La breccia di Pisapia

Dunque, dovevano essere centomila, ne sono arrivati trentamila di meno, ma i primaristi milanesi non si sono smentiti: chic, in fila ed educati come solo gli ambrosiani sanno fare nelle grandi occasioni, sono andati a portare il voto al simpatico vendoliano avvocato Pisapia, con cui, di fatto, riconsegnano Milano alla Moratti. Guido Rossi, l’architetto Gregotti, Profumo con la moglie, la ginecologa Kustermann e Chiara Berie d’Argentine per non parlare di Dario Fo e Franca Rame, insomma la meglio anzianità si è data appuntamento in centro per una matinée domenicale piovosa e noiosa, mentre giorni prima, una signora in San Babila distribuiva i volantini che teneva dentro una preziosissima Birkin di Hermés…

Rimane un problema di fondo: con tutta l’ammirazione e la stima per l’avvocato Pisapia, dov’è il ragionamento politico in tutto ciò? Con quale visione Pisapia riuscirà a conquistare quei milanesi di destra ormai stanchi della fuffa berlusconiana ma inderogabilmente allergici all’orecchino di Vendola? Con quali promesse riuscirà a strappare la città sempre più nelle mani degli affaristi, delle cliniche private, dei veleni nascosti nelle fondamenta dei palazzi periferici? La media borghesia è sparita, Montenapoleone è invasa da Ferrari rombanti guidate da ragazzi tatuati o da bodyguard russe. I poveri sono chiusi in casa, impauriti, incantati dalle sirene della Lega. Compito arduo quello di riempire il vuoto che la sinistra ha creato negli ultimi vent’anni abbandonando il tanto citato popolo al suo destino, anche per un uomo del destino come Pisapia.