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Sul bipolarismo italiano/1

E’ tornato ad oscillare il pendolo del Grande Centro, come da copione. Accade puntualmente da 4 legislature, dall’inizio del cammino del bizzarro bipolarismo italico. Tempo un anno, al massimo due dal voto, gli scontenti dei due poli si mettono in movimento in cerca di spazi vitali. Ma solo le estreme (la Lega, la sinistra quando c’era) hanno armi letali a disposizione, e possono far cadere i governi dopo aver consentito le vittorie elettorali: lo sciagurato sistema le premia, consegnandogli territori e/o poteri di veto.

Gli altri (i moderati, gli outsider, i perdenti) hanno un unico, vagheggiato territorio di caccia: il mitico Centro. Che non ha alcuna possibilità di diventare Grande (lo impediscono le leggi elettorali vigenti), ma è una specie di valvola di sicurezza del sistema: garantisce fughe, allenta le pressioni, può dare visibilità, quantomeno ricollocare persone.
L’iter è sempre lo stesso, una stanca litania. Gli scontenti sono tali perché non hanno la collocazione che pensano di meritare. Per prima cosa cominciano a dire che le cose non vanno (il governo oppure l’opposizione, l‘economia, l’Italia, il partito), e non ci vuole molto. Alle solenni dichiarazioni pubbliche di scontento – che a volte prendono la forma di libri – si accompagnano frenetiche trattative private, disperati tentativi di ricollocazione che generalmente falliscono. E nel frattempo si raccolgono adesioni per la nascita di “nuovi soggetti politici”, che – per amor di Dio – non devono essere ennesimi, nuovi partiti, salvo che lo diventano dopo qualche mese, con tanto di sedi, congressi, gruppi parlamentari e annessi finanziamenti.

Così le ambizioni iniziali si spengono, ma la sopravvivenza è garantita; non resta che intrecciare origami con riformisti mancati, fare convegni con i professionisti della società civile, costruire organigrammi per piccoli eserciti affamati. E alla fine chiedere qualche posto in lista all’unico centrista doc, il solo autorizzato ad occupare gli interstizi del sistema: Pierferdinando Casini, che accompagna sornione i pellegrini smarriti.

Il cinico Prodi ha detto, alludendo alle peregrinazioni di Rutelli: “Se qualcuno se ne va non succede niente”. Ha ragione. Gli architetti del bipolarismo italiano possono stare tranquilli, hanno costruito un sistema a prova di bomba. Non funziona e non è riformabile. Gli imprigionati – ma saggi – elettori lo sanno, e continuano a preferirlo al nulla.

5 commenti a “Sul bipolarismo italiano/1”

  1. Gian Marco scrive:

    Oggi è così. Il centro è la panchina del bipolarismo. Non ci si schiera a livello nazionale ma solo a livello locale per mantenere quel pò di consensi e clientele che fanno sopravvivere. Per il resto si attende che cambi l’allenatore/presidente, cioè SB, per tentare di giocare un ruolo su scenari futuri che oggi non è possibile.
    La panchina può non essere un brutto posto. Certo se dura troppo, gli anni migliori se ne vanno, e il futuro è diventato già proprietà di altri.

  2. mario scrive:

    Tante sono le chiacchere che si susseguono giornalmente sui nostri politici che, a 360 gradi, sappiamo ormai di cosa sono fatti e per cosa combattono. Se fossero persone serie metterebbero paletti seri: vieterebbero la trasmigrazione da un partito all’altro durante la legislatura ( se io voto Tizio nel tal partito è perchè mi sta bene la sua collocazione, chi ha detto che da un’altra parte lo voteri?), nel caso uno esca dal partito in cui viene eletto va a casa e si ripresenta la tornata successiva dove meglio ritiene; la durata del mandato non superiore agli otto anni oppure a due legislature e poi fuori dalle cariche politico-amministrative ad ogni livello; limite di età a 65 anni, perchè non vedo il motivo di prepensionare dipendenti a 50 anni che potrebbero insegnare a nuove leve e tenersi invece cariatidi centenarie, ottuagenarie etc, che devono pensare al futuro dei nostri figli e non sanno neppure se il giorno dopo saranno ancora vivi. Come possiamo pensare di creare una classe dirigente giovane e quindi al passo con i tempi quando, ripeto,siamo obbligati a votare un gerontocomio?

  3. Paolo scrive:

    Condivido le riflessioni di Mario sull’esgenza di ridurre il “gerontocomio”, seppure la memoria storica dei miglori si può pensare ad utilizzarla in qualche modo (sempre che riusciamo a definire il concetto di “migliore”.
    Ciò che non riesco a capire è il comporamento di alcuni che per “apparire” di più od assumere “ruoli” più “visibili” decidono di abbandonare un partito, magari ne fondano un altro, non rendendosi conto che poi, presto o tardi, torneranno nell’anonimato per via delle percentuali di sbarramento nelle elezioni. Oppure che non si rendono conto che dovranno allearsi con qualcuno che, forte dei suoi voti considtenti, dara bricciole e quindi torneranno da capo nella semi-ombra. Con un certo rammarico penso a Tabacci, che stimavo ma..con Rutelli! Prodi docet!

  4. marco scrive:

    Bell’analisi. Più che Tabacci, Rutelli e tanti insoddisfatti, parlare e vagheggiare di centro porta acqua al mulino di Casini. Casini sornione? Sì, sì, avete visto come si è comportato a proposito della proposta di legge sul processo breve? Prima che il testo fosse pubblico ha rilasciato dichiarazioni contradditorie (prima sì, poi no), comunque lasciando dire ad un deputato dell’UDC che non esistono pregiudiziali, ma di questi tempi occorre dare priorità ad altre urgenze. Poi quando il testo di legge pasticciato è stato reso pubblico, quando si è capito che la mediazione istituzionale di Fini è stata azzoppata per il trattamento del reato di immigrazione clandestina (su pressione della Lega), ha detto che per uscire dall’empasse meglio un nuovo Lodo Alfano, ma costutizionale. Sistemato Fini da Berlusconi e Bossi, ecco Casini che vuole essere serio, come dice lui, con questa proposta per salvare capre e cavoli. Fa sembrare gli altri dilettanti

  5. Emilio B. scrive:

    Il bipolarismo italiano attualmente è in una situazione da come etilico. Il riaffacciarsi del solito spauracchio centrista indica che in entrambi i poli non si è ancora fatta una vera è propria analisi spazzatrice di tutte quelle qualunquistiche debolezze che hanno contraddistinto 60 anni di politica italiana. Quello che noto che sia nel c.detto centro destra che nel centro sinistra, le forze propriamente liberali e riformiste non riescano ad imporre i il loro punto di vista. Entrmbi i poli sono schiacciati l’uno su sublimazioni conservatrici che prendono spunto dai teoremi (treo con) più retrivi di alcuni ambienti vaticani, l’altro invece si fa condizionare non poco dal giacobismo volgare e urlato di Di Pietro e dei suoi accoliti tra cui ci sono anche gli ex comunisti che pur di farsi percepire si attaccano ad ogni stornir di trombe (trombette) rivoluzionarie. Insomma questa legislatura invece di marciare nonostante le pesanti differenze verso una seria e programmata riforma costituzionale si sta arenando nelle paludi fosche dell’immobilismo di dorotea memoria.
    Intanto la disoccupazione aumenta, e il paese langue in una situazione strutturale e scientifica vergognosa.

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