La riforma del lavoro è contro il lavoro

Vogliono farci credere che la “riforma del mercato del lavoro” sia stata pensata “in una prospettiva di crescita”. Lo dicono nel titolo del provvedimento. Faccio finta di crederci e provo ad esaminare il come, prendendo spunto dalle nuove norme sul lavoro a progetto, da molti considerato come la madre del precariato. Rispetto a questa fattispecie si introducono “disincentivi normativi e contributivi”.

Il messaggio è chiaro: l’utilizzo di questa fattispecie sarà reso più difficile e comunque più oneroso.

Mi sforzo di immaginare gli auspici del governo e delle parti sociali plaudenti: “Finalmente qualche imprenditore sarà costretto a stabilizzare almeno una parte dei lavoratori precari che sfrutta”.

Gli ideologismi impliciti che sottendono questo convincimento sono tanto odiosi quanto tecnicamente slegati dalla realtà del mercato, e come tali sono destinati a rivelarsi il classico rimedio peggiore del male.

Evidentemente si pensa che l’utilizzo del contratto a progetto sia prevalentemente improprio e che quasi sempre ci sarebbero le condizioni per far svolgere la stessa attività con un contratto di lavoro subordinato.

Chi conosce il settore dei servizi saprà che questa norma non determinerà una sola stabilizzazione ma farà chiudere centinaia di aziende, farà perdere il lavoro ai dipendenti a tempo indeterminato (che ci sono) delle imprese in questione, e farà perdere ai collaboratori anche quelle poche possibilità di svolgere lavori a progetto che, pur non garantendo loro alcun futuro, rendevano leggermente più dignitoso ed affrontabile il presente.

Sia chiaro che già oggi, se nel settore dei servizi alle imprese girassero più commesse con margini decenti, anche senza alcuna modifica normativa sarebbe più conveniente per le aziende gestire con contratti a tempo indeterminato attività ora regolate a progetto.

Il fatto è che se per 10 giorni ho delle attività nelle quali coinvolgere 30 persone e nei successivi 20 non ne ho per nessuno, è già un miracolo se riesco a pagare il personale (che c’è) assunto a tempo indeterminato. Figuriamoci se dovessi stabilizzare anche gli altri 30. Oltre che essere poco dignitoso per loro, ma questo poco importa, soprattutto a certi sindacati, questo presupporrebbe il fatto di poter contare su margini almeno tripli sulle attività svolte, in modo da poter coprire i periodi dell’anno durante i quali si lavora meno.

Cari esponenti del governo “tecnico” e dei sindacati, ma per voi la crisi esiste solo quando chiedete “lacrime e sangue” ai cittadini “perché ce lo chiede l’Europa”, oppure ogni tanto vi sfiora l’idea che le imprese stavano già saltando per aria anche prima della vostra “riforma del mercato del lavoro” pensata “in una prospettiva di crescita”? Beh, sarà anche pensata per la crescita, ma per molti sarà la pietra tombale.

In molti settori i margini attuali sono la metà di quelli di 10 anni fa (rigorosamente non attualizzati).

Avete aumentato l’Iva rendendo i nostri servizi ancora meno competitivi sul mercato, continuate a chiederci di pagarla il mese successivo ben sapendo che, quando va bene, veniamo pagati a sei mesi (e quando saltiamo le scadenze ci bastonate con Equitalia). Se un nostro cliente fallisce, magari con il sigillo della bancarotta, i nostri crediti si volatilizzano senza poter contare su uno straccio di fondo di garanzia. Se proviamo a recuperare il nostro credito prima che il cliente fallisca (o a prescindere dal fatto che questo accada), il vostro sistema giudiziario riuscirà a far durare la causa almeno 10 anni senza portare a nulla.

Partecipiamo a gare pubbliche con basi d’asta talmente esigue da suonare come istigazione a delinquere. Assegnate gli incarichi a società che propongono ribassi spudorati e che poi vi imbrogliano sulle modalità attuative. Tanto non ve ne accorgete o non ve ne importa nulla, perché avete rinunciato a cercare il merito e le qualità e perché difficilmente la sapreste riconoscere.

Anche nei servizi, così come nel manifatturiero, i nostri competitor hanno già delocalizzato servizi che prima venivano gestiti in Italia, spesso con i vituperati contratti a progetto, e ora operano dalla Romania, dall’Albania, dalla Tunisia, dall’India, dall’Argentina.

Mi chiamano tutti i giorni per propormi di fare altrettanto. Fino ad oggi, pur con mille difficoltà e grazie anche alla comprensione, alla fiducia e alla solidarietà dei miei dipendenti e dei miei collaboratori a progetto, ho sempre risposto: “No grazie, preferisco continuare a svolgere queste attività dall’Italia con regole italiane”.

Beh, con queste nuove regole, non solo (dopo la caduta libera degli ultimi anni) non ci sarà alcuna crescita, non solo non ci saranno stabilizzazioni, ma l’appesantimento degli oneri contributivi rischia di non poter essere assorbito né attraverso i risicatissimi margini dell’impresa, né con un incremento del prezzo al cliente finale (che se miracolosamente lavorava ancora con te finirà definitivamente fra le braccia di chi delocalizza). Il rischio è che a subirne le conseguenze siano le retribuzioni nette dei lavoratori a progetto, che finiranno schiacciati dall’inesorabile incremento dell’aliquota contributiva.

La buona notizia è che non si arriverà al 33% previsto per il 2018. Chiuderemo prima.