Spiacente, ma il Cav resta l’unico statista che abbiamo

E’ stupefacente  come, salvo rare eccezioni,  la qualità dei gazzettieri che, nel ruolo di commentatori politici, partecipano ai talk show del Pianeta delle Scimmie televisivo – Omnibus, su La7, docet – sia la copia perfetta di quella di coloro che già il protagonista del Coriolano di Shakespeare, in tempi non sospetti, in tal modo bollava:

Alla forca! “Sostengono”!…/ Siedono tutto il tempo accanto al fuoco,/ e pretendono di sapere loro /tutto quel che succede in Campidoglio:/chi può andare più in alto, chi ci sta /con buone prospettive, chi declina;/ parteggiano or per uno or per un altro,/ s’inventano alleanze immaginarie, /innalzano alle stelle una fazione /e sotto le lor scarpe rattoppate /calpestano chi non va loro a genio./ Se i nobili mettessero da parte /per una volta la loro pietà /e lasciassero a me d’usar la spada, /ne farei un tal mucchio, fatti a pezzi, /di migliaia di questi miserabili /alto quanto gittar può la mia lancia.

Due icone di tale parterre sono il “dadaumpa” Marco Damilano, de l’Espresso, e Salvatore Merlo, de Il Foglio, la cui fisiognomica (anche vocale)  rimanda a quella degli eterni liceali pipparoli cocchi de mammà. Ragion per cui quando la più blasonata zitella della politica italiana, il D’Alema, afferma che lasciare le italiche gazzette nelle edicole è un atto di civiltà, forse forse non ha tutti i torti.

In questi giorni il pipparolo studentame mediatico, è tutto infolarmato dalla nuova discesa in campo del Sardanapalo di Palazzo Grazioli. Ed è tutto un ciacolare sui retroscena (Dagospia è un foglio parrocchiale) dell’iniziativa: signora mia, lo fa per salvare le sue imprese, no, lo fa per rimanere sulla scena, no, lo fa perché non ha saputo creare una vera classe dirigente, e via  con uno spreco di neuroni tale che nel Belpaese non si era mai visto.

Il fatto nudo e semplice, invece, è che lo Sciupafemmine di Arcore è uno statista, secondo la definizione che ne dette De Gasperi, il quale osservava: “La differenza fra un politico ed uno statista sta nel fatto che un politico pensa alle prossime elezioni mentre lo statista pensa alle prossime generazioni”. Il gozzovigliatore di Villa Certosa, ha da tempo indicato che il problema principale dell’Italia,  per via dell’attuale assetto costituzionale, in cui il Parlamentarismo è esasperato; in cui un Presidente del Consiglio pur prendendosi tutte le torte in faccia, ha in effetti solo il potere di stabilire l’Ordine del giorno del Consiglio dei ministri; in cui non esiste vincolo di mandato, per cui i parlamentari, secondo come si svegliano la mattina, possono zompettare da uno schieramento ad un altro, è, appunto, la governance. Anche Prodi fu una volta sentito esalare, dopo un Consiglio dei ministri fiume “Quanta pazienza ci vuole….!”

Insomma, l’attuale assetto costituzionale è una festa  per quegli italianuzzi dei quali già Alcibiade, ventiquattro secoli addietro, in un suo discorso, riportato da Tucidide, propedeutico ad incoraggiare gli ateniesi alla spedizione per conquistare Siracusa e la Sicilia, diceva: “Quelle città sono, sì, popolose, ma di masse eterogenee; cambiano facilmente statuti e se ne danno sempre nuovi. Perciò lì nessuno si comporta come farebbe in una sua patria: di avere armi per la sua persona non si preoccupa né che il paese abbia attrezzature convenienti. Ciascuno con quel che riesce ad ottenere dalla comunità o mediante parole o mediante atti di forza si fa la sua parte, disposto poi, se non gli riesce, a trasferirsi in un altro paese. Non è dunque verosimile che un siffatto coacervo si possa con la parola fare obbediente e unanime o compatto all’azione; ciascuno di essi non mette tempo a voltarsi verso chi gli parli secondo il suo gusto, soprattutto se, come veniamo a sapere, sono divisi in fazioni e si contrastano tra loro”. (Traduzione di Luigi Polacco, Edizioni Flaccavento, Siracusa).

Lo smodato successo di Beppe Grillo docet. Infatti Camillo Langone, in un recente articolo per Libero dedicato ai successi di Grillo, sarcasticava che se in una democrazia il popolo è sovrano, non è detto che sia sempre intelligente. E quindi senza una riforma costituzionale in chiave presidenzialista o semi – as you like it – che dia la possibilità a chi viene eletto di governare veramente per l’ intera legislatura, anche se lo spread dovesse scendere e gli interessi sui titoli del nostro debito pubblico dovessero ricondursi  al due percento, il Belpaese non avrebbe un agevole futuro. In un mondo globalizzato in cui tigri, asiatiche o meno, governate spesso in modo antidemocratico, mercé una globalizzazione attuata in modo frettoloso e dissennato, possono fare quello che vogliono.

In quel mai abbastanza osannato articolo “Il vero conflitto di interessi in Italia va cercato nei giornali”, che i pochi spiriti liberi (poco importa se pendenti a destra o sinistra – dei quali Flaiano direbbe che nel Belpaese costituiscono una minoranza schiacciante) dovrebbero stampare, incorniciare e mettere sulla scrivania, Daniela Coli osservava: “È comprensibile che si sia tentato di fare fuori Berlusconi: per la prima volta in Italia è nato un contropotere deciso a fare funzionare la democrazia rappresentativa e a governare cinque anni, come in tutte le democrazie occidentali”. Questo il vero vulnus che da decenni  sta azzoppando il Paese. Ma per attuare la riforma in chiave presidenziale dello Stato, bisogna innanzitutto togliere  il potere di interdizione politica ad una Magistratura che in Itala fa il bello ed il cattivo tempo. In un combinato disposto con la lobby del poteri forti, come sempre la Coli indica.

Non a caso in una lettera a Il Foglio del 22 giugno 2010, il per diciassette anni (dicasi 17) processato Rino Formica, informa che la “dittatura” dell’italica Magistratura preesiste ai problemi giudiziari del Cav, che, infatti, ne sono, come Mani Pulite, il frutto avvelenato.

Recita Formica: «In quale punto della Carta costituzionale si trova il passaggio obbligato ed unico attraverso il quale si deve passare per il controllo politico-ideologico del rispetto dell’impianto compromissorio costituzionale? Le colonne d’Ercole sono nel titolo VI (Garanzie costituzionali), art. 134/art. 137. L’articolo 137 rinvia ad una legge costituzionale per stabilire “le condizioni, le forme e i termini di proponibilità  dei giudizi di legittimità costituzionale e le garanzie d’indipendenza dei giudici della Corte”. L’art. 1 della legge costituzionale  9 febbraio 1948, n.1 così stabilisce: “La questione di legittimità costituzionale  di una legge o di un atto avente forza di legge della Repubblica, rilevata d’ufficio o sollevata da una delle parti nel corso di un giudizio e non ritenuta dal giudice manifestamente infondata è rimessa alla Corte Costituzionale per la sua decisione”. I costituenti, fin dalla seduta del 25 ottobre del 1946, furono vincolati dall’odg Bozzi-Togliatti ad includere nell’articolato della Costituzione: “Disposizioni concrete  di carattere normativo ed istituzionale anche  nel campo economico e sociale”. Inutilmente  Calamandrei avvertì i costituenti che il vincolo dell’odg Bozzi-Togliatti avrebbe assegnato uno straordinario potere politico ai giudici ordinari e alla Corte costituzionale».(Per un completo report sulla faccenda consiglio la lettura del mio modesto articolo “Portare in Europa il problema della Magistratura italiana. Mossa geniale del Cav”)

E non è da sottovalutare che in qualità di ministro degli Affari Esteri la stessa zitellissima D’Alema, all’Ambasciatore Usa Spogli – do you remember? – abbia confermato il problema. Dunque, care le mie coscine di pollo, senza una radicale riforma dello Stato e della Magistratura in chiave efficientista, liberale e decisionista, non illudetevi che il Belpaese, comunque vadano le cose della Finanza internazionale, riuscirà mai ad esser “un  Paese normale”. E quindi sarebbe augurabile che lo Sciagurato Nazionale riuscisse nel suo intento di vero statista. Quali che siano i pigolii delle Signorine Grandi Firme che sui media cartacei e televisivi – Santoro in primis – ci beneficiano di una informazione di un becerismo tale che disgusterebbe anche Elsa Maxwell, la celebre “Pettegola di Hollywood”.