Spagna: il ritratto di Dorian Gray

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Peggio che andar di notte. La novità elettorali stanno già massacrando la Spagna. Podemos vuole 4 gruppi parlamentari in funzione della alleanze stabilite in Galizia, Catalogna e a Valencia. Nel caso probabile che Rajoy non raggiunga un maggioranza per governare, “i gruppi” che formeranno Podemos, per dare un governo al paese, pretendono che il PSOE rinunci alla propria caratteristica di forza nazionale federalista accettando il referendum per  l’indipendenza catalana.

Intanto, in Catalogna, epicentro e faro di questa instabilità multipartitica, ha prevalso già a settembre (83 a 52) una confusa coalizione “anti” Madrid, fatta di sinistra radical, indipendentisti conservatori, ex comunisti con Podemos (Junts pel Si, Catalunya si que es pot, Candidatura d’Unitat Popular). Semplice capire perché non riescono a trovare da quasi tre mesi un accordo per confermare presidente Artur Mas.

Tutto è rimesso alla formazione (10 seggi su 83) più ultra-iziquierdista, la CUP, riunita in un’assemblea permanente auto-amministrata di qualche migliaio di militanti. Una specie di Soviet de la Escudella (il piatto nazionale Catalano) di 3000 persone che dopo tre votazioni si è chiuso con un pareggio senza una decisione. Ora deve decidere come decidere, e senza una decisione entro il 4 gennaio i catalani rischiano il ritorno alle urne nel nome di una rincorsa separatista che rischia di produrre più chiusure che risultati, e grazie ad un sistema che dice al millesimo chi rappresenta, ma non chi governa.

Immaginate poi, sempre che sia superato l’ostacolo del presidente, che bel governare con la somma di 3 coalizioni. Alla faccia dei tanti spagnoli entusiasti del multipartitismo, il fil di ferro che tiene insieme insofferenze, ostilitá ed antagonismi molto diversi nella penisola non é fatto solo delle belle bandiere del parolaio Iglesias. Il brutto sogno di Barcellona rischia di diventare un incubo permanente a  Madrid. Un coacervo di localismi, estremismi, piccoli leaders “de la tierra”, cresciuti e coccolati dai media, una foresta di populismi, da Basta Ya a Indignados, che oggi rischia di togliere il futuro alla Spagna.

Nel mondo complesso e veloce in cui viviamo è facile essere contro e molto difficile scegliere, unirsi e cambiare per costruire qualcosa. La crisi della politica e della democrazia è una cosa seria. Senza responsabilità non c’è rappresentanza, nè leadership, nè cambiamento. E’ cosi ormai da oltre 30 anni. La differenza tra il populismo e popolarità sta nella serietà e credibilità dei leader, dei partiti e dei movimenti, nella loro capacità di realizzare le idee, le riforme promesse e sopratutto di governare in tempi difficili e mutevoli.

I sistemi elettorali e le istituzioni possono molto per facilitare o allontanare queste realizzazioni.  Lo stesso dicasi per le idee, i valori, le culture e le piattaforme di governo più o meno conservatrici, sociali, liberali: affermarle è solo l’inizio, poi la forza della realtà e la interdipendenza dal contesto globale impongono scelte in cui il consenso ottenuto viene “speso”. Qualcuno è più soddisfatto e qualcuno meno.

Serve sì la rappresentanza, ma la rappresentanza di ogni interesse senza la responsabilità dei cittadini e senza un sistema che assicuri un governo porta alla paralisi e al fallimento. È bene che tutti i promotori di radicalismo, populismo identitario, i difensori della purezza, i “benaltristi” e i “non bastisti”, i diffusori di odio e di antagonismi vecchi e nuovi e tutti quelli che li alimentano e sfruttano la rabbia per qualunque difficoltà ne tengano conto. La Spagna di oggi non è il nuovo Oriente Rosso, ma un ritratto di Dorian Gray, che da noi ha la faccia di Grillo e Salvini. E non sarebbe un bel vedere.

@buzzico