PD, è ora di ripartire

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Sul voto di domenica (ballottaggi) si sono lette analisi e commenti autorevoli ed interessanti. Provo a mettere in fila una serie di considerazioni, partendo dai risultati.

Nel Movimento5Stelle è in atto una mutazione, sono passati dallo Tsunami dove un comico (Beppe Grillo) prometteva di seppellire l’intera classe politica ai volti rassicuranti di Virginia Raggi e Chiara Appendino: giovani donne in carriera senza eccessi, né di lessico ne di look.

Il M5S esce da questa tornata elettorale come il vero “partito della Nazione”, ovvero come il partito “pigliatutto” capace di attrarre consensi sia a destra che a sinistra. E soprattutto al ballottaggio, quando molti elettori non hanno propri candidati, fà la differenza.

A Torino il 71% dei voti della Lega, l’85% di Forza Italia e il 98% di Area Popolare sono andati alla Appendino, alla quale sono arrivati addirittura il 14% dei voti di Airaudo (il candidato della sinistra).

Ma attenzione, non si tratta di convergenze programmatiche, è puro gioco politico, il classico “se non posso vincere, faccio perdere il mio avversario”. Un po’ quello che ha fatto Marquez con Valentino Rossi lo scorso anno. Dalla politica ci aspetteremmo di più, ma tant’è.

Il M5S incassa, ringrazia e va avanti. E ora avrà davanti a sé la prova di governo, soprattutto a Roma. E nel Partito Democratico che succede? E’ già partita la grande terapia di gruppo, le famose analisi della sconfitta che hanno accompagnato la storia della sinistra degli ultimi 20 anni, le colpe al Premier-Segretario, timide richieste di dimissioni (remember Veltroni?) e quant’altro.

Come spesso accade tutti hanno la ricetta giusta. Così, visto che non ci si può trasformare in CT, perché l’Italia di Conte vince, i consigli sono tutti per Renzi.

Andrò controcorrente, non serve più partito ne serve meno. Renzi ha costruito il suo successo politico sulla disintermediazione e non può tradirla. La maggioranza degli italiani fatica a comprendere e ad avvicinarsi alla liturgia laica dei partiti (riunioni infinite per non decidere nulla, direzioni, segreterie, etc…). Il Pd, piaccia o no, è un partito pieno di ceto, parlamentari, ex parlamentari, presidenti, ex presidenti, sindaci, ex sindaci. E’ retorica pensare di superarli o metterli da parte in nome di una rottamazione (ingiusta e poco utile) che qualcuno rivendica e qualcuno accusa. Il Pd è un partito e deve fare il partito. Serve però (ed eccomi iscrivere al nutrito gruppo di consiglieri) allargare la partecipazione, aprire le porte a chi vuole partecipare, dare il proprio contributo senza dover passare dall’antipatia (o simpatia) del capo bastone locale. Serve un partito open.

Servono le liste Renzi, se si vuole conservare la vocazione maggioritaria. Nel 2009 a Firenze assieme al Pd c’erano la Lista Renzi e la lista Matteo Facce Nuove a Palazzo Vecchio (che poi confluirono nel Pd). Contenitori nei quali non mortificare la partecipazione e grazia ai quali (magari) non compromettere l’esito finale di un’elezione.

Ci sono poi i candidati, quando parliamo di amministrative c’è da costruire un rapporto con la città, col territorio. Virgina Raggi e Chiara Appendino hanno passato 5 anni tra i banchi del consiglio, i candidati alle comunali vanno costruiti, qualche anno prima non qualche mese prima.

Durante questa tornata elettorale poi abbiamo assistito al fallimento di un certo modo di comunicare. Su Twitter e Facebook la famosa Pd community era impegnata più che a far conoscere programmi, proposte e idee (anche le più piccole e quelle meno mainstream) dei propri candidati a dileggiare i competitor. E’ una strategia che non paga: abbiamo chiesto a Beppe di uscire dal blog e ci siamo rinchiusi nei nostri social network. Serve uscire, con le amministrative alle spalle, spiegare quanto di buono è stato fatto dal Governo e farlo dove sta la gente non ai convegni; o meglio non solo ai convegni.

Citofonare agli innovatori: perché il futuro si costruisce assieme a loro. Lo abbiamo fatto troppo poco, in un tempo nel quale tutto si consuma velocemente non abbiamo chiesto a chi nei garage fà innovazione di darci una mano. Con uno smartphone la Appendino ha realizzato un video da 830mila visualizzazioni, le clip super professionali di uno dei nostri principali candidati faticavano a raggiungere le 20mila.

Insomma, il punto non è Renzi, la presunta arroganza o il presunto tradimento dei valori della sinistra. Perché altrimenti spiegatemi, e spiegateci, come può un elettore di sinistra votare per chi è alleato di Nigel Farage (uno che dichiarò non vorrei mai un vicino di casa rumeno). Il nostro Primo Ministro Renzi apprezzato (finalmente) in Europa è una risorsa – per l’interno Paese – da difendere e sostenere. Il problema come al solito non sono i nomi (che appassionano sempre tantissimo), ma che bisogna fare di più e meglio perché mentre noi ci perdiamo nelle nostre terapie di gruppo alla Casaleggio e Associati si lavora.