Appunti per il 2010: il rebus istituzionale

Benché il discorso di fine anno di Napolitano abbia portato molta acqua al mulino delle «riforme condivise», non è certo ancora possibile pronosticarne la buona riuscita. Più chiaro invece è il quadro delle convenienze. Berlusconi ha la possibilità di chiudere la sua stagione lasciando un segno nella Costituzione formale, e anche di incidere nel rapporto giustizia-politica (è ovvio che dovrà rinunciare a certi propositi bellicosi e che dovrà approvarsi da solo lo scudo processuale pagandone il relativo prezzo politico, ma una modifica costituzionale fatta con ampio consenso potrebbe ridefinire il quadro stesso di legittimazione della magistratura). Bersani dall’altra parte ha la possibilità di portare il suo Pd fuori da quel contesto istituzionale ostile che via via è stato modellato dal combinato degli strappi del Cavaliere e della cultura presidenzial-bipartitica che a lungo ha egemonizzato la sinistra.

Dal sommario esame delle convenienze si deduce che il campo dell’intesa possibile è in realtà piuttosto limitato. Se riforme condivise saranno, non potranno che somigliare al famigerato «modello tedesco», o per meglio dire al sistema parlamentare razionalizzato di cui parlava Leopoldo Elia. Se n’è reso conto molto bene l’ex presidente del Senato Pera, che ha scritto una furiosa lettera al Corsera: se il Cavaliere dice sì alle riforme condivise, vuol dire che mette definitivamente nel cassetto la rivoluzione liberale e l’unico approdo plausibile sarà la bozza Violante. Che, appunto, apre la strada ad un robusto potenziamento dei poteri del premier (sul piano amministrativo ma anche nell’organizzazione dei lavori delle Camere), tuttavia ripristina una sovranità del Parlamento, in quanto fonte di legittimità del premier (e dunque sempre detentore del potere di sostituirlo).

Infatti la principale stortura dell’attuale sistema istituzionale sta proprio qui: nel presidenzialismo di fatto che si è affermato contro lo spirito e la lettera della Costituzione. Il premier rivendica di essere stato eletto direttamente dal popolo: e anche se ciò non è formalmente vero, sembra che la sovranità popolare non sia più trasferita dai cittadini al Parlamento bensì direttamente al governo. La sudditanza delle assemblee legislative è poi completata dalle liste bloccate e dal premio di maggioranza (che non ha eguali in nessun Paese occidentale). E provoca a sua volta la sostanziale avocazione all’esecutivo del potere legislativo.

Lo stato dei fatti dimostra quanto sarebbe insensato per il Pd di Bersani opporre un no pregiudiziale alle riforme. Semmai il no è comprensibile da parte di chi, a sinistra, coltiva ancora il mito presidenzialista e bipartitico e ha nel Berlusconi che sfugge alle intese l’alleato più forte per demolire il sistema parlamentare (e con esso il ruolo dei partiti).

Ma il dopo-Berlusconi sta cominciando per tutti. Anche per il Pdl e la Lega. Per questo personalità come Gianni Letta, Tremonti, lo stesso Fini, stanno lanciando segnali a Bersani. Per parte loro, Bossi e Calderoli hanno cominciato da tempo inserendo addirittura la sfiducia costruttiva nel progetto-base governativo. Anche Letta, Tremonti e Fini sanno però che Bersani non potrà mai dire sì ad una riforma di segno presidenzialista (peggio ancora se fondata sul premier eletto direttamente). La riforma condivisa o punterà al rilancio del Parlamento e dei partiti oppure non sarà.

Ma il sistema attuale è così squilibrato, così fragile, così poco garantista di fronte ad eventuali torsioni autoritarie, che tutti i potenziali concorrenti per la leadership futura hanno un obiettivo interesse a contemperare pesi e poteri. Se invece di Berlusconi oggi al comando ci fosse un uomo che non suscitasse la reattività di metà del Paese, forse saremmo già in una spirale autoritaria. Meglio dunque per tutti ritrovare equilibri. In fondo sta qui la chance della riforma condivisa.