L’Italia del Sì

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Il 60% degli Italiani ha detto no alla Riforma proposta da Renzi. Non è un risultato che può essere attribuito a difetti di comunicazione, personalizzazione o altro. E’ un fatto politico prodotto grazie ad un fronte politico, sociale e culturale estremamente composito che ha raccolto il massimo del consenso popolare. Ha prevalso l’idea di chi non voleva né la nuova costituzione, né le riforme di questo governo, di chi non ama Renzi. Renzi se ne è assunto la piena responsabilità. Con Renzi sono rimasti il 40% dei cittadini, un milione in più, in numeri assoluti di quelli che si raccolsero nel 2014, ma senza l’apporto della minoranza PD.

Dietro a quelle riforme, e a tutte la altre ottenute non c’è solo un governo né solo un partito. Ci sono anzitutto gli elettori e non solo del PD. C’è l’Italia dei Sì. Non si deve commettere l’errore di attribuirla tutta a Renzi, ma nemmeno abbandonare chi sostiene il cambiamento. Per andare dove? Per inseguire le mille contraddizioni che hanno formato la maggioranza “contro”?  La destra identitaria? Per la sinistra conservatrice anche nel Pd, la casta del CNEL? Il populismo sfascista a 5 stelle? Anche no.

Il Presidente del Consiglio rassegna le dimissioni, Mattarella le accoglie. Il governo resta in carica per l’ordinaria amministrazione (che non è mai tanto ordinaria e di solito va avanti assai, ci sono legge di bilancio etc…).

Cominciano le consultazioni. La lega chiede elezioni subito. Bene. FI, D’Alema e D’Attorre indicheranno chicchessia meglio se un filo-comunista da “far votare al PD”. No grazie. I 5 stelle chiedono di andare al voto in una settimana, bene ce ne vorranno due o tre. E Il PD? Può mai fare quel che vorrebbero gli altri, cioè “caricarsi il dopo”? Sarebbe bene se dicesse, auto-criticamente, che con la riforma muore l’ultimo governo senza diretto mandato elettorale. Davanti ad un fatto così grande Il PD deve chiedere il voto al più presto indicare un cronogramma stringente per la riforma elettorale “in Parlamento” (accordo Cuperlo+Consultellum, o Italicum+Consultellum). Poi al voto. La riforma elettorale come hanno rilevato anche i sostenitori del No è un fatto parlamentare non è necessario perciò alcun governo che se la intesti.

Nessun nuovo incarico o nuovo governo, dunque, senza passare dalle urne.

Se il PD avesse la forza di tenere questa linea al governo l’ordinaria amministrazione e il parlamento al lavoro sarebbe una situazione di chiarimento e di rispetto sia per chi ha votato Sì che per chi ha votato No.

Contemporaneamente Renzi dovrebbe anche indire il congresso e di fatto dimettersi da segretario. Per cambiare radicalmente il PD: accogliere l’Italia dei Si, e riconoscersi in un movimento vasto che guarda alle riforme sociali, ed economiche, che va dal volontariato, all’associazionismo riformista, alla CISL, e anche quella sinistra radicale costruttiva che respinge il “fascismo” dei 5 stelle, un movimento di democratici liberi, cui si aderisce su base programmatica e non ideologica, né territoriale. Un movimento che non ha nulla a che vedere vecchio partito e le sue discussioni ideologiche… Per sostenerlo non serve il PD come è, ci vorrà un Congresso per una nuova formazione. 

La rivoluzione copernicana di un movimento programmatico, cioè fondato sull’adesione al programma di riforme, non solo su base territoriale, con organismi snelli e grandissimo spazio per le sperimentazioni più libere e diverse. Un Congresso degli elettori e non dei soli iscritti che abolisca ogni barriera, anche tra digitale e non, fondato sulle primarie, sulla trasparenza e sulla fine di ogni discriminazione e chiusura ideologica. E che soprattutto coinvolga e attragga tutte quelle persone, non schierate e lontane dalla militanza, che si sono avvicinate alla prospettiva riformatrice durante questa campagna a referendaria.

Una via per la quale ci vuole coraggio.