Tolstoj: genio sì, ma mascalzone al quadrato

Esattamente cento anni fa, il 7 novembre del 1910, moriva uno dei più grandi geni della letteratura universale, Lev Nikolaevic Tolstoj (Jasnaja Poljana, 28 agosto 1828 – Astapovo, 7 novembre 1910). Si tratta di  un gigante. Così grandi e conosciuti sono il suo genio e le sue opere che non serve scriverne in questa sede. Del resto c’è in rete una bella biografia artistica e letteraria scritta per l’occasione dall’Ansa che chiunque può consultare.

Noi  parliamo, invece, del Tolstoj uomo, che – spiace deludere i suoi numerosi fans sparsi in tutto il mondo, e contraddire le tante rievocazioni che al pari di quella dell’Ansa non vi fanno o faranno cenno – era un farabutto. Non ci credete? Seguitemi.

Aveva due vizi tipici del debosciato: il gioco d’azzardo e le donne. Perdeva cifre enormi e spesso era costretto, per pagare i debitori, a vendere ettari ed ettari delle sue sterminate proprietà terriere. Una volta, giunti i 5000 rubli frutto di una di queste vendite, invece che pagare i debiti li puntò al gioco e li perdette. Ma non se ne preoccupò più di tanto. Non aveva alcun rimorso a lasciare a bocca asciutta chi gli aveva prestato generosamente i soldi per giocare.

Con le donne non aveva alcuna misura. Zigane, contadine, puttane, per lui non facevano differenza. Confessava di non poter fare a meno del sesso quotidiano. Si curò un numero incredibile di gonorree e le trasmise a centinaia di donne. Ma il suo terreno di caccia preferito era la sua campagna. Lì sceglieva il fior fiore delle contadine. Da una di queste, la bellissima Aksinja, ebbe un figlio, che fu chiamato Timofei. Inutile dire che non lo riconobbe né mai se ne interessò. Per queste sue mascalzonate ogni tanto Tolstoj provava dei sensi di colpa. Ma venivano quasi subito messe a tacere dalla sua convinzione che la colpa – in ultima analisi – era della donna. Così l’autore di Anna Karenina, che pure cerca di penetrare come mai nessuno prima di lui la psiche femminile, si rivelava un misogino maschilista – oggi aggiungeremmo sciovinista – della peggior specie. “La donna – scrisse alla veneranda età di 70 anni – è in generale sciocca, ma quando lavora per il diavolo questi le presta la sua intelligenza. Così fa miracoli d’ingegno, di perspicacia, di costanza, per commettere delle porcherie”.

Aveva di sé un altissimo concetto. Si stimava addirittura “il fratello maggiore di Dio”. E forse era l’unica persona al mondo cui voleva bene. Anzi adorava. Non Dio, sia chiaro, ma suo fratello maggiore. A un certo punto si sposò, inguaiando una gran brava donna, Sonja Behers. Che gli diede ben 12 figli in 22 anni. Come abbia resistito per tanto tempo accanto ad un marito così mostruosamente egocentrico rimane un mistero. L’ultimo grande dolore alla moglie, Tolstoj lo diede negli ultimi anni della sua vita. Diventato una specie di guru o santone nella sua tenuta di Jasnaja Poljana, si prese come segretario un losco figuro, tale Certkov, che lo adulava e lo faceva adulare dai seguaci, e la cui influenza era tale che per parlare col marito Sonja doveva chiedere a lui il permesso. Ciò provocò delle liti furibonde che sfociarono nella fuga di Tolstoj da casa e nella sua celebre tragica morte nella stazione di Astapovo.

Sia chiaro. Tutto questo nulla toglie al genio dell’artista. Tolstoj era e rimane un grandissimo genio della letteratura. Ma è giusto che la si smetta, almeno a cento anni dalla sua morte, a parlarne come di un santo. No, non era una santo. Era un mascalzone al quadrato. Come quasi tutti i geni, del resto.