Caro Bersani, Grillo è molto peggio di Trump

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Piccolo promemoria per Bersani, D’Alema e Speranza e per tutti quelli che, dicendosi di sinistra, hanno brindato per la vittoria del No al referendum e magari hanno cantato anche Bella Ciao.

La vittoria del No cui avete inneggiato non è una bella notizia per l’Italia e non lo è nemmeno per la nostra democrazia. E’ una vittoria di Pirro, che rischia di vanificare lo sforzo fatto dal governo (del Pd) per riprendere la via dello sviluppo e che mortifica ogni tentativo di rivitalizzare le Istituzioni. L’unico risultato certo di questa “vittoria” cui avete contribuito è che essa agevola la “resistibile” ascesa di Grillo. Una colpa, questa, davvero inemendabile.

Vi siete allarmati per la vittoria di Trump. Ma Trump non rappresenta in alcun modo una minaccia per la democrazia americana. Trump è un nazionalista ed un demagogo ma le Istituzioni Americane (Presidenza, Congresso, Senato, Corte Suprema ) sono perfettamente in grado di digerire anche un Presidente come lui, è già accaduto in passato. Grillo, invece, non è un nazionalista (non ama l’Italia) ma è un populista che odia la Politica e disprezza le Istituzioni. La politica vorrebbe liquidarla mandando in galera tutti i politici e, quanto alle Istituzioni, vorrebbe “aprirle come scatolette di tonno”. Sull’uomo non è perciò possibile farsi delle illusioni (vero Bersani?).

Il nazionalismo fa certamente paura perché potrebbe distruggere l’Europa e va perciò combattuto. Ma il populismo è molto peggio ed è assai più pericoloso perché il suo nemico non è “lo Straniero” ma la Politica in quanto tale, la Democrazia, le Istituzioni. E’ l’odio per la politica, per la mediazione e per la rappresentanza, che caratterizza il populismo e che alimenta il movimento 5 Stelle. L’idea “dell’uno vale uno”, che la Casaleggio e associati vorrebbe fosse alla base del nostro sistema democratico, non è affatto un’idea nuova. La sua versione più nobile risale infatti a Rousseau. Casaleggio si è limitato a sostituire “il buon selvaggio” di Rousseau con la sua versione moderna che è quella “dell’ imbecille interattivo”, come lo ha genialmente definito Maurizio Ferraris. Esiste anche una variante tragica di questa idea che è quella di Lenin. In “Stato e Rivoluzione”, Lenin, si diceva convinto del fatto che, una volta smantellato lo Stato borghese, anche una cuoca sarebbe stata in grado di  governare la Russia, e si è visto come è andata a finire. Alla fine la cuoca è arrivata ma aveva i baffi di Stalin. Sempre ed ovunque questa idea ha favorito la nascita di regimi autoritari  e dispotici. Non è una idea democratica. E’ una pericolosa Utopia Reazionaria.

L’Italia (a differenza degli Usa o della Francia) non ha gli anticorpi per gestire in sicurezza un fenomeno di questo genere. Da noi la crisi del sistema politico (dei partiti ) fa tutt’uno con quella delle Istituzioni: le due crisi si alimentano a vicenda. Più la politica fatica a fronteggiare gli effetti della crisi economica e della globalizzazione e più le Istituzioni si rivelano inefficaci e inadeguate al compito. E’ un circolo vizioso che Renzi ha cercato di spezzare senza però riuscirci.

Non è la prima volta che un simile intreccio si presenta nella Storia d’Italia. Qualcosa di simile accadde nel 19 (da cui derivò poi il termine diciannovismo ). Anche allora Partiti ed Istituzioni si dimostrarono incapaci di governare gli effetti del dopo guerra: l’impoverimento dei ceti medi, il rancore dei reduci, il radicalismo del movimento sindacale e poi il Futurismo, il sorelismo, il movimentismo. Una miscela micidiale che fece da brodo di colture del fascismo. Ne seguì quello che sappiamo.2

Gramsci riflettendo in carcere su quel periodo dovette alla fine ammettere che, si, “anche noi (comunisti) fummo, sia pure senza volerlo, un elemento della dissoluzione generale”. Come a dire che anche il movimento operaio ci aveva messo del suo. Nessuno di coloro che fanno politica può mai dirsi davvero innocente per le conseguenze che essa provoca. La buona fede in politica non basta! Conta solo quello che concretamente si fa.

Oggi la crisi del sistema politico e di quello istituzionale tornano ad intrecciarsi ma chiunque si proponga di sciogliere questo nodo sembra essere destinato alla sconfitta. Il primo a proporre una Grande Riforma del sistema politico e delle Istituzioni (governabilità e alternanza) fu negli anni ’80 Craxi, e sappiamo come è finita. Agli inizi dei ’90 Cossiga propose l’Assemblea Costituente ma venne giudicato un pazzo e minacciato di impeachment. Seguirono i tentativi di Berlusconi nel 2005 e di Renzi nel 2016 ed entrambi sono stati bocciati dagli elettori. Le varie bicamerali che si sono succedute non sono mai approdate a nulla. Tutto ciò conferma che esiste in Italia un blocco conservatore che varia nella sua composizione (all’inizio erano soprattutto Comunisti e Democristiani di sinistra, oggi la forza maggioritaria e trainante sono i 5 Stelle) che è sempre e comunque contrario ad ogni cambiamento, grande o piccolo che sia, del nostro sistema istituzionale.

Questo dovrebbe far suonare un campanello d’allarme. Se, infatti, le Istituzioni sono irriformabili prima o poi collassano e aprono la via a chi  la democrazia non la ama e oggi siamo vicini come non mai a questo punto di rottura. Grillo ha molte buone ragioni per festeggiare. Bersani, Speranza e D’Alema, invece, non ne hanno  proprio nessuna.

Con il populismo non può esserci alcun accomodamento e in nessun caso può essere considerato un compagno di strada. Tanto meno può essere definito, come ha fatto inopinatamente Cacciari, come un argine contro il peggio perché è il peggio.

Renzi e il Pd hanno perso il referendum, ma la vera partita si giocherà alle elezioni. Per questo è necessario che Renzi ne prenda risolutamente la testa riaffermando in modo inequivocabile il carattere riformista, nazionale e di governo del partito. Se lo farà quel 40% di Sì si rivelerà una base di partenza preziosa per  portare alla vittoria le forze del riformismo italiano.