata. Decine di migliaia di bandiere, lo spirito e l’orgoglio nazionali, tirati fuori rumorosamente, burinamente, da borgatari, solo nell’occasione di una partita di calcio vinta senza particolare merito.
Ognuno onora gli dèi che sceglie.
Mario Giardini


[...] Link articolo originale: The Flying Legends Air Show [...]
Per lavoro, raramente per diletto, ho volato abbastanza sui normali aerei di linea, ma dopo aver volato da giovane su i C119 e alcuni altri trabiccoli volanti ho elaborato una sana allergia per le macchine volanti. Meglio i dirigibili….
E’ una citazione forse troppo lunga, ma, a mio giudizio, merita di essere riportata per intera. L’articolo è comparso ieri sul New York Times. Mi scuso con chi non legge l’inglese, ma purtroppo non ho il tempo di tradurre. A Duxford si commemorano questi uomini, ogni anno.
Henry Lafont, Pilot, Dies at 91; Fought in Battle of Britain
Henry Lafont helped foil Hitler’s plan to invade Britain in 1940.
By RICHARD GOLDSTEIN
Published: December 17, 2011
Henry Lafont, a French pilot who took part in a harrowing aerial escape from North Africa to fight for the honor of France after its capitulation to Hitler and who became the last surviving French veteran of the Battle of Britain, died on Dec. 2 in Trémuson, in the Brittany region of France. He was 91.
His death was announced by the French Embassy in Washington.
When France fell to the Germans in June 1940, and a collaborationist government based in Vichy was being formed, Mr. Lafont, a noncommissioned officer, was stationed in Oran in Algeria, then a French colony. Shortly after midnight on June 30, Mr. Lafont and five fellow servicemen, several of them pilots, convinced an airfield sentry that they were on a patrol, then stole a twin-engine, six-passenger transport plane that they knew carried fuel and set off to link up with British forces in Gibraltar.
What they did not know made for an unnerving flight.
“The engines labored and the aircraft did not gather enough speed for a normal takeoff,” Mr. Lafont wrote a half-century later in Icare, a French aviation magazine.
The pilot, René Mouchotte, managed to lift off but struggled to keep the plane in the air.
“We hedge-hopped over the salt lake on the edge of the airfield,” Mr. Lafont recalled. “René struggled to reach the speed required to gain height. We realized that our aircraft had been sabotaged. The controls for varying the pitch of the propellers were not working.”
That plane was among those that had been tampered with by the French authorities collaborating with the Germans to avert just such an escape.
But the airmen made it to Gibraltar, navigating with the aid of a school atlas they had brought aboard, and they arrived in Britain by sea in mid-July. As the French Embassy told it in announcing Mr. Lafont’s death, they were among “the very first to join General de Gaulle in London.”
De Gaulle, who would become leader of the Free French forces in exile, had made a broadcast on the BBC in June 1940 calling on Frenchmen to join him in a crusade to defeat Hitler’s Germany.
Mr. Lafont and his fellow French aviators in the Battle of Britain — there were 13 by most accounts — flew with the Royal Air Force as it beat back the German Air Force during the summer and fall of 1940, foiling Hitler’s plans to invade Britain. Mr. Lafont flew Hawker Hurricane fighters out of southern England with the 615 Squadron.
Interviewed for the French magazine Aviasport in 2002, he described combat as “a succession of endless alerts, takeoffs in three minutes to try to intercept an enemy” who often had superior positioning.
Mr. Lafont later trained dozens of French pilots arriving in Britain.
Many of the French in the Battle of Britain, among them Mr. Mouchotte, were killed during the war. Mr. Lafont went on to fly numerous fighter missions over Libya and Europe. In 1941 he shot down two German fighters, one of them having downed his squadron commander and the other having bombed a convoy in the English Channel. He suffered shrapnel wounds when his plane was downed in Libya in the spring of 1942.
Born Henri Gaston Lucien Lafont in Cahors, France, on Aug. 10, 1920, he became intrigued by aviation while attending an air show as a youngster and joined the French Air Force in 1938. He anglicized his first name during World War II.
Remaining in the French Air Force after the war, Mr. Lafont served on the staff of NATO and in the Algerian conflict. He retired as a colonel in 1966. He was the director of the prominent Paris air show at Le Bourget from 1967 to 1984.
He is survived by two sons and a daughter.
Mr. Lafont was a member of France’s two highest orders, as a Commander of the Legion of Honor and a Companion of the Liberation. His book “Aviateurs de la Liberté” (2002) memorialized all the French airmen who died in World War II.
In recalling his wartime service, Mr. Lafont spoke of the lessons learned by the French and British. As he told the British newspaper The Independent in 2003, “Although I saw enough of war to want to avoid war at all times, I also remember in the ’30s we wanted to avoid war with Hitler so desperately, we ended up fighting him too late.”
Esule, forse c’è una ragione, o magari molte, per cui si è continuato a costruire aerei, ma non dirigibili.