Richetti e le regole del Renz Club

Richetti

Matteo Richetti mi è spesso piaciuto. Tranne quando ha rinunciato alle primarie. Ha quel piglio da rottamatore originario che ha fatto la fortuna di Renzi anche presso i non giovani come me. Non credo che la sua intervista sia una ripicca, non sembra tipo da accontentarsi di stare in un cerchio magico e non so se abbia ambizioni congressuali. Certo pone a Renzi una questione che tutti avvertono.  Il PD a livello locale delude o non è quel che ci si aspettava. Nè quel che serve a Renzi. Come dargli torto? Quando si entra nel merito però il “richettismo” appare una variante delle tante malattie giovanili del renzismo. Vediamo:  

Le candidature messe in campo dal Pd sotto la nostra gestione – dalla Calabria alla Puglia alla Toscana – non hanno risentito dell’innovazione che ci si aspettava”. Vero, ma lì ci sono state le amate primarie, così come in Emilia! Chi doveva valorizzare chi? Quando si sono “valorizzati” i candidati da centro non c’è stato mai un buon risultato. Richetti si è ritirato dalle primarie per un’accusa ridicola ed il suo antagonista, un ex della ditta, no. 

Interrogato sulla Campania ci dice: “Con De Luca abbiamo vinto in Campania, ma quella vicenda rischia di essere perdente nelle altre 19 regioni, dove quest’ambiguità non è compresa” . Siamo sul filo del relativismo etnico-etico. Indica come bussola “una sensibilità personale, che il Pd deve avere però come patrimonio condiviso: non si mette in difficoltà il partito”. La prima non si discute, ma la seconda è la pessima tesi del giornalista collettivo: se vi indagano vi dovete togliere di mezzo perché comunque “resistendo” fate danno al partito. Ma se il PD rinuncia ad un solido garantismo, di che identità parliamo?

La sua critica si offusca quando Matteo 2 mischia pere e mele, chiedendo a Renzi  “una distinzione chiara tra le esigenze della legislatura e delle riforme, e quelle del progetto politico, che non può essere snaturato da tracce di berlusconismo”.  Il fantasma di Verdini spaventa tanti. Che bisognava fare? Rinunciare alle riforme? Non voglio offendere Richetti ma si finisce nel civatismo-leninismo. Dico a suo parziale discapito che si tratta di una sindrome che colpisce i renziani, soprattutto quelli contenti. Il primo sintomo è quando senti un dirigente renziano che dice “Renzi deve pensare al partito”. È vero, ma lo posso dire io che non sono eletto, né ho responsabilità, lo può dire un militante. Non dovrebbe dirlo un dirigente, un eletto, un deputato. Per obbedienza? No perché deve fare, battersi o dirci cosa ha fatto come dirigente.

Spiego quelle che secondo me dovrebbero essere le regole del Renz Club, formazione a cui il PD purtroppo assomiglia assai poco. Ovvero come si fa la battaglia politica ai tempi del Renz Club.
La prima regola del Renz Club è che
il Renz Club non esiste. Lo sanno bene i tanti che salgono e scendono, per amore o per forza, dai cerchi, senza trovar pace.
La seconda regola è:
“Non devi aspettare Renzi per fare qualcosa”.
La terza regola del Renz Club è: “S
e una cosa non funziona ci si da fare per aggiustarla”.
Quarta Regola del Renz Club: “S
e l’avversario – interno o esterno – del Renz Club si da da fare e tu non fai in cazzo, è colpa tua”.
Quinta regola: “
Usare o presidiare il Renz Club per costruire uno spazio solo personale da risultati effimeri e alla fine comporta l’esclusione dal Renz Club”. 
Poi ce n’è un’altra, e potrebbe piacere anche a Richetti se rispetta le altre: “
Se il Renz-Club è fatto solo di gente che “aspetta Renzi”, il titolare non si può lamentare dei risultati”.
Ben vengano dunque anche le critiche di Richetti se convincono qualcuno a fare senza aspettare.

@buzzico