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Ex Anemone bonum?

In questi ultimi giorni tante cose importanti sono accadute e ancora continuano ad accadere. L’Europa sembra aver reagito, seppur timidamente, al colpo mortale che gli speculatori (o i paesi che guadagnano dalla speculazione) le avevano inferto. I mercati hanno gioito, poi sono ripiombati in una realtà di bassa crescita e faticosa ripresa dalla recessione globale. L’euro continua ad indebolirsi verso tutte le principali monete rivali, in un trend che va avanti ormai da 6 mesi.

Finita la paura della sua morte inaspettata e prematura, i vari paesi membri sono ritornati ad una strana normalità, che li vede uniti nella bassa crescita (1,5% è la media europea di crescita del prodotto interno lordo prevista per il 2010, molto al di sotto della media mondiale), disuniti – o meglio divisi in due blocchi ben precisi – per quanto riguarda il livello di produttività e la bontà delle finanze statali. E’ l’Europa duale. Da un lato, l’Europa del nord, di quello che fu il Sacro Romano Impero, della Francia, dei Paesi Bassi, della Germania, caratterizzata da un livello di produttività piuttosto elevato, da una maggiore efficienza dell’amministrazione pubblica, livelli di debito (con l’eccezione del Belgio) sotto controllo, maggiore spesa per innovazione e benessere sociale più equamente diffuso.

Dall’altro lato c’è l’Europa mediterranea, latina, l’Europa che dal Portogallo, passando per Spagna e Italia si dirige verso quella Grecia che ha rappresentato l’epicentro della recente crisi. Quest’Europa, che Lucien Febvre definirebbe per comportamenti l’Europa bizantina, l’Europa dell’Impero Romano d’Oriente, è caratterizzata da economie più fragili, diffusa corruzione e finanze sottoposte per questo a maggiore stress, mentre l’imprenditorialità è vincolata, trattenuta malamente dagli ingranaggi tortuosi della macchina pubblica.

In questo contesto e con riferimento alla produttività, l’Italia si posiziona esattamente a metà tra le due differenti versioni d’Europa, con un Nord padano che si affaccia ai mercati settentrionali con vigore – per la verità sempre minore – e un Sud che ripiomba mestamente nel feudalesimo borbonico e le sue nuove manifestazioni.

Scendendo ancora un poco di livello, ai meccanismi che muovono la macchina pubblica italiana, ritroviamo inaspettatamente un paese unito, paradossalmente, nella sua “mediterranea” romanità. E così scopriamo che eminenti uomini politici del nord e del sud, ministri e parlamentari, qualche regista, donne dello spettacolo, e ancora, capi di gabinetto, capi di dipartimento nei ministeri, capi di uffici legislativi, della Protezione civile e del ministero della Giustizia, dirigenti Rai, generali della Guardia di Finanza e dei Carabinieri, finanche agenti dei servizi segreti, finiscono nella lista di un tale Anemone, eroe contemporaneo, in un’Italia che guarda al passato.

Anemone è solo la punta di un iceberg, che cela quanto sorprendente sia in termini di potenza l’intreccio tra politica e imprenditoria da basso impero, e quanto diffusa sia la corruzione a tutti i livelli della società italiana. Per lavorare nel pubblico bisogna compiacere chi ha il potere di assegnare tali commesse e di stabilire quali saranno i compensi per l’opera da portare a compimento. Non bastava truccare le gare, si doveva addirittura creare un sistema – quello della Protezione civile o se vogliamo di “gestione delle emergenze” – capace di bypassare interamente la pur debole rete di controlli sull’assegnazione delle opere.

Quello che stupisce, non è il livello della corruzione, ma quanto sfacciata sia la modalità con cui  è messa in atto. Prezzi delle opere gonfiate, prezzi elevati per opere scadenti, scatole di cartone per gli aquilani mentre a Scajola veniva regalata una grossa quota della casa dinnanzi al Colosseo e lavori venivano effettuati gratuitamente a grande parte dell’élite del paese. Il modello Sicilia, il modello Calabria, insomma l’eccellenza italica, esportata dovunque si poteva, anche in momenti tragici, come quello abruzzese, in cui sarebbe dovuto emergere il meglio del Paese. Non c’è che dire, un bell’affare.

Cosa ci ricorda questa situazione? A me, ricorda la tanto vituperata corruzione che è alla base della crisi greca e di cui un amico greco mi parlava ormai tre anni fa, in tempi non sospetti. Fortunatamente l’Italia è un paese duale, mentre la Grecia è solo un paese arretrato. Ma quando, all’interno del dualismo, prevale il metodo diffuso nella parte più povera, si viaggia verso l’arretratezza piuttosto che la prosperità. Insomma la dualità italiana è la sintesi della dualità europea.

Il primo dei problemi da affrontare è dunque quello di importare – rispettando le peculiarità locali – il metodo della parte buona nella parte meno buona, perché solo questo potrà rappresentare il volano dello sviluppo e l’incremento del benessere complessivo. Dunque quali implicazioni di policy? L’Italia soffre di poco federalismo, l’Europa di troppo. In Italia bisogna introdurre meccanismi di responsabilizzazione locale, assistiti e ben pilotati dal governo centrale. Bisogna importare modelli di eccellenza delle Regioni più efficienti, dalla Lombardia all’Emilia Romagna, sino alla Puglia, in quelle caratterizzate da maggiori sprechi, senza per questo creare disparità di trattamento per i cittadini lungo il territorio nazionale. Fondamentale è poi importare dal nord Europa – in particolare Germania e paesi scandinavi – il maggiore tasso di trasparenza nella gestione della cosa pubblica. Questa deve diventare una campana di vetro. Dalla capacità delle élites di trovare il giusto equilibrio tra localismo ed entità sovranazionale, passa la soluzione del gravissimo problema del dualismo, alla base delle enormi difficoltà italiane ed europee.

Fabio Mineo/LSDP

2 commenti a “Ex Anemone bonum?”

  1. [...] This post was mentioned on Twitter by The Front Page. The Front Page said: Ex Anemone bonum?: In questi ultimi giorni tante cose importanti sono accadute e ancora continuano ad accadere. L’… http://bit.ly/cX7pqF [...]

  2. melechov scrive:

    Dopo 20 anni di delegittimazione galoppante dei caramba e di esaltazione del ladri, la strada che lei indica sembra un proibitivo sentiero di montagna.
    Ci passerà la mercanzia che lei vorrebbe importare?
    Ci vorrebbero 30 anni di barra salda ( e non vedo timonieri..) per rimediare ai guasti del berlusconismo.
    Che ha semplicemente eliminato la vergogna del furto, indicando come “giustizialismo” il semplice sdegno contro i pubblici grassatori.
    Un popolo di ladri, come ricordato da Monicelli, si è così sentito consacrato nelle sue aspirazioni cleptomani.
    Temo non ci sia più speranza, questo è un Paese in cui persino Falcone e Borsellino vennero dileggiati ed infamati da Sciascia.
    Che per questa puttanata enorme è ricordato come un “maitre à penser”.

  3. Giuliano Torrestelli scrive:

    Melechov vatti a riporre che è meglio.

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