Lo sfascista

Alla luce dei recenti risultati elettorali, come volevasi dimostrare, il grande centro ha fatto flop. Troppa furbizia politica, troppo vuoto ideologico e scarso appeal dei suoi rappresentanti più illustri.

Di Casini si è già detto, Rutelli vale quanto il due di coppe quando la briscola è a bastoni, di Fini si è pure scritto tanto, ma vale la pena rinfrescare le idee ai lettori di tFP, circa i suoi trascorsi e le prospettive future.

Il comportamento di Fini nel contesto politico di questa legislatura, ha fatto riflettere il cittadino medio ed ancora più l’elettore di centrodestra, che si chiede sconcertato: “Perché?”.

Un personaggio come lui, nato male in un partito rifiutato da tutti, vissuto politicamente alla meno peggio e giunto ai vertici dello Stato senza meriti particolari, avrebbe dovuto sentirsi appagato e fiducioso in un avvenire migliore come possibile leader di tutta la coalizione di centrodestra. Invece no, ha sputato nel piatto dove ha mangiato abbondantemente ed ha rotto col suo mecenate, al quale deve eterna riconoscenza per averlo posto in questa condizione.

Si impongono allora alcune considerazioni meditando sul Fini vero, non quello di facciata noto come buon oratore, perfettino e con i gemelli ai polsi.

Giano Accame, in tempi non sospetti, dichiarò tagliente: “Gianfranco non sa un cazzo di politica, ma la dice bene”; Craxi lo definì, tout-court, un grillo parlante e Cossiga lo paragonò ad una elegante confezione regalo, privo del regalo stesso. L’ultima definizione è del senatore Ciarrapico, che riferisce una considerazione di Giorgio Almirante: “Gianfranco parla così bene che nessuno meglio di lui sa dire che d’inverno fa freddo e d’estate fa caldo. Il problema nasce nel tempo che ci vuole per spiegargli cosa deve dire”.

A questo punto si evidenzia la sua fortunata ascesa, nonostante la mancanza di cultura politica ed alcuni errori commessi in passato, come quando si alleò con Segni, credendosi maturo come leader di un nuovo centrodestra o come quando liquidò il suo partito per confluire nella nuova formazione del Pdl, credendo in cuor suo di diventarne presto il capo assoluto.

Gli errori di valutazione sono clamorosi ed il personaggio non si è reso conto delle sabbie mobili alle quali andava incontro. Si è mosso male nel momento sbagliato con modi sbagliati.

Soffrendo il peccato originale di provenire da un partito di ispirazione “fascista”, ha fatto di tutto per scrollarsi di dosso l’ingombrante passato ed ha cominciato con l’ abiurare tutti quelli che furono i suoi punti di riferimento per tanti anni, adoperandosi freneticamente per andare in Israele a mettersi in testa la kippà e proclamare solennemente il Fascismo come male assoluto.

In verità, poco tempo prima, aveva definito Mussolini il più grande statista del secolo, ma la coerenza non è mai stata la sua caratteristica principale.

Si possono riesaminare le proprie ideologie e riadattarle a concezioni moderne e contemporanee; si può cambiare idea dopo riflessioni e ripensamenti a seguito di mutate condizioni del quadro politico, ma ciò deve avvenire dopo lunghi processi di intima macerazione e non improvvisamente secondo antipatie o convenienze strategiche con voltafaccia improvvisi.

Può aver inciso nelle sue idee la mutata condizione familiare, accettando suggerimenti non richiesti e comportamenti improvvidi, resta la constatazione filosofica del simile che cerca il simile, quindi sta bene come si trova.

Ricordo come il Fini non abbia mai brillato di luce propria; pur avendo perso le votazioni per l’elezione a segretario del Fronte della Gioventù (arrivò addirittura terzo), fu imposto, a norma di statuto, segretario per volontà di Almirante, che era il segretario generale dell’MSI. Più tardi perse anche contro Rauti per la segreteria del partito e, solo dopo incompatibilità ideologiche di Rauti con i capi dell’MSI, fu imposto, sempre da Almirante auspice donna Assunta, segretario del nuovo MSI-DN.

Fu scelto perché la sua presenza perbenina, la parlantina sciolta ed il fatto di essere nato nel dopoguerra, faceva di lui un personaggio presentabile nei tempi in cui “ammazzare un fascista non costituiva reato”.

Ha vissuto di rendita pur non avendo il prestigio del capo nei confronti dei “colonnelli” che lo sopportavano per convenienza, tanto è vero che dopo l’improvvida scissione nessuno di loro lo ha seguito.

Dopo la decisione di uscire dal Pdl, l’eco della stampa ed il sostegno ricevuto dagli altri partiti lo inorgoglirono, si era sentito al centro dell’attenzione senza rendersi conto che fungeva da utile idiota, tanto è vero che fallita la manovra di indurre il Cavaliere alle dimissioni non se l’è filato più nessuno, restando solo con i quattro gatti che lo avevano seguito e comportandosi da “o’ gallo’ncopp’ a munnezza”, come dicono a Napoli.

L’adesione al così detto “Terzo polo” è stato un altro errore di valutazione, non capendo, o non arrivando a capire, che quella leadership era già occupata da un ingombrante Casini e non ci sarebbe stato posto per lui.

Ora, con il risultato insignificante ottenuto col suo gruppetto, non avendo più un partito alle spalle per la sciagurata azione da kamikaze condotta e non avendone programmato uno nuovo tutto suo, il suo futuro è buio ed il suo avvenire politico incerto, molto incerto.