E arriva puntuale la vendetta contro Romeo

Come vogliono ridurre Napoli e l’Italia certi magistrati? Alfredo Romeo, dopo cinque anni di staffilate mediatiche e di odissea giudiziaria, è stato assolto. Non c’erano reati né colpevoli. Non c’era un sistema. L’accusa, ch’era stata iper comunicativa, si scatenò a giudizio concluso persino contro il giudice di prima istanza che aveva definito “chimerico” l’impianto della difesa. La Cassazione ha assolto tutti e condannato i “cacciatori di chimere”. Il giorno dopo quell’assoluzione, alla societa Romeo Gestioni vengono sequestrati 24 milioni e 700 mila euro, gli viene comunicata, con un “comunicato stampa” com’è uso degli uffici inquirenti partenopei che è accusato di peculato e di appropriazione indebita.

Con Alfredo Romeo ci siamo sentiti al telefono, era basito, addolorato: “Pensavamo di avere avuto giustizia! Guarda che succede. Ma a te che sembra? Come lo giudichi?”

Io sono stato sincero: “Sembra una vendetta”. Sembra la trama di un ricatto. Da comunicatore e da cittadino mi chiedo se non abbiano voluto mettere una spada sul piatto della bilancia per ragioni mediatiche e di potere. Quasi non si possa dire mai “anche i giudici sbagliano”: anche se tengono in galera per 79 giorni un innocente, anche se sbattono in galera tutta la classe dirigente locale innocente, anche se ci scappa il morto.

Sembra di sentirla l'”Ultracasta: “Eh no, ora non parlateci di responsabilità. Chi capita nel nostro mirino qualcosa deve aver fatto” lo dicono per primi ai giornalisti. Perché sanno che il luogo della decisione e della agenda pubblica sono i media. I giudici sanno dai numeri che abbiamo riferito, che per l’indagato anche innocente la partita mediatica si chiude 978 a 8 per loro. Bisogna aumentare le distanze. Guai se un caso come questo pesasse nella decisione del governo di riformare questo sistema malato, sbagliato e spesso corrotto.

“Ma come è andata?” gli chiedo, “dimmelo perché io lo possa capire e riassumer “.
Romeo mi ricorda che ne ho anche parlato nel blog “romeomediatico”. In piena bufera dei 5 anni di fuoco, il comune di Napoli deve a Romeo una montagna di soldi; sul piano civile non ci sono dubbi: il bilancio rischia l’osso del collo. Nel nuovo clima che si instaura con De Magistris, a Romeo viene chiesto aiuto e si arriva a un accordo: la Romeo pensa si sia ora in un paese normale e rinuncia ad azioni giudiziarie e pignoramenti presso il comune, si impegna nel piano di dismissione (con annunci del sindaco) e il comune salda il debito a rate, a partire anche dal recupero di denaro fatto dal Romeo. A un certo punto, però, il Comune ci ripensa e smette di pagare le rate. Essendoci tra gli introiti e le rate un vincolo negoziale, la società di Romeo, dopo opportune ingiunzioni, mette i soldi che incassa in un conto che non tocca e chiede con un “accertamento negoziale” al giudice civile se quei soldi sono suoi o del comune. “La Romeo Gestioni spa secondo i legali – ha esposto i fatti al giudice civile competente da 18 mesi con cinque diversi atti di citazione, ora riuniti in un unico atto complessivo, pendente davanti al Tribunale delle Imprese per l’udienza del prossimo 30 settembre 2014”.

Mentre è attesa l’udienza del giudice civile, il giudice penale sequestra e accusa di peculato. Proprio il giorno dopo la assoluzione in Cassazione. Ciak si gira “Romeo 2 la Vendetta”. Voi che dite? Si può lavorare con lo Stato? Vale la pena raccoglier soldi a decine di milioni per un comune che non sa nemmeno fare il suo mestiere? Il clamore positivo del Romeo innocente rischiava di far vedere tutta la verità. Bisognava, se non mettere a tacere i garantisti, operare almeno una rivalsa, avere un contrappeso, lasciare sempre aperto il dubbio manettaro. Il “teorema Romeo” deve continuare. Romeo ha reagito con troppa sobrietà, e di una cosa è certamente colpevole, di essere ancora in campo e di aver creduto nelle istituzioni anche quando, come a Napoli, sono una cricca di incapaci inaffidabili. Forse anche di aver pensato che la applicazione del diritto dopo anni gli potesse rendere giustizia. Non è così quando di mezzo ci sono altri interessi e la voglia di difenderli ad ogni costo. In Italia il diritto c’è, ma la giustizia va dove la porta la corrente. Anzi le correnti.
Massimo Micucci