iPhorconi

Mentre scrivo ho messo in carica quello che una volta avrei definito “telefonino”, oggi si chiama smartphone, ma sostanzialmente il motivo per cui quell’oggetto mi fa riflettere è il suo costo. Circa 800€, IVA inclusa. Sono d’accordo stiamo parlando di un iphone di ultima generazione, vi sono prodotti simili che assolvono praticamente le stesse funzioni alla metà della metà della cifra. Volendo invece avere un prodotto della Apple, proprio per controbilanciare questa evidente posizionamento tra i prodotti di lusso, la Apple stessa continua a vendere, anche ufficialmente tramite i suoi Apple store, anche le vecchie versioni dello smatphone. Cosa piuttosto insolita per un oggetto tecnologico, anche considerando il fatto che la produzione del vecchio modello e di quello nuovo costano certamente lo stesso. Ma quello che attira la mia attenzione è l’ordine di grandezza della cifra. Circa 800€, cioè per esempio quello che viene offerto, se è fortunata, ad una persona disoccupata in cerca di una occupazione per un qualsiasi lavoro, mensilmente. Ed è anche qui che mi vorrei soffermare: fino a qualche anno fa si parlava tanto e troppo spesso a sproposito delle famose 1200 € mensili, lo stipendio con cui la classica famiglia monoreddito naturalmente non riusciva ad arrivare a “fine mese”. Ma una famiglia con 2 stipendi da 1200 € mensili oggi, da una parte si può considerare privilegiata in quanto questi introiti li ha, ma dall’altra credo che avendo magari 2 figli possa considerarsi in una situazione finanziaria precaria. Basta una bolletta telefonica o della luce troppo elevata un conguaglio o qualsiasi altra spesa imprevista da metterla alle corde. Basti pensare che il mio comune ha portato la retta per la sola ristorazione scolastica delle mense delle scuole primarie e secondarie da 110 € mensili a 150. Pertanto avendo 2 figli sono quasi 300 € solo per la mensa. E se sono entrambi i genitori a lavorare hanno bisogno di aiuto nella gestione della famiglia.

Direi che è pertanto evidente, anche solo considerando i dati, che il disagio sociale creato da un aumento delle spese disordinato ed insostenibile per la maggior parte della popolazione è stranamente poco rappresentato. La protesta del cosiddetto movimento 9 Dicembre, pur avendo avuto una notevolissima partecipazione ed attenzione mediatica, si è successivamente immediatamente spaccata e momentaneamente sopita, subissata invece dagli echi dei media che, portando l’attenzione sui singoli leader ne affievolisce la portata, incrinando i rapporti interni e svelando ad arte piccole incongruenze, gelosie e la totale mancanza di organizzazione. Insomma la visibilità mediatica non ha certo aiutato il movimento, anzi lo ha ammorbidito e spaccato. A mio parere una operazione non del tutto casuale.

Ma le rivoluzioni, quando cioè il popolo stremato dalla fame e dalla povertà, si unisce e grazie alla forza di una partecipazione della maggioranza della pololazione inizia a far saltare le teste del regime, nascono da fenomeni organizzati da fini menti pronte a proporre una valida alternativa politica al regime vigente o piuttosto sono movimenti che spazzano via il regime e basta?

A mio parere la loro forza ed il loro scopo è unicamente quello di fare saltare il banco, indipendentemente dalla situazione certamente drammatica che inevitabilmente seguirà e questo si potrà verificare solo quando il numero e la forza di coloro che “non hanno nulla da perdere” sarà superiore a quella di coloro a cui lo status quo ancora risulta meno peggio di una totale anarchia. E questo numero di persone che non hanno nulla da perdere difficilmente diventerà maggioranza perché rimane lo zoccolo duro delle famiglie da 1000 € al mese, di coloro la cui famiglia ha ancora dei risparmi da erodere, degli artigiani che lavorano, magari sempre meno ed in nero che hanno poco, ma non nulla.

Ma quanto può resistere un paese ove la classe media è diventata povera e soprattutto vede tutte le spese aumentare ed un futuro che al momento garantisce una sola certezza: il raggiungimento della povertà conclamata ed un futuro a dir poco incerto per i propri figli?

La politica si confronta in maniera beffarda con i cosiddetti i protestanti del “tutti a casa” sostenendo che qualora non abbiano una soluzione da proporre la loro protesta è solo distruttiva. Ma da quando in qua le rivoluzioni devono costruire? Prima devono distruggere, il compito di ricostruire verrà dato ai rappresentanti del popolo che emergeranno dopo l’azzeramento della classe dirigente fallimentare che ancora non capisce. E delle centinaia di migliaia di persone messe dal sindacato nella politica, dalla politica nella università e nella magistratura, nelle aziende pubbliche, nelle controllate, nelle banche ed ovunque il potere avesse occasione di rispondere all’esigenza di dare una risposta a dei favori ricevuti mettendosi nella condizione di poterne chiedere di nuovi. Ed è qui che l’antipolitica perde grandi fette di potenziali consenso. Perché l’assistente universitario che da anni ormai ha capito che docente ordinario non lo diventerà mai spesso non è lì a caso, è lì per un favore fatto e successivamente da ricambiare. Pertanto la divisione oggi non è più tra destra e sinistra o tra chi lavora e chi è disoccupato, ma tra chi è nel sistema e chi invece il sistema lo subisce. Solo quando chi subisce avrà raggiunto una dimensione numerica e di esasperazione sufficiente si potranno rompere gli argini contenitivi e potrà dilagare la rivoluzione. Non è, ad oggi una questione di se ma solo di quando.

Perché, come ho detto chi poteva fino a qualche anno fa sostenere di stare “tutto sommato a galla”, oggi sta andando rapidamente sott’acqua.