L’Italia dei Comuni

Il dibattito in corso su come Grecia e Italia possano superare il loro disastro economico sarà limitato fin quando questi Paesi non decideranno finalmente di porre fine alla loro esistenza fasulla. Nessuno dei due Paesi ha mai funzionato come Stato-Nazione, poiché i loro movimenti unitari, risalenti alla metà del XIX secolo, furono più il risultato d’ideali romantici che realistici. Dall’unificazione in poi, sia la Grecia che l’Italia sono state tenute a galla dall’agricoltura e dal turismo e. nel caso dell’Italia, da una talentuosa propensione nella creazione di prodotti pratici dal celebre design.

Ora, confrontiamo questa situazione, con quella raggiunta con la ricchezza e l’influenza degli antichi greci e gli italiani rinascimentali. Comune caratteristica di queste antiche società: sposano come modello economico-politico, quello della Città-Stato.

Sia nella Grecia antica, che nell’Italia rinascimentale, la democrazia, non fu incompatibile all’aristocrazia. Ed anche le loro oligarchie, non furono necessariamente illiberali. Ma, i reali punti di forza, delle Città -Stato greche ed italiane, poggiano nel loro sistema economico e nel loro dinamismo sociale. L’antica Grecia, ebbe il primo boom economico intorno al 500 a.C., come risultato dello spostamento del potere politico ai gruppi democratici regionali. Le grandi poleis – Atene, Corinto, Tebe e le aree colonizzate dell’Asia Ellenica – alimentarono la prosperità e l’espansionismo, specializzando la loro produzione industriale all’interno di quattro aree: agricoltura, industria alimentare e mineraria e fabbricazione di ceramiche.

Quello, fu anche un periodo di rivoluzione tecnologica. Gli strumenti in ferro, fabbricati in Grecia, durante il sesto secolo a.C. erano così avanzati, da essere successivamente usati dai romani e dagli egiziani dell’era tolemaica. Il rafforzamento della polis indipendente voleva dire anche inizio degli investimenti nel settore industriale, un’attività, questa, che precedentemente non era ben vista. L’introduzione della moneta seguì come effetto della nuova enfasi posta sulle economie locali, che furono il punto di partenza per un’espansione e per una politica di scambi commerciali con altre zone. Con la diffusione della ricchezza, la protezione accordata all’aristocrazia diminuì e fu sostituita dai rapporti economico-civili. A ciò seguì un’esplosione nel commercio interregionale tra le Città-Stato.

Le differenze regionali avvantaggiarono l’innovazione. Dopo aver visto la differenza tra l’economia basata sulla proprietà privata di Atene e quella basata sul collettivismo di Sparta, sia Arisotele che Democrito, conclusero che la prima era di sicuro una forma superiore dì organizzazione economica. Nel tempo, quasi tutti nell’antica Grecia, abbracciarono il concetto di proprietà privata.

D’altra parte, la rilevanza data alla proprietà non ha consentito ai ricchi di porsi al di sopra delle legge. Ad Atene, dove la proprietà privata ha avuto più rilevanza che in altri posti, il sistema legale democratico non consentiva di basare i giudizi su quest’ultima. Quindi, una gerarchia basata sulla proprietà, fu evitata a favore dell’uguaglianza democratica.

La Città-Stato italiana, proprio come quella dell’antica Grecia, non si attiene a nessun modello unico. Così, la liberale Firenze era diversa dalla dispotica Milano, che a sua volta era ad un tiro di schioppo, dalla piccola e risolutamente indipendente Lucca. Ed il paradiso mercantile della città di Genova non aveva molto in comune con la principesca ed ultraterrena Venezia.

Ciò che le legava insieme era la competizione economica, in particolare perché ogni Città-Stato lottava per un posto di predominio, dopo la caduta del Sacro Romano Impero in Italia, dal 1400, la penisola era fondamentalmente un Paese senza governo. Questa competizione, divenne il motore della crescita e del potere.

Oltretutto tenuta al livello del cittadino. Ai talenti individuali, infatti, fu consentito di raggiungere uno status sociale, un fenomeno che lo storico Jacob Burckhardt ha definito come “la nascita dell’individuo”. Infatti, la prima generazione degli umanisti – la quale comprendeva Leonardo Bruni, Francesco Barbaro e Matteo Palmieri – lodava il possesso e la ricchezza, quali precondizioni per una “virtù civica attiva”. La Città-Stato rinascimentale ha creato le condizioni favorevoli all’ascesa dell’homo oeconomicus.

La competizione tra le Città-Stato stimolò la concorrenza di modo che le esportazioni oltreoceano cominciarono a superare di gran lunga le importazioni. I tiranni, indipendentemente dalle loro non affascinanti qualità personali, incoraggiarono questa competizione. In Stati repubblicani, come Firenze, anti-tirannici e città toscane anti-imperiali formarono delle alleanze, così resero quelle zone di libero scambio. In questo periodo fiorì il commercio della lana, del sale, della seta e dell’olio d’oliva, commercio, guidato dalla modernizzazione dei trasporti e dalla divisione del lavoro. L’imprenditore moderno arriva sulla scena emergendo anche dalle corporazioni economiche artigianali del medioevo.

La Città-Stato di Lucca è stato un esempio di particolare successo di quest’era. A differenza di Pisa, Siena, Perugia ed altre grandi città della Toscana, Lucca non si piegò all’espansione milanese o fiorentina, mantenendo la propria posizione come potenza economica nell’industria della seta. Il leader di Lucca era Paolo Guinigi che modernizzò il sistema bancario e promosse il commercio del marmo di Carrara insieme a quelli fabbricati con la seta. Il tutto, mentre doveva difendersi dall’esterno, talvolta placando il potere dei Visconti di Milano che guardavano a Lucca come un lupo che guarda all’agnello.

Il modello della Città-Stato, non è completamente scomparso nel tempo attuale. Oligarchie del libero mercato, paradisi come Singapore o Hong Kong e la democrazia diretta dei cantoni della Svizzera, sono le dirette discendenti delle Città-Stato. Inoltre, regioni come la Baviera nel sud-est della Germania sono simili a queste. Vantano tutti una popolazione altamente alfabetizzata, bassa criminalità, basso tasso di disoccupazione e modelli economici efficienti altamente qualificati, che operano come fossero micro-imperi.

Anche l’Italia, ha una moderna Città-Stato. La provincia autonoma di Bolzano è essenzialmente il feudo del vivace governatore Luis Durnwalder che è stato in carica per ventitré anni e che percepisce un compenso superiore a quello del Presidente Obama.

Dal 1990 in poi, l’Alto Adige, è diventata una delle più prospere regioni d’Italia e dell’Europa. L’Alto Adige, è quasi senza disoccupazione e non ha debiti. Il suo Pil pro capite è del 30% superiore a quello della media nazionale d’Italia e due volte superiore a quello della Sicilia. Come punizione a questo successo Roma ha richiesto all’Alto Adige di pagare un balzello: dal 2010, la regione è stata obbligata a versare il 10% del proprio bilancio, pari a circa 500 milioni di euro, al governo finanziario centrale.

Mentre l’antica Grecia e l’Italia del Rinascimento, erano quasi libere dalla guerra, dalla violenza e dalla corruzione, il loro modello fu quello dell’indipendenza economica dinamica e ciò non può essere negato. Competizione regionale, necessità della proprietà privata, libertà imprenditoriale, leadership dei visionari e pratiche economiche dei conservatori: tutte queste cause, hanno portato questi Paesi fuori dai loro rispettivi  periodi neri e sulla scena del mondo. È  arrivato il momento per questi due Paesi mediterranei, di mettere nuovamente in campo questi aspetti delle loro storie gloriose.

Marcia Christoff Kurapovna è una studiosa di questioni europee e autrice di un libro sulla Seconda guerra mondiale in Jugoslavia, Shadows on the Mountain. Vive a Vienna. L’articolo è apparso sul Wall Street Journal il 12 luglio 2012.
Traduzione  di Fabrizio Grasso

88 commenti a “L’Italia dei Comuni”

  1. torquemada58 scrive:

    “l’antica Grecia e l’Italia del Rinascimento, erano quasi libere dalla guerra, dalla violenza e dalla corruzione”

    ahahahahahahahahahah

    Se questa tipa pubblica sul WSJ, allora a me spetta il Nobel in tutte le materie

  2. LUDWIG scrive:

    Vabbè,nell’antica Grecia le guerre erano il pane quotidiano,mentre per la corruzione sarei più cauto.
    L’ Italia,invece sappiamo che “gran bordello” che era ed è per questo che non dovrebbe meravigliare la situazione attuale.
    Per il Nobel,caro T58,sarei pure d’accordo ….contento Lei. :D

  3. Liutprando scrive:

    Il Nobel l’hanno dato ad Arafat e a Fo, possiamo darlo a Idiota58 senza problemi.

  4. Roberto 1 scrive:

    In ritardo, aggiungo anche la mia.
    Mai letto un mucchio di bojate così selezionate ed accuratamente confezionate.
    La città stato e l’arlecchinata rinascimentale per “fronteggiare” la globalizzazione?
    Suggerisco di cambiare immediatamente “fornitore”.
    Due miserabili esempi.
    A) interrogarsi sulle ragioni per cui una città di mezzosangue, retta da un’oligarchia “straniera”, si liberò di essa e, copiando a man bassa dalla religione in poi (esercito, magistratura…), ma introducendo elementi di grandissima modernità (trasmissibilità del patrimonio, matrimoni possibili fra membri di classi diverse, esercito di leva, istruzione obbligatoria, possibilità per gli schiavi di detenere patrimonio e “addirittura” esser liberati, ecc.) si inchiappettò ad una ad una tutte le potentissime, civilissime, evolutissime città-Stato vicine (Chiusi, Veio, Vulci, Tarquinia, Cerveteri…..mica bruscolini, mica gente che perdeva tempo a smacchiare i giaguari…);
    B) un Re indebitato fino al collo e con le pezze al culo, scese in Italia con un esercito non irresistibile (porello, mica aveva i soldi da buttare come Moratti, doveva far nozze con fichi secchi o poco più), giunse a Roma e Napoli senza colpo ferire e, solo sulla via del ritorno, fu “affrontato” presso Fornovo da una raccogliticcia formazione di “Italiani”.
    Così, giusto per timbrare il cartellino.
    Stando bene attenti, se Fiorentini, che i Veneziani, ad un certo punto e nel mezzo della “finta” battaglia, non cambiassero improvvisamente fronte.
    Certo che deve essere estate anche per il WSJ.
    Sempre difficile, in Luglio ed Agosto, riempire tutte pagine del giornale.

  5. tato tripodo scrive:

    bravissimo roberto,
    in altri termini è un’idea fuori dai tempi e pericolosa.

  6. Liutprando scrive:

    Cazzo quanti storici illuminati nel forum.
    Io sono troppo giovane e non mi ricordo il periodo indicato sennò un commento lo facevo anch’io. :lol:

  7. Liutprando scrive:

    Pericolosa perché vera, Tato.
    La verità è sempre rivoluzionaria, in senso buono.

  8. tato tripodo scrive:

    liut quando dissi pericolosa intendevo proprio far riferimento alle osservazioni di roberto.
    la storia c’ha insegnato che le guerre sono più probabili quando il territorio è politicamente suddiviso in tante piccole realtà. è vero anche che il mondo ha fatto passi avanti e che le convenzioni internazionali difficilmente permetterebbero aggressioni di varia natura, ma questo finchè il modello rimane questo perchè su un modello di città stato nessuna convenzione reggerebbe all’impatto

  9. Liutprando scrive:

    Balle.

  10. tato tripodo scrive:

    pensiero personale.

  11. Roberto 1 scrive:

    Piatto ricco, mi ci ficco!
    Perchè devo farmi rapinare da una scoreggia come Venezia, se voglio trafficare con l’oriente?
    Le metto contro Milano o Padova, ed il gioco è fatto!
    Perchè devo perdere tempo con quei cialtroni di italiani,persi dietro il bunga-bunga e le bobine sbobinate sui giornali, che non sanno che farsene della loro unità e della posizione nel Mediterraneo?
    Mi faccio i cazzi miei e vado a sostituire l’ENI con la TOTAL in Libia!
    E’ quasi come la jungla, Liut.
    Anche il leone più forte non perde tempo ed energie per cacciare il bufalo che dimostra di star bene, è incazzoso e scattante.
    Sceglie il più debole, per mangiare.
    Massimo risultato, minimo sforzo.
    Vedi la Germania.
    Una volta c’era la Jugoslavia.
    Adesso c’è uno spezzatino.
    I due bocconi più appetibili, Croazia e Slovenia, da tempo sono quasi un “protettorato” tedesco.

  12. Mario Giardini scrive:

    Se dobbiamo ricondurci al passato, bisogna farlo…integralmente.

    Altrimenti rischiamo che il risultato non sia conforme allo sperato: cioè ricreare le condizioni per quel fulgido esempio di creazione e distribuzione di ricchezza in abbondanza, di equità sociale e di benessere diffuso e generalizzato che furono i comuni d’antan.

    E allora bisognerà procedere a smantellare un po’ di roba troppo moderna che rischia di mandare all’aria la base stessa dell’economia di un tempo: reti elettriche, trasporti mondiali, scuole, sistema bancario, sanità, ecc ecc ecceterissima.

    Faticoso, nè…ma possibile. Possibile? Mah.

    Chi comincia?

    Io suggerisco che a darsi da fare per prima, e di buona lena, sia la sig ra Kurapovna. Noi seguiamo a seconda dei risultati.

  13. Liutprando scrive:

    Ragazzi siete fuori di zucca.

    Sarà che siete abituati a far paragoni con la storia morta, ma non avete una visione del futuro.
    Io mi sono stancato di ripetere le stesse quattro cose perché non vengono capite, per cui arrangiatevi.
    Tanto non cambia nulla.

    Io non credo al futuro fatto di nazioni come la Russia o la Cina. E forse, per il fatto che vivete dalla parte sbagliata del Po, non capite la Svizzera.

  14. mario2 scrive:

    Mi sa che la Kurapovna sia fuori di testa. Forse fa caldo anche a Vienna. Per fortuna è in arrivo Circe.

  15. Roberto 1 scrive:

    Mah, Liut, questa roba del Pò mi giunge nuova.
    Roba da Ferraresi, ecco tutto.
    La Pianura Padana?
    Un’invenzione di noi emiliano-romagnoli.
    Prima, c’erano solo galli (nel senso di Celti), paludi mefitiche, acquitrini, boschi selvatici.
    Poi siamo arrivati noi.
    Regolati i conti con i galli, ci siam tenuti le….galle.
    Le notti d’estate erano troppo calde per dormire e quelle d’inverno troppo fredde per andare a letto da soli.
    Poi ci volevano i figli, tanti figli, per sradicare, dissodare, piantare, fare i cardi ed i decumani….insomma, trasformare l’inferno in un giardino terrestre.
    I figli son nati qui, e i figli dei loro figli.
    La lingua, come si sa, la trasmettono le donne.
    Per questo e solo per questo il nostro dialetto è celtico.
    Certo, i nostri avi non avevano preso le donne corteggiandole o chiedendole in spose alle loro famiglie.
    Avevano semplicemente “pulito” il territorio dai maschi indigeni, tutto qui.
    E sai perchè nelle case coloniche, ma anche a casa del medico, del direttore di banca,dell’operaio , in città, insomma, c’è un mobiletto, in un angolo, con tutte le foto dei cari defunti?
    Lares e manes.
    Non abbiamo mai dimenticato, nemmeno per un minuto, in più di 2000 anni che questi avi nacquero fra Arno e Tevere.
    E la nostra terra si chiama, appunto, “Terra di Roma”, Romagna.
    Scusami il cazzeggio (ma non tanto), sperando tu stia al gioco.

  16. QR DeNameland scrive:

    Ma se i comuni funzionavano bene, come mai poi son finiti e non se ne è salvato nemmeno uno?
    A parte Bolzano, ma quelli infatti non son mica italiani.

  17. Lotus49 scrive:

    La globalizzazione fa sì che il mercato sia un unico, enorme, mercato mondiale. Tutti possono commerciare con tutti. Prevalgono i più competitivi, le cui imprese hanno sedi in molti Paesi diversi e non sono più definibili come italiane o tedesche, ma globali.

    A questo punto, una sovrastruttura statale serve solo da freno alla crescita, perché deve mettere insieme realtà diverse, finendo col frenare i migliori: molto meglio avere dei governi locali, competitivi fra loro, calibrati a misura delle proprie aziende.

  18. Liutprando scrive:

    Roberto 1, ma l’Emila Romagna, a parte il Casato di Parma, ha avuto regni importanti?
    Eppoi mi spieghi come mai, se voi eravate così impegnati con le galle altrui, le vostre donne sono così famose per fare dei magnifici … tortellini? :lol:

  19. Liutprando scrive:

    A questo punto, una sovrastruttura statale serve solo da freno alla crescita, perché deve mettere insieme realtà diverse, finendo col frenare i migliori: molto meglio avere dei governi locali, competitivi fra loro, calibrati a misura delle proprie aziende.

    Assolutamente d’accordo.

  20. Liutprando scrive:

    A commento dell’articolo Ecco come la Cina fa la “guerra” economica al mondo c’è:
    Gli episodi militari e le provocazioni sono solo funzionali e strumentali all’unico scopo ed alla vera guerra che è FINANZIARIA, i cinesi infatti mirano a far adottare il Renmimbi come moneta asiatica, ed il Giappone dopo lo Tzunami e l’incidente di Fukushima si è in proposito molto avvicinato alle posizioni cinesi in seguito agli aiuti ricevuti dalla Cina … Considerando che il dollaro ormai è un bluff che vive parassitariamente guadagnando tempo minando la credibilità dell’Euro per distrarre l’attenzione dal proprio marciume putrescente, e che l’Euro è stato un errore madornale in partenza, direi che un Renmimbi correlato e garantito dall’oro che la Cina sta accumulando da parecchi anni, potrebbe fornire loro una posizione dominante a livello mondiale. mettendo a repentaglio irreversibilmente la potenza d’argilla degli USA, che a questo punto rimarrebbero solo con le Forze Armate come strumento di imposizione del loro simulacro di potenza mondiale …

  21. Roberto 1 scrive:

    Liut, ti confermo che l’Emilia Romagna, al netto di parecchi Papi, casate tipo i Guidi, i Da Polenta, i Manfredi, i Malatesta, i Bentivoglio, i Cybo, i Riario (di cui la metà discendente dalla gens Cilna da Arezzo-Cortona, la stessa di un tal Mecenate, insomma, un altro terzo dalla gens Julia ed il resto Longobardi, Goti o Brettoni) ed altre minori, non annovera un cazzo.
    Cosa vuoi, siam gente che all’apparire preferisce l’essere ed il fare, anche se ogni tanto ci fregano.
    A Legnano, la prima volta, forse davanti al Carroccio c’eran più Bolognesi e Romagnoli che Lombardi e, la seconda volta, il grosso del lavoro l’abbiam fatto noi, inchiappettandoci Federico II e catturandogli il figliuolo Enzo.
    Il quale, “prigioniero” a vita in Bologna, credo non finisse mai di ringraziare il padre, per il fatto di non aver mai pagato alcun riscatto.
    Poi sappiamo come finì: i Milanesi si presero tutto il merito.
    A Curtatone e Montanara, invece, alcune migliaia di patrioti “Toscani” fermarono, immolandosi, il poderoso esercito Austriaco, che stava prendendo a tenaglia quei fessacchiotti di Piemontesi, che poi vinsero a Goito.
    In quel tempo, la “Toscana” comprendeva quasi tutta la Provincia di Forlì-Cesena, mezza Provincia di Ravenna ed un pò di Riminese, oltre l’appennino Imolese.
    I giovani benestanti emiliano-Romagnoli, per far Chimica-Fisica-Ingegneria andavano a Pisa, Architettura a Firenze, Medicina, Legge, Agraria ed Economia a Bologna.
    Quasi metà dei volontari “Toscani” erano Emiliano-Romagnoli, cui si unirono ufficiali e truppe Napoletane, prevalentemente Abruzzesi.
    Al primo impatto contro la linea Austriaca, i Pisani sbandarono.
    Ma eran Pisani, appunto.
    Ressero Napoletani, Abruzzesi,Maremmani e tosco-Romagnoli, che contarono perdite enormi, ma gli Austriaci non avanzarono di un metro.
    Il giorno dopo, con il treno della ghiaia, si attestò a Goito l’esercito Sardo, che suonò i demoralizzati Austriaci, che avevano fallito contro quattro studentelli.
    Illustri fisici Italiani parteciparono a quell’evento: gente come Riccardo Felici di Parma, Carlo Matteucci di Forlì, Andrea Ranzi di Rimini.
    Tommaso Marchetti e Giuseppe Ginnasi di Imola, invece, restarono lì sul campo, fermi per sempre a studente-caporale l’uno e capitano-professore l’altro.
    Poi è andata come è andata: i Pisani, che scapparono, si presero tutto il merito e da allora e per sempre i volontari “Toscani” fermarono gli Austriaci a Curtatone e Montanara.
    In quanto ai ……tortellini, purtroppo debbo deluderti.
    Le giovani generazioni di “galle” Emiliano-Romagnole conoscono, forse peggio delle loro madri e nonne i….tortellini, ma non conoscono affatto i tortellini, quelli con carne e formaggio fresco+noce moscata da Piacenza a Bologna, Imola compresa e quelli con formaggio grana, formaggio morbido+noce moscata+scorza di limone da Imola esclusa ad Urbino.
    Non c’è partita, fra le “vecchie” e le giovani, in tutti i campi.
    Piuttosto, a proposito di…..tortellini, è ancora in vigore e non abrogata la speciale classifica estiva per designare il titolo di “birro romagnolo” dell’anno.
    La classifica è data dal conseguimento di un punteggio, che disciplina la qualità e quantità delle “conquiste”.
    Il disciplinare è severissimo.
    Son zero punti per tedesche, bergamasche, patavine, rodigine.
    Vai sotto zero, cioè ti sottraggono punti, per bresciane, mantovane, varesine.
    Squalifica e punizioni, se beccato con Modenesi,Ferraresi, Vicentine e Veronesi.
    Buon punteggio per Austriache e Milanesi, top per Francesi e Fiorentine.
    Per Bresciane, poi, il poveretto beccato in flagrante o con testimonianze veraci, non fasulle alla Ciancimino Jr., c’è anche la delazione a moglie o fidanzata, come punizione suprema per chi reitera il “reato”.
    Cosa vuoi, Liut, siam gente che si diverte con poco….un pò di gnocca ed un piattazzo di tagliatelle al sugo….ci garantiscono poi l’autonomia necessaria per sgobbare come muli il resto del tempo.

  22. Liutprando scrive:

    A Legnano, la prima volta, forse davanti al Carroccio c’eran più Bolognesi e Romagnoli che Lombardi e, la seconda volta, il grosso del lavoro l’abbiam fatto noi, inchiappettandoci Federico II e catturandogli il figliuolo Enzo.

    Emeppareva a me. Se l’avessi detto a Tato mi avrebbe risposto che a Legnano erano tutti siciliani.

  23. Liutprando scrive:

    Confesso che non leggerò tutto il trafiletto, Roberto 1, perché la storia nella piadina con la mortadella mi piace poco. Mi accontento della testa e del piede e se mi dici che vi divertite con poco non lo metto in dubbio.

    Sempre con grande stima.

  24. silver price scrive:

    Mentre l’antica Grecia e l’Italia del Rinascimento, erano quasi libere dalla guerra, dalla violenza e dalla corruzione, il loro modello fu quello dell’indipendenza economica dinamica e ciò non può essere negato. Competizione regionale, necessità della proprietà privata, libertà imprenditoriale, leadership dei visionari e pratiche economiche dei conservatori: tutte queste cause, hanno portato questi Paesi fuori dai loro rispettivi periodi neri e sulla scena del mondo. È arrivato il momento per questi due Paesi mediterranei, di mettere nuovamente in campo questi aspetti delle loro storie gloriose.

  25. paperino scrive:

    Puo’ interessare ricercare con google:
    alesina la dimensione delle nazioni

  26. che costringe a rubare: ce n’è un’altra, che è, credo, particolare a voi soli. – E qual è mai? – intervenne il cardinale. – Le vostre pecore – diss’io – che di solito son così dolci e si nutrono di così poco, mentre ora, a quanto si riferisce, cominciano a essere così voraci e indomabili da mangiarsi financo gli uomini, da devastare, facendone strage, campi, case e città. In quelle parti infatti del reame dove nasce una lana più fine e perciò più preziosa, i nobili e signori e perfino alcuni abati, che pur son uomini santi, non paghi delle rendite e dei prodotti annuali che ai loro antenati e predecessori solevano provenire dai loro poderi, e non soddisfatti di vivere fra ozio e splendori senz’essere di alcun vantaggio al pubblico, quando non siano di danno, cingono ogni terra di stecconate ad uso di pascolo, senza nulla lasciare alla coltivazione, e così diroccano case e abbattono borghi, risparmiando le chiese solo perché vi abbiano stalla i maiali; infine, come se non bastasse il terreno da essi rovinato a uso di foreste e parchi, codesti galantuomini mutano in deserto tutti i luoghi abitati e quanto c’è di coltivato sulla terra. Quando dunque si dà il caso che un solo insaziabile divoratore, peste spietata del proprio paese, aggiungendo campi a campi, chiuda con un solo recinto varie migliaia di iugeri, i coltivatori vengono cacciati via e, irretiti da inganni o sopraffatti dalla violenza, son anche spogliati del proprio, ovvero, sotto l’aculeo di ingiuste vessazioni, son costretti a venderlo. L’Utopia, libro i, a cura di M. Isnardi Parente, Roma-Bari, Laterza, 1993, pp. 24-25.

  27. Roberto 1 scrive:

    No, Liut.
    Quella volta i Siciliani erano dalla parte sbagliata.
    Ma l’insegna rosso e blu, con la croce rossa in campo bianco e le scritte “libertas” stavano sul Carroccio la prima volta, quella del merito tutto attribuito ad Alberto da Giussano (o Raz Degan nel filmaccio di Martinelli, non ricordo bene).
    La seconda volta, invece, dopo che i Milanesi sconfitti a Cortenuova perdono anche il Carroccio, portato in dono al Papa da Federico II, ci pensano i Parmensi (1248, battaglia di Vittoria) e i Bolognesi (1249, battaglia di Fossalta) a sloggiare l’Imperatore dal Nord Italia, prendendone addirittura prigioniero il figlio Enzo.
    Ci siamo incazzati con i lombardi qualche secolo dopo, poichè il signore di Milano, figlio di un Romagnolaccio soldato di Ventura, riuscì a fare la conquista più importante della sua vita, cioè Bianca Maria Visconti, ultima ed unica erede dei Signori di Milano.
    Poverelli, gli Sforza: avevano nostalgia, volevano la Romagna ad ogni costo!
    Mal gliene incolse.
    Le armate Milanesi sembravano l’Inter della fase post-Mourinho: una lunga serie di sconfitte e figuracce, in terra di Romagna.
    Ma non c’è allegria, nelle mie parole.
    Mentre nascevano grandi Nazioni, si formavano Francia, Inghilterra, Spagna e Portogallo, noi ci dilettavamo nel bellissimo gioco “tutti contro tutti”.
    I risultati li sappiamo, ma facciamo finta di nulla.
    Forse questo gioco ci piace troppo, anche oggi.

  28. paolab scrive:

    Roberto,

    più che le Nazioni nascevano i grandi imperi coloniali.

    Ma anche di quelli conosciamo i risultati e la fine che hanno fatto. E anche in questo caso non mi pare giovi far finta di nulla.

    Perché se è sciocco giocare alla “guerra del tutto contro tutti” lo è almeno altrettanto non rilevare la sconfitta in atto del concetto di Nazione e l’aspirazione dei territori ad essere arbitri del proprio destino.

    Non si può far ricorso al principio di autodeterminazione solo quando questo ci torna comodo: o ne riconosciamo la validità o la neghiamo. Una volta per tutte e non sulla base della convenienza contingente.

  29. Roberto 1 scrive:

    L’autodeterminazione è roba che scotta, Paolab.
    Spesso finisce nel modo così ben descritto dal video dei Fun, Some Nights, credo.
    Due contadini con una divisa rispettivamente blu e grigia che si sparano contro e due giovani donne che piangono.
    Ribadisco, Paolab: nascevano le nazioni.
    L’impero è la diretta conseguenza di poteri di disponibilità e potenza, acquisiti da “espressioni geografiche” che son divenute “nazioni”.
    L’Inghilterra nasce con lingua sassone e “cervello” normanno, insieme con il “patto” che fa convivere diversi ed ex nemici.
    Prima ancora, Roma.
    Lingua latina, “cervello” etrusco, con alcune correzioni, nate dall’esigenza contingente e da mediazioni vincenti.
    La Spagna: fine delle lotte fratricide, volontà ed anche “fanatismo” religioso (sulla base di precise esigenze economiche) per l’obiettivo di buttare a mare i Mori.
    E noi dovremmo affrontare la crisi dell’Euro, una nuova ondata di iperfondamentalismo che sta cambiando la geografia politica in Medio oriente, colossi come Russia, Brasile, India e Cina con il ritorno a quella “cartina” che illustra l’articolo?
    Col margraviato di Franconia, il Lombardo-Veneto, il regno di Borgogna, il Principato delle Asturie, lo Stato della Chiesa ed il reggente di Boemia?
    Dai, Paolab…..ragiona almeno tu, per favore!

  30. paolab scrive:

    Roberto,

    penso dovrebbe esserti chiaro: non sono una fanatica assertrice delle piccole patrie a tutti i costi né, ancor meno, della superiorità a prescindere del plebiscitarismo popolare quale sede depositaria di indiscutibile saggezza. Ma ho un po’ di naso nel saper leggere tra le righe le tendenze (micro e macro) in atto prima ancora che queste divengano conclamate e di cui pretendere di mettere a tacere la presenza e la voce si traduce quasi sempre in una vocazione al suicidio.

    So che sei un convinto sostenitore dei ricorsi vichiani ma a me sembra che tu commetta, in modo inverso e speculare, lo stesso errore che ritrovo nell’articolo pubblicato sul WSJ: quello di leggere il presente con le lenti del passato. La Storia non è mai identica a sé stessa, al massimo presenta delle analogie: cambiano gli attori e cambiano i contesti.

    Gli Stati Nazionali e i loro imperi, che hanno occupato tanta parte della Storia dell’umanità, sono il retaggio di epoche passate: questo mi pare di capire. E laddove ancora prosperano si legge in filigrana l’azione disgregatrice delle spinte centrifughe: economiche, territoriali, culturali, politiche, persino, come dire, caratteriali. Quelli che resistono lo fanno a costo di concessioni autonomistiche e riconoscimenti particolaristici. E’ vero, come ho detto altrove, che le tensioni separatiste e secessioniste sono (ancora) nettamente minoritarie: ma questa è la tendenza. E il sintomo del dissolvimento del potere centrale.

    Di malavoglia non si tengono insieme neanche un uomo e una donna: figurati due (o più) popoli e nazioni che, a torto o a ragione, agli occhi degli interessati si raffigurano diversi.

    Non prendo parte per gli uni o per gli altri: mi limito a cercare di capire quel che si prospetta all’orizzonte.

  31. Roberto 1 scrive:

    Non sono solo analogie, Paolab.
    La storia è piena di “organetti”, cioè periodi in cui si accentra e periodi in cui prefalgono spinte centrifughe.
    Solo che la “tempistica” è pazzerella, legata al caso ed alla contingenza.
    Può essere, poniamo il caso, che tutti crescano più o meno allo stesso modo, che modernità e progresso creino l’illusione a qualcuno di poter dominare gli altri o il mercato e che il mondo sia ancora, tutto sommato piccolino.
    Basta che un Principe muoia ammazzato, ed ecco che il “G8″ si trova in guerra, nelle trincee del Carso, a Gallipoli, sulla Marna o presso i Laghi Masuri.
    Cinque anni di guerra, milioni di morti, vince il primo il cui sistema economico e la cui anagrafe collassa per ultimo.
    Se, invece, i “forti” sono squassati da enormi problemi interni, riconducibili nell’incapacità di leggere il presente ed avere un disegno per il futuro, conseguentemente ogni cosiddetto “popolo” sarà portato a ricercare, nell’autonomia, il proprio “diritto alla felicità”.
    Si aggiunge così errore all’errore, in perfetta escalation sinergica.
    Frattanto i vicini, che rispondevano alla “larghezza” delle loro braghe stringendo sempre più la cinghia, intravvedono un’occasione storica.
    E, naturalmente, ci provano.
    La Turchia, tanto per non far nomi, tenuta sprezzantemente per anni in anticamera del “salotto buono” Europeo, pare abbia saldato un legame nuovo ed allo stesso tempo antico con i Sauditi, cui interessa la modernità solo per l’aspetto tecnologico e del potere enorme determinato dalla disponibilità finanziaria.
    Risultato: la cosiddetta primavera Araba.
    Con buona pace degli “estasiati” di casa nostra (i peggiori), d’Europa e di Oltreoceano, quando avranno regolato i conti interni (Iran, Hezbollah, ecc.), saranno pronti per farci una bellissima festa, simile a quella che la Cina ha predisposto per gli USA, il cui presidente, per esempio, è costretto ad incontrare di nascosto ed alla chetichella il Dalai Lama.
    Da cui, deriva una grande lezione “storica”: chi non ha più niente da dire, è destinato a dirlo ancora per poco.
    Parleranno, eccome se parleranno, le “New Entry”.
    Mi pare che, se non si corre ai ripari, non esistano altre prospettive all’orizzonte.
    Già l’Italia in se appare insufficiente a reggere questo frullo.
    Sarebbe necessaria L’Unione Europea, intesa come Stati Uniti D’Europa, già operativa domattina.
    Invece ci balocchiamo con roba che non farà altro che accelerare il nostro declino.

  32. paperino scrive:

    la svizzera e’ composta da 24 cantoni e una decina di milioni di concittadini: ognuno col fucile da guerra in camera e relativo munizionamento. tutto qua.

  33. paolab scrive:

    Roberto,

    perfetta riproducibilità nel tempo degli eventi storici a parte, mi è parso, leggendoti, di poter essere d’accordo su tutto.

    E allora, ti chiederai (e mi son chiesta) di cosa stiamo discutendo e cosa ci divide?

    Questo: tu pensi che la tendenza al “particulare” si possa (e si debba, pena la nostra relegazione ai margini della scena che verrà occupata dagli “emergenti”) contrastare, costi quel che costi.

    Io ritengo che, superato un certo limite (a cui siamo, mi pare, spericolatamente prossimi) opporsi sia inutile: possiamo, forse, solo provare ad “accompagnarla” per ridurne il danno. Tanto il corso dei processi storici si compie a prescindere dalla volontà degli attori.

    Sì, è (soprattutto) la definizione della terapia (intesa come reazione) che ci separa.

  34. paolab scrive:

    Paperino,

    scusami ma non ho capito cosa intendessi dire.

    Se il tuo riferimento era a quello di cui Roberto ed io stavamo discutendo.

    Altrimenti come non detto. :)

  35. Roberto 1 scrive:

    Paolab, perfetto.
    Le cose stanno proprio così.
    Ma non penso a me: il declino non sarà poi così veloce.
    Penso al piccolo di casa (quattro anni) ed ai suoi figli, che non vorrei mai vedere con un turbante in testa o costretto clandestinamente a gustarsi un piatto di cotiche e fagioli innaffiato da abbondante Sangiovese.
    Quindi è adesso, se si può e se si vuole, che occorre fare (o non fare) alcune cose.

  36. paolab scrive:

    che non vorrei mai vedere con un turbante in testa

    ah neanche io Roberto, ci puoi giurare. Ma noi (l’occidente) siamo un impero ormai declinante: certo, hai ragione, non sarà così veloce.

    L’unica modo in cui posso intervenire è cercare di convincere mio figlio (21 anni) a non fare, a suo volta, figli.

    Ma già è implicito in questo, me ne rendo conto, l’ammissione di sconfitta della nostra civiltà che non saremo in grado di evitare.

  37. Roberto 1 scrive:

    Paolab
    invece i figli occorre farli, eccome!
    In genere, al netto di quelli che van per tetti e diventano Avvocati senza saper parlare non dico l’Inglese, ma manco l’Italiano, son migliori di noi e non si arrenderanno tanto facilmente.
    Dovevi vedere il “grande” di casa, 18 anni neomaturo, quando ha visto il “promo” delle Olimpiadi, con tutte queste atlete “velate” o paravelate, lo devi sentire quando esprime cosa pensa di Terzi e dell’affare dei marò sequestrati……
    Bene la multietnia, affanculo la multiculturalità.
    C’è Pasqua, Natale, Ferragosto, 15 giorni di ferie spettano a te, quindici dietro accordo con l’azienda e non c’è cazzo di ramadan che tenga.
    C’è la Costituzione: chi è dentro è dentro, chi si chiama fuori se ne torna a casa.
    A sue spese, naturalmente.
    C’è speranza….

  38. [...] Ma questo giro elettorale ha spiegato efficacemente che da oggi, anche se ancora non se ne parla o si sussurra solamente, si pone la questione delle questioni. Infatti, il voto lombardo è forse il seme d’un’epoca nuova. Veneto, Piemonte e Lombardia (in ordine di conquista), sono capitolate, si sono consegnate oppure hanno aderito, insomma ditela come volete, al progetto della Lega Nord. Bisogna comprendere bene il significato di questo avvenimento. La Lega Nord, pur non brillando nei risultati a queste elezioni, ha vinto. Ha mostrato, questo movimento, prima di Berlusconi e prima di Grillo, che un’altra via è possibile. Ed ha vinto, perché l’idea e la voglia d’indipendenza ha più o meno contagiato tutti gli italiani. L’idea, ha estimatori in Italia e all’estero (http://www.thefrontpage.it/2012/07/18/litalia-dei-comuni-2/). [...]

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