Quando il gioco si fa duro e gli amici di Renzi

Camera dei Deputati - Consultazioni del Presidente del Consiglio incaricato Matteo Renzi

Quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare.

Davanti allo tsunami di fiele seguito al libro di Matteo Renzi, mi è venuto in mente Bluto in Animal House. Il coraggio è il contrario del bullismo. Bullismo, quello di Renzi? Semmai è bullismo tardivo quello di D’Alema: “finché vivo”. Bullismo pavido quello di Enrico Letta che dà del matto a Renzi sottilmente per non esporsi. Lo spacciano per rancore i rancorosi alla De Bortoli: precisatore non scusante, che cerca di far fuori il maleducato di talento col veleno dei beneducati da salotto. Il libro è circostanziato e argomentato nelle proposte, dettagliato in difesa delle cose fatte, molto chiaro nell’attacco contro l’ipocrisia e le moltissime contraddizioni dell’avversario e non manca di considerazioni autocritiche. Per fortuna nel libro non c’è la auto-critica dell’esistenza in vita, che è quella più richiesta dai nemici.

Ma parliamo degli amici di Renzi. Lo tsunami di fiele ha suscitato critiche a ripulse radicali anche in chi ha sostenuto le riforme di Renzi: del tipo “attento Matteo” o “stai sbagliando tutto”. Tante “voci vicine” che si fanno aspre e definitive. Nessun arrière-pensèe, nessun tradimento o scesa dal carro, per lo più, magari è utile, ma non mi convincono. Un leader è la politica che fa e la comunicazione è la politica, ma stavolta “gli amici” propongono una curiosa scissione. Renzi dovrebbe non dire o dire e fare di meno, ma allora o non è un leader o è un leader inutile. Non pensare all’Elefante. Appunto. Prendersela con il modo e il metodo è un tipico “svuotamento” della sostanza.

Si tratta di critiche in buona fede, ma basate su un “effetto” particolare, su una presunzione fondata su un pregiudizio, o bias (come piace dire al mio amico Claudio Velardi). L’effetto Terza Persona si ha quando alcuni pensano che certi messaggi di massa abbiano più effetto su tutti gli altri che su loro stessi. Queste persone tendono a sovrastimare l’effetto del messaggio su un “altro” generalizzato e a controreagire sbagliando e finendo per subire proprio quell’indirizzo di massa. L’esempio fu fatto dal sociologo Philips Davison nel 1983 studiando una iniziativa di propaganda dei Giapponesi rivolta al disimpegno dei soldati Statunitensi di colore: senza alcuna prova che il messaggio avesse avuto effetti gli stati maggiori tolsero molti soldati ed ufficiali dal campo.

“Renzi parla troppo e si mette contro tutti, litiga con tutti”. I nemici dicono: “sbaglia, ha sbagliato, è stato sbaragliato se ne deve andare”. L’invito al silenzio e alla prudenza serve a tacitarlo. Gli amici che ne difendono le idee, dicono allora che deve tacere per prudenza (subliminale: sei avventurista), in favore del “noi” (subliminale: sei egotico), deve studiare (sei incolto). Ne conseguono i consigli: devi preparare la riscossa facendo il Cincinnato, il De Gaulle, andando in California. La riscossa uscendo di scena? Ma dove vivete? L’arena del futuro non esiste. Politicamente esiste solo il presente per costruire provando e sbagliando. Il presentismo è quando se ne è schiavi, ma non si agisce mai nel futuro.

Alla domanda perché il PD, ormai “di Renzi”, sta incollato al 27%, come rispondono gli amici e i consiglieri del silenzio? Che ne ha persi tanti. Che ne perderà ancora? Bias confirmativi. Forse sulle persone assieme alla equivoca e contraddittoria realtà del sistema dell’informazione (media tradizionali e non) ha un’influenza, magari relativa ad un terzo degli elettori disponibili, quello che Renzi ha fatto e ripete (80 euro, ape, quattordicesima ai pensionati, assunzioni). Nel palinsesto personale di molti, il dire è parte inscindibile del fare, e di ciò che è avvenuto nelle loro tasche. Sicuri che nessuno più voti con il portafoglio? Che tutti votino solo con la paura, o con la disperazione e che siano rassicurati solo dalla Destra di Toti e Berlusconi in faticosa emersione.

Renzi “dei silenzi”, Renzi buono ed equilibrato,  Renzi del “noi” o che non litiga è roba da addetti ai lavori, secondo me più pernicioso di quel Matteo, a volte querulo, ma coraggioso che ricomincia sempre a giocare. Il coraggio delle riforme infastidisce gran parte dell’Italia (non gli amici), ma per una parte dell’Italia senza coraggio non c’è alcuna speranza neppure di mantenere i pochi passi fatti. Vale la pena farla aspettare in silenzio?