L’impossibilità di esser liberali in Italia

Nei primi mesi del 2007 mi capitò – curioso come sono, peggio di una scimmia indiana strippata di coca – di leggere sul Giornale, all’epoca diretto da Mario Giordano,  un paio di articoli, ai miei occhi clamorosi, di un certo Carlo Cambi, incentrati sulle fosche teorie economiche di certi Ricardo, Malthus e Smith. Scrissi all’autore per chiedergli chiarimenti, inviandogli, come biglietti da visita, un paio di articoli che avevo trovato a loro volta clamorosi.

Uno di Geminello Alvi, “Santo subito? Silvio in realtà è un vaisha”, pubblicato nel 2006 dal Foglio, e un altro di Gianluca Arrigoni per Libero, titolato  “Gli scritti imbarazzanti di Marx ed Engels”, nel quale l’autore ragguagliava sulla comune matrice marxista del Nazismo e del Comunismo e della conseguente liceità degli stermini di massa. (Visto che questo, oltre ad esser il Paese di Pulcinella, è anche quello dello Smemorato di Collegno, l’esplosivo, a mio avviso,  articolo di Arrigoni lo incorporai in uno mio, per Il Legno Storto, dal titolo “Il razzismo? E’ di sinistra” del 1 novembre 2010, in modo che, per buona memoria, rimanesse disponibile a tutti sul Web).

A Cambi chiesi anche notizie sui fasti di quella “penetrazione gramsciana” della quale lo Sciagurato di Arcore ha sempre denunciato il veneficio sull’italica società, raccogliendo come al solito cori di fischi, pernacchie e lancio di gatti morti.

Dalla, off course,  postcomunista sinistra, ma anche dal centrodestra.

Il 28 agosto 2007 mi arrivò la gentilissima risposta di Cambi.

Eccola.

Carissimo signor Reggiani,

mi scuso innanzitutto se le rispondo con così colpevole ritardo. Anch’io per parte mia spero che Athena venga ad illuminare le coscienze degli italiani. Ho qualche fondato dubbio che anche la Dea della sapienza armata, madre della nostra civiltà che però la sinistra rinnega e conculca, riuscirebbe nell’impresa di far nascere l’alloro della Saggezza tra le erbacce del faccendismo nostrano

Ho letto sia l’articolo di Alvi che quello di Arrigoni che lei mi ha gentilmente inviato. Concordo che siano illuminanti. Ma mentre di Geminello stupisco per la sua fresca, ironica genialità, per quanto riguarda Arrigoni trovo ben compitate cose che purtroppo chi si è occupato come me ai tempi universitari di economia politica, di filosofia del diritto e di storia delle dottrine politiche conosce già. Il fatto è che l’egemonia gramsciana in Italia è stata interpretata perfettamente e che la cultura non marxista non ha saputo opporsi all’occupazione sistematica dei centri d’intelletto. Le citerò soltanto un episodio: quando studiavo a Pisa, come ogni bravo discente di giurisprudenza mi sono accinto all’esame di Diritto Civile preparandomi sul testo del mio professore, Nuccio Natoli. E sa come cominciava quel manuale di diritto civile? Così: premesso che la proprietà privata è un furto qui ci occupiamo di diritti reali”. Erano gli anni ’70 e da quell’università è uscita la classe (si fa per dire) dirigente di oggi. Oggi io la chiamo classe digerente perché riesce a mandare giù di tutto.

Ho visto che è rimasto colpito dai miei riferimenti alla scuola economica austriaca. Purtroppo – sempre in conseguenza dell’egemonia gramsciana – gli economisti liberali nel nostro paese sono una minoranza schiacciante, come avrebbe detto Flaiano. Vede, i marxisti, o marxiani come è meglio dire, cioè i commentatori di Marx, hanno paura a dichiararlo ma sono tutti figli di Ricardo, Smith e Malthus: questa triade di economisti classici fece a cavallo tra 700 e 800 sulla scorta della Rivoluzione Industriale dei guasti allucinanti. Teorizzarono il valore della merce in rapporto alla quantità di lavoro accumulato, elaborarono la cosiddetta teoria bronzea dei salari che è quanto di più cinico e cupo un uomo possa immaginare (sostanzialmente si sostiene che i salari vengono mantenuti a livello di sussistenza da questo processo: quando vi è più salario gli operai fanno più figli, aumenta l’offerta di manodopera e quindi i salari scendono, quando scendono la gente muore di fame e così c’è meno manodopera e dunque il salario tende di nuovo a salire secondo la nota legge della domanda e dell’offerta), teorizzarono infine che l’uomo lasciato a se stesso non ha la spinta al bene, ma quella al male. Dica lei se questi non sono i prodromi del marxismo e delle sue più aberranti derive. C’è nella teoria bronzea dei salari già contenuta l’idea del genocidio, c’è in nuce nel concetto di  lavoro come merce  tutta la teorizzazione marxista della lotta di classe, c’è infine già contenuta in quella triade l’idea dello Stato come interdittore degli umani comportamenti.

Invece… Invece esiste nel pensiero occidentale una corrente che io trovo sommamente rappresentata da John Locke – siamo nell’Inghilterra seicentesca – che predica l’uomo libero per natura, che sposta il concetto di economia dalla soddisfazione del bisogno all’utilità, che crede nella naturale propensione al bene dell’uomo e vuole uno Stato leggero come semplice garante della convivenza. Non è però il contratto sociale rousseiano, è semmai l’esaltazione della natura sociale dell’uomo. Ecco io penso, e spero, che prima o poi si potrà tornare a ragionare dei fondamenti del liberalismo che diventa sì liberismo, ma che non è affatto uno stato selvaggio di rapporti di forza quanto piuttosto un concetto di utilità personale che sommando le tante utilità private diventa utilità sociale. Purtroppo ho poche speranze. A sinistra la cultura laica è ormai morta, a destra un eccesso di tatticismo non consente di ragionare attorno a queste faccende con la dovuta profondità. Ma per parte mia continuerò a fare ciò che mi pare doveroso: difendere la libertà di pensiero e di azione affinché lo Stato sia niente più che la casa degli uomini liberi.

Se Il Giornale mi darà l’opportunità di scrivere ancora vedrà che avremo modo di confrontarci pubblicamente su questo, altrimenti lo faremo in via privata. La ringrazio dei suoi apprezzamenti e li ricambio perché lei ha mostrato intelligente partecipazione e illuminante passione per questo dibattito sulla libertà. Si abbia i sensi della mia stima e della mia amicizia.

Sia felice.

Suo Carlo Cambi

Evidentemente Cambi non è riuscito nel suo intento di continuare a collaborare con il Giornale, che nel frattempo passava più volte sotto direzioni diverse, tant’è che oggi collabora con Libero scrivendo di cucina.