Il D’Alema della controriforma

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La data non è stata ancora fissata ma la campagna referendaria sembra essere entrata nel vivo lasciandoci alle spalle le vacanze estive, il mare o la montagna. Certo, non ci siamo annoiati durante il mese d’agosto: il M5s e la giunta romana hanno saputo offrirci bei momenti di confronto e discussione con i nostri vicini d’ombrellone.

Oggi è Massimo D’Alema ad animare la giornata. Mai scomparso definitivamente dalla scena politica, era rientrato piano piano durante le ultime elezioni amministrative quando aveva dichiarato di non nutrire particolare simpatia per il candidato scelto dal centrosinistra alla carica di sindaco di Roma, quel Roberto Giachetti, vicepresidente della Camera, che ha poi perso contro Virginia Raggi, la candidata grillina. D’Alema ha dichiarato di aver votato per il candidato del partito, ma è parso far campagna per a favore della Raggi. E, dal palco della Festa dell’Unità a Catania, il leader Massimo rincara dicendo che quella candidatura era un errore e il risultato si è poi rivelato catastrofico. Gongola D’Alema quando dice che la povera gente non vota più il Pd e che la vittoria ai Parioli sia stata ottenuta solo grazie all’abolizione dell’Imu sulla prima casa che ha agevolato le fasce ricche. Bisognerà parlare con la “povera gente” e chiedere cosa ne pensa di D’Alema. Per la verità le cose per Giachetti sono andate bene anche a Piazza Mazzini, la stalingrado de Roma Nord dove abita D’Alema come dimostra il grafico di datalab.

La missione dell’ex leader Maximo sembra quella di affossare Renzi, il Pd e il referendum sulla riforma costituzionale. Il suo tour per il “No” è cominciato  a Catania contro il ministro Gentiloni. Raccoglie applausi e strette di mano e promette di non fare scissioni all’interno del partito, si scaglia contro il premier che vorrebbe cambiare la Costituzione senza aver vinto le elezioni (e pensare che cambiare la Carta è una delle prerogative del Parlamento e dei suoi rappresentanti, regolarmente eletti alle scorse elezioni. Che c’entra il premier?). Evoca l’ombra di Concetto Marchesi, che aveva votato contro l’articolo 7, ma in accordo con Togliatti.

Per il 5 giugno ha organizzato un’assemblea pubblica insieme alle altre forze di sinistra contrarie alla riforma costituzionale. Come ricorda Il Foglio, la memoria va a quella del 2008 contro un altro leader del Pd, Walter Veltroni. Allora era in gioco “il modello di sinistra” proposto. La questione del titolo di “migliore a sinistra” resta nell’anima della sinistra arcaica: ognuno ne ha una propria definizione. Soprattutto D’Alema a quanto pare. Che ha anche detto di non far parte di alcuna corrente ma di far parte solo di se stesso. Ma va?

Quello che manca è raccontare il referendum nel merito. D’Alema, Bersani, la minoranza del Pd pensano di poter vincere parlando alle persone di quanto siano cattivi Renzi e la sua maggioranza (di cui anche loro fanno parte) trascurando il motivo per cui andremo a votare. Sembrano personaggi ancorati a un modello rivolto ancora al passato. Con mille idee migliori per non cambiare in nessun modo. Un’idea di Paese non più sostenibile né competitiva. I cambiamenti che la riforma apporterà dureranno nel tempo, Renzi no. D’Alema nemmeno. Perché non concentrare il dibattito sul tema vero (la nuova Costituzione) e cercare di attaccare il premier? Perché è più facile e di maggior presa diretta con gli elettori di tutte le confessioni?

Di berlusconismo la sinistra è già morta, sappiamo com’è finita. Non cerchiamo di restare schiacciati anche dal renzismo. Non fa bene a nessuno, né tantomeno a chi vorrebbe prendere il posto di Renzi.