Conseguenze del bando
del DDT
La decisione dell’EPA di bandire il DDT ebbbe vaste ripercussioni al di là delle frontiere USA. Nel 1975 la WHO e il United Nations Environment Program (UNEP) annunciarono insieme che si sarebbe, d’allora in avanti, posta grandi enfasi sulle alternative all’uso di pesticidi per combattere la malaria. S’erano allineati all’ambientalismo più estremo. Quattro anni dopo, il WHO annunciò un cambio di strategia: piuttosto che prevenire, ci si sarebbe concentrati su “case detection and treatment”.
Cioè: ammalatevi, poi vi curiamo. Nel 1980, la UNEP, il WHO ed altri enti crearono un Panel of Experts for Environmental Management (PEEM). La prima misura presa dagli “esperti” fu la formale cancellazione del programma del WHO che andava sotto il nome di “vector biology and control”. Cioè lo studio costante, sul campo, della biologia degli agenti infettanti e delle metodologie da mettere in atto per l’eliminazione dei veicoli di infezione.
La strategia divenne non più prevenire, per non dover curare. Ma, semplicemente, curare laddove se ne presentava la necessità. Perché la priorità era divenuta quella di “proteggere” l’ambiente, non più di salvare vite umane. Punto finale fu la decisione, presa nel 1985, durante l’Assemblea generale del WHO, di richiedere ai paesi partecipanti di trasferire il problema “malaria” all’interno dei sistemi sanitari nazionali. Vale a dire, l’intero problema veniva trasferito ad un sistema che, per sua natura, interviene quando, e se, la malattia si manifesta. Strategia che può anche essere ragionevole, nell’ipotesi di disporre di un vaccino efficace, come quello antipolio. Vaccino che, per la malaria, non è però, a tutt’oggi, disponibile.
Mutare strategia significa anche cambiare il criterio con cui si misura il successo o l’insuccesso. Oggi la misura è la riduzione della mortalità, soprattutto fra i bambini, che sono, come visto, i più colpiti. In passato il successo si misurava nella capacità di prevenzione, cioè nella riduzione dei casi di infezione. Che implica, ovviamente, una riduzione del numero dei morti. E della popolazione che, pur senza morire, soffre tutti i problemi derivanti dalla malattia.
La pressione degli ambientalisti non si esaurì con la messa al bando da parte del DDT da parte dell’EPA. A partire dal 1972 tutte le maggiori organizzazioni internazionali, WHO, UNEP, UNICEF, e World Bank fecero continue pressioni, soprattutto sui governi del terzo e quarto mondo, per interdire qualsiasi uso del DDT, anche nei programmi di salute pubblica. Divenne pratica corrente non offrire finanziamenti se non vincolati a tale obbligo. Per esempio, nel 1997 la World Bank deliberò un credito di 165 Milioni di dollari per l’India. La condizione d’uso era quella di spendere i soldi nell’acquisto di insetticidi piretroidi, molto più cari del DDT.
Il caso più eclatante è forse quello dell’Eritrea. Oltre il 50% della mortalità nel paese era, ed è tuttora, dovuto alla malaria. In totale, nel 2002, il paese contava con 145 medici e 390 infermieri. C’era, e c’è tuttora, in altri termini, una disperata mancanza di professionisti della sanità.
La World Bank, insieme con UNICEF e USAID hanno fornito a più riprese fondi. L’UNICEF vincolò l’uso dei suoi all’acquisto di reti trattate con insetticidi. I fondi dell’USAID erano utilizzabili “solo per verificare lo stato dell’ambiente”.
E quelli della Banca Mondiale erano soggetti alla condizione che “il governo eritreo presentasse, entro il secondo anno del prestito, un programma per la sostituzione del DDT con insetticidi o tecniche più sicure per l’ambiente e per la salute umana (!)”. In un paese dove, ripeto, oltre il 50% della mortalità è dovuta alla malaria, e, si stima, oltre il 60% della popolazione ne soffre. Da non crederci. Si noti che la maggior parte delle punture, e perciò delle infezioni, soprattutto per i bambini, avviene in casa, e durante la notte. Quindi, ai fini di prevenire l’infezione, una obbiettivo essenziale è di impedire agli insetti l’entrata nell’abitazione.
Perché il DDT è così efficace? Perché ha una tripla azione. Repellente, irritante e tossica. Studi in campo hanno dimostrato che, spruzzando le pareti interne delle case, l’effetto repellente è in grado di impedire l’entrata di oltre il 90% delle zanzare (con punte del 95 – 97%). Per quelle che entrano in casa e si posano sulle pareti, c’è un doppio effetto: irritante, perciò tale da impedire all’insetto la permanenza nell’ambiente. O tossico, nel caso l’insetto si posi sulle pareti sufficientemente a lungo. Le tavolette che vaporizziamo nelle nostre case d’estate funzionano sullo stesso principio ed hanno il medesimo scopo repellente. Tale uso va combinato, come si fece negli anni a partire dal 1940 con la disinfestazione sistematica e su larga scala delle zone malariche. La strategia del WHO per molti anni, dopo il 1972, però è stata: niente DDT, e solo reti protettive da utilizzare intorno ai letti.
Cioè: lasciamo pure entrare il nemico in casa. Evitiamo però che punga, perché i bambini e gli adulti dormono nel letto con la zanzariera insetticida. Cito sempre dal report 2009 del WHO: nonostante che negli ultimi anni siano aumentati i fondi dedicati a combattere la malaria, nel periodo 2006 – 2008 (tre anni) sono state distribuite in totale circa 140 Milioni di reti protettive insetticide (ITN insecticide treated net). Una media di 48 milioni di pezzi l’anno. Ma nel solo 2008 i casi di malaria, come visto, sono stati 243 Milioni! Una sproporzione paurosa tra mezzi e fini.
Le stime del WHO (stesso documento) riportano che nel 31% delle case nei paesi malarici c’è per lo meno una rete antizanzara. E che il 24% dei bambini dorme in un letto protetto. Il 24 per cento. E l’altro 76? C’è un piano del WHO detto Roll Back Malaria. Esso prevede la riduzione delle morti del 50% entro il 2010, e del 75 % entro il 2015. Cioè, nella migliore delle ipotesi, quest’anno moriranno “solo” fra 500.000 e 1.500.000 bambini. Uno ogni 62 secondi circa, anzichè uno ogni 31.
L’apice della follia ideologica sul DDT lo si raggiunse nel 1995. La UNEP propose di costituire dei controlli “legalmente vincolanti” per eliminare l’uso di quelli che furono chiamati “persistent organic pollutants” (inquinanti organici persistenti). Fra di essi si incluse anche il DDT. Nel 2001 fu insediata, a Stoccolma, la Convenzione sui POPs. L’articolo 1 della convenzione va letto nella sua interezza, perché istruttivo: “ Mindful of the precautionary approach as set forth in Principle 15 of the Rio Declaration on Environment and Development, the objective of this Convention is to protect human health and the environment from persistent organic pollutants.” L’obbiettivo è proteggere la salute umana e l’ambiente. La salute verrebbe prima, ci sarebbe da pensare. Non è proprio così.
Per incominciare, quello che si istituiva era una sorta di “Tribunale” che aveva potere di vita e di morte su milioni di esseri innocenti. Perchè è si vero che si autorizzava la produzione e l’uso del DDT “for disease vector control” (Annex B, Part II, 2) ma solo se “in accordance with the World Health Organization recommendations and guidelines on the use of DDT and when locally safe, effective and affordable alternatives are not available to the Party in question.”
Questa formulazione era un doppio imbroglio. Da un lato, la WHO, e la Convenzione, non escludevano l’uso del DDT. Ma dall’altro, tutte le organizzazioni umanitarie e la stessa WHO e la stessa Convenzione, premevano per il non uso del DDT, come abbiamo visto. E, nel frattempo, quasi tutti i produttori, vista l’assenza di domanda, smisero nel corso degli anni di produrlo. Cioè divenne impossibile usarlo, anche volendo.
Ovviamente, il WHO conosceva da sempre l’efficacia dell’uso del DDT nello sconfiggere la malaria. Infatti, in un documento del 2004 pilatescamente arrivava ad esprimersi in questo modo:
“Advocates of the continuing use of DDT as an insecticide for disease vector control base their argument on various factors: the unacceptably high levels of mortality and morbidity caused by malaria, the proven effectiveness of DDT in significantly reducing malaria transmission, the relatively low cost of DDT interventions, and the lack of any sustainable alternative in many endemic countries. They argue that the negative environmental and other effects associated with DDT use in the past reflect the massive uptake and bioaccumulation arising from the high amounts used as general agricultural pesticide. The amount of DDT used for disease vector control is negligible compared with that used in agriculture. The advocates also argue that when strictly used indoors, as recommended by WHO, DDT poses very little if any environmental threat.”
Traduciamo. “I sostenitori dell’uso continuo del DDT come insetticida per il propagatore della malattia (una zanzara ndr) basano i loro argomenti su diversi fattori: l’inaccettabilità degli alti livelli di mortalità e morbilità causati dalla malaria, l’efficacia accertata del DDT nel ridurre in maniera significativa la trasmissione della malaria, il costo relativamente basso degli interventi con DDT, e l’assenza di qualsiasi alternativa accettabile in molti paesi endemici. Essi (i sostenitori del DDT ndr) sostengono che gli effetti negativi per l’ambiente associati al DDT e gli altri associabili al suo uso sono dovuti all’uso massiccio che se ne è fatto in agricoltura come pesticida. La quantità di DDT usata per combattere il vettore della malattia è trascurabile se comparato con quello usato in agricoltura. I sostenitori sostengono che, se usato strettamente all’interno degli edifici, come raccomandato dal WHO, il DDT rappresenta una piccola minaccia, se pur lo è, per l’ambiente.”
Ma fu soltanto nel 2006, dietro crescenti pressioni dei paesi poveri e di una parte degli scienziati, quella meno ideologizzata, il WHO reintrodusse formalmente, fra le sue strategie, la possibilità di utilizzare il DDT come “vector disease control”. Da allora, purtroppo, solo 8 dei 108 paesi colpiti dalla malaria ha ricominciato ad usarlo (report WHO 2009). Ma solo ed esclusivamente per quello che va sotto il nome di IRS (internal residual spraying), cioè il trattamento dell’interno delle abitazioni. Ed in quantità limitate, visto la difficoltà di procurarlo.
(7 – continua)


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