Piccoli inciuci crescono

Individuati, ormai, i presidenti di Camera e Senato, nelle persone di Laura Boldrini e Pietro Grasso, si possono intravedere i primi tratti del mostro che la politica ci accinge a partorire, complice anche un risultato elettorale che obbliga a lavorare di fantasia ed astuzia.

La linea Bersani, in effetti, comincia a dare dei risultati, nonostante il segretario Pd sia stato (giustamente) sbeffeggiato nelle settimane post-elettorali: se la campagna elettorale dell’ex ministro è stata disastrosa, condizionata com’era dall’esigenza di compiacere Monti e l’Europa senza scontentare troppo Vendola, le mosse successive, volte a recuperare una situazione quasi disperata, sono state assai più fruttuose.

Il primo risultato è stato, infatti, quello di provocare delle divisioni all’interno del Movimento 5 Stelle, con una decina di senatori meridionali che hanno votato convintamente Grasso disattendendo la direttiva che imponeva di decidere a maggioranza l’atteggiamento da tenere in Aula. A dire la verità, sotto questo aspetto, c’è stata un po’ di ambiguità, dato che gli stessi grillini si erano alla fine dati libertà di voto. Da segnalare, infatti, la drammatica riunione a porte chiuse – questa volta senza nemmeno la diretta streaming via web – nella quale si sono confrontati i favorevoli all’appoggio a Grasso e i fautori della linea dura contrari a qualsiasi compromissione con i due partiti maggiori, considerati responsabili del disastro italiano degli ultimi vent’anni.

Una parentesi drammatica, come si può immaginare, svoltasi con modalità che lasciano immaginare future, possibili, scissioni. Lo stesso Grillo è andato giù duro nel proprio blog, di fatto chiedendo la testa dei “traditori”. Si è insomma già verificato ciò che, in tempi non sospetti, ritenevamo probabile in assenza di una guida forte e certa: la diaspora dei grillini potrà avvenire sia per ragioni meramente “economiche” (vedremo quanti resisteranno quando cominceranno a girare i milioni) sia per comprensibili e legittime motivazioni di ordine politico. Parliamo davvero di neofiti, mandati in Parlamento come pecore in mezzo ai lupi.

E poi c’è il legittimo problema politico: come poter rischiare uno Schifani-bis? Come poter avere dubbi tra l’avvocato dei mafiosi (copyright Padellaro) ed il procuratore nazionale antimafia? La lezione è chiara: al di là dei buoni e giusti, in qualche caso liberatori, vaffanculo, la politica è ben altra cosa e richiede decisioni spesso dolorose ed in qualche caso definitive, se non si ha alle spalle una struttura partitica e  mediatica adeguata. Senza contare poi che la candidatura di Schifani da parte del PdL è stata così inadatta da apparire quasi provocatoria, fatta apposta per spingere i grillini nelle braccia del Pd.

Il vincitore su tutta la linea è insomma Bersani, che ha giocato bene le sue (poche) carte. Messo con le spalle al muro ha dato il meglio di sé, anche perché in gioco c’era (e c’è tuttora) la sua sopravvivenza politica. Il rischio di finire come Occhetto era reale, dato che la sconfitta bersaniana alle elezioni somiglia più a quella ottenuta vent’anni fa dall’ultimo segretario comunista che a quella di Veltroni (chiamato a far dimenticare la disastrosa esperienza del governo Prodi II). Un Bersani che, a questo punto, potrebbe essere davvero il candidato premier capace di governare grazie ad una maggioranza schiacciante alla Camera e numeri tutti da trovare al Senato, magari sancendo finalmente l’alleanza con Monti e con quei 15 grillini i quali, c’è da scommetterci, più presto che tardi usciranno dal M5S. Senza contare il possibile “aiuto” di qualche senatore a vita. Uno scenario agghiacciante ma tutt’altro che impossibile visto lo svolgimento degli eventi.

Un altro tassello utile per comprendere cosa succederà in futuro lo avremo solo con la elezione del Capo dello Stato. In pole position appare senza dubbio Romano Prodi che tra l’altro vanta rapporti tutt’altro che cattivi con lo stesso M5S. Il centrodestra chiede, con qualche ragione, un candidato che non sia palesemente riconducibile ad una area politica ostile ma Bersani, a questo punto, potrebbe davvero tentare una prova di forza occupando tutte le poltrone. D’altronde i numeri per Prodi ci sarebbero, dando per scontato che per le prime votazioni non si raggiunga il quorum dei 2/3. Su Prodi potrebbero convergere i voti di Pd-Sel (in tempi non sospetti Vendola aveva espresso parole di elogio nei confronti del Professore) più quelli dei montiani e di una pattuglia ben più ampia dei 10-15 grillini già citati per il caso Grasso.

In tutto questo scenario la posizione del PdL appare compromessa. Berlusconi è accerchiato e sul suo capo potrebbe saldarsi una alleanza non del tutto palese tra Pd e (parte del) M5S. Da non escludere, infatti, una ipotesi nella quale all’offerta grillina di votare per l’ineleggibilità (e l’arresto) di Berlusconi il Pd risponda con la richiesta di appoggiare Romano Prodi per il Colle. Senza contare che per la “soluzione finale” nei confronti di Berlusconi tifa pesantemente l’Europa ed in particolare la Germania.

Insomma, come diceva una vecchia canzone di Lucio Battisti, scopriremo solo vivendo cosa ci riserverà la prima parte di una legislatura che magari non avrà quella vita brevissima prevista da un buon numero di osservatori. Circa i risultati e gli effetti, però, mi riservo di commentare in seguito e di nutrire qualche legittimo dubbio fin da ora.