La Francesca di Rutelli. Una lezione per il PD

CU6LqkpW4AAFjpq

#laprossimaRoma, l’evento costruttivo di proposte, idee e persone organizzato da Francesco Rutelli è stato soprattutto utile. Interventi di 7 minuti, illustrazioni, slides e racconti animati soprattutto dalla fiducia nella città. L’idea dell’ex sindaco, un ex che non “ritorna” come Bassolino “vent’anni dopo”, è di dare una mano, di fare incontrare quelli che hanno qualcosa da dire e da dare a chi si candiderà. Una sede per parlare di politica anche ai “sopravvissuti” del commissariamento romano del PD. 

Hanno parlato quei dirigenti del PD che avrebbero preferito un allontanamento immediato di Marino, come Lorenza Bonaccorsi e Luciano Nobili. Le loro idee sono state chiare: la colpa di ciò che è avvenuto a Roma e della politica, del blocco di potere che aveva costruito la candidatura di Marino e che ha tenuto lontana Roma dal passo riformista nazionale (Bonaccorsi). Oggi ringraziano “Francesco” per questo lavoro perché o ci si rinnova o si muore (Nobili).

Solo parte del PD si sente “dentro” questa ricerca di idee e di “talenti civici”. Quelli che si riuniscono nei circoli a contarsi, che si rinfacciano vecchie storie e si insultano su Facebook, allontanano “questa Roma qui” con il loro attonito smarrimento da “Revenants”, carico di risentimenti e presunzione.

C’è un abisso, ci spiace, tra tutte queste proposte e chi perde ancora tempo a spiegare che “il commissariamento ha salvato Roma dallo scioglimento per mafia”. Forse non ne è valsa la pena. Perché il PD non ha organizzato ancora nulla del genere? Perché non è andato oltre se stesso? Per una scelta politica: dal trauma di Mafia Capitale si è guardato l’ombelico, dal tragico errore di prospettiva del Rapporto Barca non si è mai più guardato fuori.

A nessuno di quelli che ieri hanno presentato idee è venuto in mente di “partire dai circoli del PD”. Neanche all’autore dei “Mali di Roma”, Giuseppe De Rita, tanto nostalgico da auspicare il ritorno di un’oligarchia, è venuto in mente che qualche potere fosse nel piccolo ombelico dei circoli.

S’è parlato di buona o cattiva amministrazione, della possibilità per Roma di decidere e assumere responsabilità. Di selezionare una classe dirigente, vasta e contemporanea, di ripensare la partecipazione non solo in base a diritti, ma anche a doveri (Talamo: “la casta siamo anche noi e i burocrati infedeli”). Di far collaborare la PA con i privati in modo strategico per cogliere l’ “opportunità” delle periferie (ha detto Molè, l’architetto che ha vinto il concorso del Padiglione Italia). 

Tutti hanno ringraziato gli organizzatori per aver consentito di dire e di ascoltare queste cose, e per aver avviato un lavoro che continua. Molti si sono domandati perché mai il PD non ha organizzato nulla del genere in oltre un anno? Io credo che ci sia ancora troppa presunzione, nonostante le batoste, nei sopravvissuti a quello tsunami, tanto che chi voleva parlare, ascoltare e mettersi in rapporto con queste energie è dovuto venire qui. 

Certo nemmeno qui tutto e tutti sono novità indiscutibili, qualche nostalgia superficiale c’è (la cura del ferro ad esempio suona un po’ a slogan, la qualità della vita va declinata in passi concreti, l’impresa è un valore ancora “timido”). Una giovane imprenditrice, Elisabetta Maggini, ha spiegato nel più breve e intenso intervento, che tanti come lei si svegliano ogni giorno con l’ansia e la voglia di “fare qualcosa” e dalla nuova classe dirigente si aspettano “la capacità di ascoltare l’altro”. 

Il PD a Roma deve imparare ad ascoltare. Perché il “civismo” inteso come partecipazione e servizio, con umiltà e apertura è l’essenza dell’essere democratici. Non è un cappello di parte sulla cittadinanza attiva, ma neppure una posizione lontana, per furbizia, dai partiti. E’ la politica bellezza, ambiziosa non presuntuosa e ci può salvare.