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La casualità del genio

Il pianeta terra esiste da circa 4,5 miliardi di anni. Relativamente presto rispetto alla sua formazione, e cioè da circa 3,8 miliardi di anni è comparsa sulla terra la Vita: cellule capaci di riprodursi. Una identica all’altra. Una fotocopiatrice biologica. Per i seguenti due miliardi di anni non è accaduto nulla. Due miliardi di anni corrispondono a 730 miliardi di giorni. Proviamo a scrivere il numero in lettere ed in cifre: settecento trenta mila milioni di giorni. In cifre: 730 000 000 000. Ed in ore: 17.520.000.000.000. Un tempo quasi infinito, se paragonato alla durata delle nostre vite.

Ad un certo punto, circa 1,5 miliardi di anni fa, qualcosa di particolarissimo deve essere accaduto, perché compaiono le cellule eucariotiche, cioè dotate di nucleo. Questo è un nuovo, stupefacente, tipo di vita. Contiene un “software”, cioè un codice genetico, capace di auto-modificarsi. Cioè di evolvere, nel bene (sopravvivenza) e nel male (estinzione). Ciò nonostante, altri cinquecento milioni di anni divengono necessari affinché compaiano organismi multicellulari. Questa è l’altra, fondamentale, “discontinuità” biologica sul pianeta. Tutto muta. Tutto si evolve. Tutto si auto-organizza a livelli di complessità crescenti. Appaiono piante, pesci, animali terrestri.  Cinquecento milioni di anni fa compaiono i primi mammiferi.

I primi ominidi sulla terra apparevero in un tempo imprecisato fra 6 e 7 milioni di anni fa. Sembra molto tempo. Ma non lo è. Supponiamo sia mezzanotte, magari la mezza notte del capodanno prossimo. Rapportando il tutto ai 1440 minuti che dura un giorno, è come se la razza umana fosse comparsa sul pianeta solo da 1 minuto 52 secondi.  Saremmo nati, se accettiamo come progenitori tali ominidi,  alle ore 23 58’ 08”.

Se però parliamo di esseri umani, aventi capacità intellettuali paragonabili a quelle nostre di oggi, allora risaliamo a circa 200.000 anni fa.

Prendendo questo riferimento, allora la nostra data “di nascita” si sposta alle ore 23 59’ 56” e qualche centesimo (16) di questo giorno immaginario. Neanche il tempo di stappare lo spumante. Altro che dei parvenu. Siamo degli imbucati, i parenti di campagna che Gaia ha trovato impossibile tener fuori dalla porta.

Portoghesi che però si sono dati parecchio da fare ed hanno cambiato la faccia del pianeta. Che cos’è che distingue quest’animale dagli altri? Non è l’intelligenza, ma la capacità di applicarla e trasmetterla, secondo Mark Pagel, biologo evoluzionista dell’Università di Reading.

In altri termini: di creare cultura, cioè idee. Essendo come tutte le altre vite biologiche sul pianeta, l’essere umano è soggetto all’evoluzione biologica. E a quella culturale. Le idee passano di mente in mente senza che i  nostri geni debbano necessariamente mutare. Dunque, afferma Pagel, le popolazioni di umani si adattano non solo a livello di geni, ma, soprattutto, a livello di idee. E questo accumularsi di idee rappresenta l’adattamento culturale all’ambiente, alla vita, ai pericoli, alla conoscenza. Dunque “cultural complexity could emerge and arise orders and orders of magnitude faster than genetic evolution.” Ciò che distingue la nostra specie dalle altre è che “all other species are limited to places on earth that their genes adapt them to. But we were able to adapt at the level of our cultures to every place on earth.”

Se torniamo indietro di 2 milioni di anni, incontriamo quello che viene definito homo erectus. Viveva nella savana africana, ed era capace di costruirsi utensili. Ma per almeno un milione e mezzo di anni, questi utensili rimasero gli stessi. Il risultato fu che l’homo erectus si estinse. La stessa cosa accadde con l’uomo di Neanderthal. Per trecento mila anni ognuno di loro si costruì utensili, di certo più complessi di quelli che la quasi totalità di ciascuno di noi oggi saprebbe fare con le proprie mani. Ma scomparve allo stesso modo dell’homo erectus.

Dunque, argomenta Pagel, “there’s something really very special about this new species, humans, that arose and invented this new kind of evolution, based on ideas.” L’uomo di Neanderthal era quasi identico a noi, dal punto di vista genetico. Le piccole differenze che possono essere trovate si trasformano, all’atto pratico, in “a vast cultural potential”.

E’ ciò che antropologi e archeologi definiscono “apprendimento sociale”. La razza umana, come la conosciamo noi oggi, è capace di imparare, e di capire perché un altro essere umano sta facendo una certa cosa. Osservando. Anche gli scimpanzé fanno qualcosa di simile. Ma gli esseri umani hanno la capacità di distinguere la buona dalla cattiva soluzione, di adottarla, di migliorarla. In breve, di far evolvere un’idea.

Tuttavia, Pagel da ciò tira una conclusione piuttosto paradossale. E’ vero che gli umani si sono evoluti perché social learners. Ma forse siamo meno intelligenti di quanto ci reputiamo. Quindi la selezione naturale ci ha favorito non tanto perché siamo innovatori. Ma perché, in generale, siamo degli efficacissimi imitatori. Gente che copia, invece di innovare in proprio.  Una condizione affinché ciò avvenga è l’allargamento del gruppo sociale cui si appartiene. Dalla banda, al villaggio, alla nazione, all’impero. Un’altra è il linguaggio.

In tutto questo c’è un problema, ovviamente. A mano a mano che le società diventano più interconnesse, che l’informazione circola sempre di più e sempre più velocemente, c’è sempre meno bisogno di innovatori. Perciò, il social learning, in un certo senso, tende ad uccidere la creatività.

A livello genetico, l’evoluzione agisce con due meccanismi distinti. Uno che genera mutazioni, uno di selezione. Sono entrambi naturali, avvengono comunque. Se ci spostiamo sul piano delle idee, attraverso l’apprendimento sociale vediamo come le idee sono selezionate ed evolvono.

Ma da dove vengono le nuove idee? Quale meccanismo le genera? Qual è la natura del processo creativo? Può essere aleatorio, come accade con la mutazione dei geni?

La risposta di Pagel è: sì, per quanto ne sappiamo potrebbe anche essere così. Non è una buona conclusione, visto che l’essere umano ama pensarsi in modo differente, soprattutto a livello mentale, a livello di intelligenza. Tuttavia, afferma Pagel, se pensiamo alla natura di qualsiasi processo evolutivo, l’aleatorietà potrebbe essere la strategia migliore. E dunque, quando i nostri neuroni trattano di interconnettersi in modo da creare nuove idee, che necessariamente si muovono in spazi di conoscenza ignoti, il processo, secondo Pagel, è  (assai probabilmente) casuale.

Mettiamo insieme i due fatti, dice Pagel, e vedremo che abbiamo molto da pensare sulla direzione nella quale si stanno muovendo le nostre società. Quando ottocento milioni di persone condividono su Facebook le stesse informazioni, il solo fatto di condividerle le svaluta. Perché ciò stimola l’imitazione, ma non la creatività, dunque dobbiamo concludere che Facebook è un meccanismo che sottrae nuove idee all’umanità. C’è da temere che solo e sempre più per caso in futuro si produrranno nuove idee.

L’umanità ha sempre ritenuto di aver generato una piccola quantità di geni innovatori, che ne hanno condizionato e permesso l’evoluzione stessa. Tuttavia, la biologia evoluzionistica lascia aperta la porta ad una conclusione sgradevole: che i geni siano stati tali solo per caso. Pochi accetterebbero tale conclusione. Eppure, conclude Pagel, esiste la concreta, e scientifica, possibilità “that we are infinitely stupid.”

Mario Giardini

***

Mark D. Pagel is a Fellow of the Royal Society and Professor of Evolutionary Biology; Head of the Evolution Laboratory at the University of Reading; Author Oxford Encyclopaedia of Evolution; co-author of The Comparative Method in Evolutionary Biology. His forthcoming book is Wired for Culture: Origins of the Human Social Mind.

6 commenti a “La casualità del genio”

  1. [...] Continua Articolo Originale: La casualità del genio [...]

  2. QR DeNameland scrive:

    L’intelligenza – ha detto qualcuno che non ricordo – è l’organo umano più sopravvalutato. L’illuminismo si è convinto che la peculiarità della razza umana sia l’intelligenza: io ho sempre pensato che sia la stupidaggine.

    Ciò detto, articolo molto interessante Mario, non le solite cagate alla Massarenti sull’evoluzionismo

    8)

  3. Resalvato scrive:

    Scusate l’ironia, ma, quando parliamo della stupidità dell’umanità, sembra che ci riferiamo a quella degli altri e non certo alla nostra! ;-)

  4. Prewiht scrive:

    Mario Giardini, attraverso me, stai diventando il maestro virtuale di un mio piccolo amico di dodici anni, che ho iniziato ai tuoi articoli sotto forma di racconto ed ci si è appassionato. Il problema è che ora mi fa mille domande…e spesso io non so rispondere e devo dedicare parte del mio tempo, alla ricerca via internet per essere all’altezza.
    La cosa ovviamente non mi dispiace, anzi penso che sia tempo speso bene.
    Grazie comunque per il merito di riportarci sui banchi di scuola.
    Dovremmo forse farlo più spesso e ricordarcene, specie quando ci ergiamo a grandi statisti con le ricette di salvataggio del paese, sempre pronte in tasca.
    Spesso leggendo i commenti mi viene in mente mio padre,milanese d’altri tempi, che quando vent’enne, volevo intromettermi da saputello nelle discussioni, mi guardava e zittiva, dicendomi:”Tass, pisa in let”.

  5. Mario Giardini scrive:

    Prewiht

    Avrei molto piacere a rispondere alle domande del tuo amico dodicenne, ammesso voglia farmene.

    In questo nostro disgraziato paese la cultura scientifica sta scomparendo. Più che riportare a scuola gli adulti, l’ambizione è di invitarli alla riflessione.

    Se qualche giovane ci legge, spero vivamente di contribuire, anche di poco, alla eventuale sua decisione di fare della scienza o dell’ingegneria o di altre discipline tecniche il suo futuro professionale. Non se ne pentirà di certo.

  6. Prewiht scrive:

    Mario Giardini, grazie per la disponibilità,ma mi metti nei guai, perchè non è facile rendere razionali e proponibili le domande di un dodicenne dettate da curiosità ed impulsi, a volte fantasiosi,di un dodicenne.
    Inoltre quando dicevo che devo fare ricerche in internet, è perché purtroppo sono io che non ricordo più ciò che ho studiato una vita fa, come ad esempio quando sollecitato dai numeri, da te riproposti, sulla vita del pianeta, del mondo così com’è,ecc. ecc. ho dovuto poi rifargli tutta la storia, dagli ominidi all’homo sapiens sapiens e che fatica dare un senso ai milioni e i miliardi di anni. Il che poi, ha portato l’argomento sugli altri pianeti e sugli anni luce, la velocità della luce(e ti dirò per onestà, che ho tralasciato la questione dei neutrini, per non complicarmi troppo la vita)e tutto il resto.
    Credo che tu abbia capito.
    A te però il compito di continuare a rinfrescarci la memoria di quanto poca cosa siamo.
    Grazie ancora.

  7. axenos scrive:

    giardini scrive:
    Se torniamo indietro di 2 milioni di anni, incontriamo quello che viene definito homo erectus. Viveva nella savana africana, ed era capace di costruirsi utensili. Ma per almeno un milione e mezzo di anni, questi utensili rimasero gli stessi. Il risultato fu che l’homo erectus si estinse.

    ++++++++++++++++++

    mi sorge un dubbio, come direbbe qualcuno, non è che giardini si confonde con l’ergaster?

    liquidare così l’erectus che oltre ad avere scoperto il fuoco fu capace di colonizzare tutto il mondo mi pare un po’ riduttivo…

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