Crolla il “teorema” di mafia capitale

La statua della Lupa al Campidoglio di Roma, 4 dicembre 2014. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

La tragica stagione di Roma ha origini lontane, ma è nel corso della Consiliatura di Marino che si sono manifestate debolezze e incapacità sulle quali un PD diviso e massacrato da personalismi aveva appena aperto una riflessione.

Nel novembre del 2014 in quella sede programmatica a fronte delle prime notizie di indagini il pm Pignatone fu chiamato a tenere il discorso che risultò il più importante e decisivo per la stagione successiva. Il Corriere titolò “Corrotti e mafia, patto che fa paura. Pignatone lancia la questione morale”. Il PD, in rapida successione, sospese il gruppo dirigente e decise il commissariamento. L’autoanalisi fu affidata ad un gruppo diretto da Fabrizio Barca che scolpì nella pietra dei media la falsa equazione PD = Mafia e Corruzione. Poi si aggiunse la impervia tarantella di Marino. Non solo i circoli del PD non c’entravano nulla, quel che è stato accertato con la archiviazione di 113 su 116 imputati è che Mafia Capitale, come sistema, non esiste. Era un teorema e non un sistema. Questo non significa che non vi sia corruzione che non ci siano state, ad Ostia, associazioni che agivano con metodi mafiosi. Le responsabilità sono solo in parte definite e ancora da chiarire. Ci sono stati dei corrotti: Odevaine lo ha riconosciuto e molto altro c’è da chiarire e da perseguire. Ma il 416 bis non c’era praticamente per nessuno. Non erano nemmeno lontanamente contigui alla mafia né Alemanno, non era legato alla criminalità Zingaretti e nemmeno Venafro. Nessun altro politico di qualche rilievo. Se poi qualcuno ad Ostia si è avvicinato a queste modalità lo ha fatto civettando con il Movimento 5 Stelle.

Il problema, anche dei comportamenti criminali, era ed è che Roma non funzionava e non funziona: problemi arretrati (salario accessorio), gigantismo e inefficienza, scelte tragicamente sbagliate (le nomine e molte decisioni di Alemanno), la incapacità di correggerle di Marino, le reazioni confuse e fuori campo del PD hanno creato una situazione determinante per la vittoria dei 5 Stelle. I Romani avrebbero votato Nerone pur di non votare la Mafia. Così ragionavano, a destra e a sinistra, i cultori dell’anti casta. La sinistra di Fassina, un pezzo di PD e di elettorato attorno al teorema di Mafia Capitale hanno regalato credibilità (“diamo un segnale, ha l’aria pulita, è giovane, è donna”) ad una formazione senza programma, senza competenza e senza spina dorsale, etero diretta, ad una sindaca debole, confusa, condizionata, incapace e stonata. Che, però, grazie al teorema PD = mafia ha ricevuto il voto del 70% dei romani. Perché Roberto Giachetti (che non aveva a che fare nemmeno con l’ombra del teorema mafioso) non era votabile in base ad uno “stigma” falso e cattivo, lanciato con sicumera dalla procura. Uno stigma da caccia alle streghe adottato dal sistema mediatico giudiziario, e anche da una parte dei democratici che hanno finito per presentarsi ed essere presentati come sbirri e catturandi insieme. Le urla di Di Battista, le piovre finte disegnate a favore di telecamera e nessun confronto su Atac, Ama, manutenzione, rifiuti, scelte strategiche. Solo una giaculatoria di no e di insulti. Giachetti aveva un programma vasto e coerente, a Virginia è bastato un complotto da osteria, o da taverna, per farsi candidare da Casaleggio e poi “gnaolare” la tiritera anti-mafiosa: “l’aria è cambiata, è bellissimo, questi sono Mafia Capitale, capite” per farsi votare.

In quel vuoto d’aria e di leggi si sono trovati benissimo i furbetti del movimentino. Alcuni sono indagati anche su questioni rilevanti (per me sempre innocenti), il sacro Blog ha “aggiustato”, inventandosi il giustizialismo solo per gli altri: così le persone serie sono scappate e stiamo come stiamo. A pezzi. Lo ha ricordato per l’ennesima volta Sabino Cassese: la corruzione è la conseguenza di un’amministrazione che non funziona non viceversa. L’onestà è una precondizione banale e ingannevole.

L’ombrello inesistente di Mafia a Capitale è servito a liquidare chi poteva candidarsi con tutte le carte in regola e la sovraesposizione mediatica (ricordata da Canzio) degli inquirenti ha recato un danno irreparabile.
Dobbiamo rendercene conto tutti e ricostruire la credibilità di governo del PD e di tutte le forze democratiche non cedendo mai più il passo alle favole manettare e agli estensori di romanzi criminali.