Vittima di una guerra

A volte, a chi scrive sui giornali, capita di prendere cantonate colossali. È capitato anche a me. E non è facile, una volta fatta una frittata, ritornare alle uova intere.

Tempo addietro, quando imperversava la vicenda che ha portato alle dimissioni l’ex direttore di Avvenire Dino Boffo, io presi una posizione netta e decisa in favore dei suoi detrattori. In un certo modo avevo identificato nella sua figura un addensarsi di sapori e logiche clericali, quasi fossero, le sue vicende, simbolo del clericalismo italiano. Lo so, non si è certo dimesso per quello che posso aver scritto io, ma allora fui parte, sia pure come piccola gocciolina, dell’onda che lo travolse. Ed ora, per una di quelle ironie che la vita ogni tanto ci concede, leggendo le lettere private di Dino Boffo trafugate e riportate nell’ultimo libro di Gianluigi Nuzzi, mi sono reso conto di aver preso un abbaglio colossale. Basta leggerle e si capisce molto meglio tutta la faccenda.

Dino Boffo non era affatto il clericale della vicenda, ma, come i fatti successivi hanno dimostrato, la vittima di una guerra fra prelati, in cui lui è malauguratamente finito in mezzo. E così voci e malignità da sagrestia che si addensavano sulla sua figura – chiunque sia in vista nella Chiesa sa di dover sopportare queste piccolezze – si sono trasformate da pettegolezzo in un’accusa lancinante.

Non è certo facile chiedere ai miei cinque lettori di cancellare le emozioni che possono aver provato a leggere i miei articoli di allora e sintonizzarsi sul mio pentimento attuale. Però quello che posso chiedere è altro. San Filippo Neri, ad una donna pettegola che chiedeva l’assoluzione, fece spennare per la strada una gallina già morta, ed una volta tornata da lui le chiese di rimettere insieme le penne. Il pettegolezzo, la maldicenza, la calunnia sono così, spennano la dignità sociale delle persone colpite. Io non posso riattaccare le piume che ho staccato all’immagine mediatica di Dino Boffo, ma posso chiedere a voi lettori di aiutarmi a raccoglierle. Basterebbe dedicare un briciolo di energia ad approfondire la sua vicenda, e nelle nostre menti si diraderebbero le nebbie sulla sua figura. Che in questi fatti ha dimostrato invece di esser stata il miglior servitore che la vigna del Signore potesse trovare.

Purtroppo la Chiesa è anche così: c’è tanta divinità, ma anche tanta umanità. Chi ha frequentato ambienti clericali ben mi capirà. Eppure stare nella Chiesa significa anche questo, vedere insieme il grano e la zizzania, l’amore e l’odio, la virtù e il vizio.

Dino Boffo ed il suo sofferto e silenzioso calvario sono una testimonianza per tutto il mondo cattolico italiano. Che dovrebbe riscoprire quel senso di famiglia, di comprensione ed amore per l’altro che fanno della fede cristiana il più meraviglioso mistero del mondo. Chiedo quindi il perdono umano, professionale e cristiano a Dino Boffo. Ma lo chiedo anche a voi tutti lettori. Non si finisce mai di imparare. E questa dinamica, lo confesso, mi è stata di grande lezione.