L’Italia dei Comuni

Il dibattito in corso su come Grecia e Italia possano superare il loro disastro economico sarà limitato fin quando questi Paesi non decideranno finalmente di porre fine alla loro esistenza fasulla. Nessuno dei due Paesi ha mai funzionato come Stato-Nazione, poiché i loro movimenti unitari, risalenti alla metà del XIX secolo, furono più il risultato d’ideali romantici che realistici. Dall’unificazione in poi, sia la Grecia che l’Italia sono state tenute a galla dall’agricoltura e dal turismo e. nel caso dell’Italia, da una talentuosa propensione nella creazione di prodotti pratici dal celebre design.

Ora, confrontiamo questa situazione, con quella raggiunta con la ricchezza e l’influenza degli antichi greci e gli italiani rinascimentali. Comune caratteristica di queste antiche società: sposano come modello economico-politico, quello della Città-Stato.

Sia nella Grecia antica, che nell’Italia rinascimentale, la democrazia, non fu incompatibile all’aristocrazia. Ed anche le loro oligarchie, non furono necessariamente illiberali. Ma, i reali punti di forza, delle Città -Stato greche ed italiane, poggiano nel loro sistema economico e nel loro dinamismo sociale. L’antica Grecia, ebbe il primo boom economico intorno al 500 a.C., come risultato dello spostamento del potere politico ai gruppi democratici regionali. Le grandi poleis – Atene, Corinto, Tebe e le aree colonizzate dell’Asia Ellenica – alimentarono la prosperità e l’espansionismo, specializzando la loro produzione industriale all’interno di quattro aree: agricoltura, industria alimentare e mineraria e fabbricazione di ceramiche.

Quello, fu anche un periodo di rivoluzione tecnologica. Gli strumenti in ferro, fabbricati in Grecia, durante il sesto secolo a.C. erano così avanzati, da essere successivamente usati dai romani e dagli egiziani dell’era tolemaica. Il rafforzamento della polis indipendente voleva dire anche inizio degli investimenti nel settore industriale, un’attività, questa, che precedentemente non era ben vista. L’introduzione della moneta seguì come effetto della nuova enfasi posta sulle economie locali, che furono il punto di partenza per un’espansione e per una politica di scambi commerciali con altre zone. Con la diffusione della ricchezza, la protezione accordata all’aristocrazia diminuì e fu sostituita dai rapporti economico-civili. A ciò seguì un’esplosione nel commercio interregionale tra le Città-Stato.

Le differenze regionali avvantaggiarono l’innovazione. Dopo aver visto la differenza tra l’economia basata sulla proprietà privata di Atene e quella basata sul collettivismo di Sparta, sia Arisotele che Democrito, conclusero che la prima era di sicuro una forma superiore dì organizzazione economica. Nel tempo, quasi tutti nell’antica Grecia, abbracciarono il concetto di proprietà privata.

D’altra parte, la rilevanza data alla proprietà non ha consentito ai ricchi di porsi al di sopra delle legge. Ad Atene, dove la proprietà privata ha avuto più rilevanza che in altri posti, il sistema legale democratico non consentiva di basare i giudizi su quest’ultima. Quindi, una gerarchia basata sulla proprietà, fu evitata a favore dell’uguaglianza democratica.

La Città-Stato italiana, proprio come quella dell’antica Grecia, non si attiene a nessun modello unico. Così, la liberale Firenze era diversa dalla dispotica Milano, che a sua volta era ad un tiro di schioppo, dalla piccola e risolutamente indipendente Lucca. Ed il paradiso mercantile della città di Genova non aveva molto in comune con la principesca ed ultraterrena Venezia.

Ciò che le legava insieme era la competizione economica, in particolare perché ogni Città-Stato lottava per un posto di predominio, dopo la caduta del Sacro Romano Impero in Italia, dal 1400, la penisola era fondamentalmente un Paese senza governo. Questa competizione, divenne il motore della crescita e del potere.

Oltretutto tenuta al livello del cittadino. Ai talenti individuali, infatti, fu consentito di raggiungere uno status sociale, un fenomeno che lo storico Jacob Burckhardt ha definito come “la nascita dell’individuo”. Infatti, la prima generazione degli umanisti – la quale comprendeva Leonardo Bruni, Francesco Barbaro e Matteo Palmieri – lodava il possesso e la ricchezza, quali precondizioni per una “virtù civica attiva”. La Città-Stato rinascimentale ha creato le condizioni favorevoli all’ascesa dell’homo oeconomicus.

La competizione tra le Città-Stato stimolò la concorrenza di modo che le esportazioni oltreoceano cominciarono a superare di gran lunga le importazioni. I tiranni, indipendentemente dalle loro non affascinanti qualità personali, incoraggiarono questa competizione. In Stati repubblicani, come Firenze, anti-tirannici e città toscane anti-imperiali formarono delle alleanze, così resero quelle zone di libero scambio. In questo periodo fiorì il commercio della lana, del sale, della seta e dell’olio d’oliva, commercio, guidato dalla modernizzazione dei trasporti e dalla divisione del lavoro. L’imprenditore moderno arriva sulla scena emergendo anche dalle corporazioni economiche artigianali del medioevo.

La Città-Stato di Lucca è stato un esempio di particolare successo di quest’era. A differenza di Pisa, Siena, Perugia ed altre grandi città della Toscana, Lucca non si piegò all’espansione milanese o fiorentina, mantenendo la propria posizione come potenza economica nell’industria della seta. Il leader di Lucca era Paolo Guinigi che modernizzò il sistema bancario e promosse il commercio del marmo di Carrara insieme a quelli fabbricati con la seta. Il tutto, mentre doveva difendersi dall’esterno, talvolta placando il potere dei Visconti di Milano che guardavano a Lucca come un lupo che guarda all’agnello.

Il modello della Città-Stato, non è completamente scomparso nel tempo attuale. Oligarchie del libero mercato, paradisi come Singapore o Hong Kong e la democrazia diretta dei cantoni della Svizzera, sono le dirette discendenti delle Città-Stato. Inoltre, regioni come la Baviera nel sud-est della Germania sono simili a queste. Vantano tutti una popolazione altamente alfabetizzata, bassa criminalità, basso tasso di disoccupazione e modelli economici efficienti altamente qualificati, che operano come fossero micro-imperi.

Anche l’Italia, ha una moderna Città-Stato. La provincia autonoma di Bolzano è essenzialmente il feudo del vivace governatore Luis Durnwalder che è stato in carica per ventitré anni e che percepisce un compenso superiore a quello del Presidente Obama.

Dal 1990 in poi, l’Alto Adige, è diventata una delle più prospere regioni d’Italia e dell’Europa. L’Alto Adige, è quasi senza disoccupazione e non ha debiti. Il suo Pil pro capite è del 30% superiore a quello della media nazionale d’Italia e due volte superiore a quello della Sicilia. Come punizione a questo successo Roma ha richiesto all’Alto Adige di pagare un balzello: dal 2010, la regione è stata obbligata a versare il 10% del proprio bilancio, pari a circa 500 milioni di euro, al governo finanziario centrale.

Mentre l’antica Grecia e l’Italia del Rinascimento, erano quasi libere dalla guerra, dalla violenza e dalla corruzione, il loro modello fu quello dell’indipendenza economica dinamica e ciò non può essere negato. Competizione regionale, necessità della proprietà privata, libertà imprenditoriale, leadership dei visionari e pratiche economiche dei conservatori: tutte queste cause, hanno portato questi Paesi fuori dai loro rispettivi  periodi neri e sulla scena del mondo. È  arrivato il momento per questi due Paesi mediterranei, di mettere nuovamente in campo questi aspetti delle loro storie gloriose.

Marcia Christoff Kurapovna è una studiosa di questioni europee e autrice di un libro sulla Seconda guerra mondiale in Jugoslavia, Shadows on the Mountain. Vive a Vienna. L’articolo è apparso sul Wall Street Journal il 12 luglio 2012.
Traduzione  di Fabrizio Grasso