Reality Bologna
“Ebbene sì: Teorema, la società di servizi fiscali convenzionata con il Caaf della Cgil Emilia-Romagna, ha pensato bene di uscire con lo slogan «Non fidarti degli sconosciuti».
Per mostrare attenzione verso le donne, suppongo (vedi l’immagine), ma in realtà sfruttando – e confermando, e rinforzando – la paura degli «sconosciuti». Che sotto sotto c’è in tutti, donne e uomini. Di destra e sinistra. Di qui alla paura dell’altro, dello straniero, del diverso, il passo è più che breve, è lo stesso identico passo: quello della Lega. Ma la Cgil non era di sinistra?”
Se Giovanna Cosenza, allieva di Umberto Eco e docente di semiotica all’Università di Bologna, fosse stata leghista probabilmente avrebbe tuonato contro il Caaf della Cgil che tappezza Bologna di messaggi subliminali pro-Pd. Nella città di Dozza e Fanti le elezioni sono alle porte e gli sconosciuti, gli stranieri, sono i barbari leghisti più che i migranti nordafricani. L’eventualità che la bandiera di Alberto da Giussano possa sventolare a Palazzo d’Accursio, dopo il ballottaggio che gli ultimi sondaggi danno per probabile per quanto difficile, non è più così remota. Di qui, forse, lo stato confusionale della sinistra e l’analisi un po’ fantasy della professoressa Cosenza sulla campagna delle Lance Libere.
A Bologna la Lega, al 3% fino a due anni fa, candida Manes Bernardini, avvocato di trentotto anni sostenuto da un Pdl mugugnante, bella presenza e “leghista dal volto umano”, secondo il sin troppo lusinghiero ritratto che ne fa Michele Brambilla su La Stampa. I sondaggi lo accreditano tra il 24 e il 33 per cento ed è l’unico ad essersi presentato, il 21 aprile, alla festa per la Liberazione della città (forse per far dimenticare di aver dichiarato che era avvenuta a “ottobre del 1945”). Non c’era Aldrovandi, il terzopolista sostenuto dall’unico ex sindaco di centrodestra Giorgio Guazzaloca e accreditato dell’8-9 per cento dei consensi né Bugani, il grillino che rischia di andare in doppia cifra e alla domanda “chi era Dossetti?” ha risposto mesto “non lo so”, né Merola.
“Atos Solieri contesta: «Uno scivolone può passare, due mica tanto, ora siamo alle comiche! Se uno si dimentica questi appuntamenti qui, a sem a post!»”. Virginio Merola, fresco trionfatore delle primarie del centrosinistra con venti punti di scarto sulla candidata di Sinistra e Libertà, è impegnato in una sorta di guerra alla comunicazione contemporanea. Il claim della sua campagna “Se vi va tutto bene, io non vado bene” è diventato un tormentone-scioglilingua cittadino e le sue spettacolari gaffes (“spero che il Bologna torni in serie A”) hanno già fatto storia, entrando di diritto nella narrativa da bar di cui Bologna, alla faccia di chi le vuole male, è ancora capitale morale. Per i sondaggi è in bilico. Tra il 45 e il 51 per cento significa rischio ballottaggio e l’incubo del ’99, diserzione elettorale della sinistra e vittoria dei cattivi, si profila nuovamente all’orizzonte.
Bologna, reduce da un anno e mezzo di commissariamento (record italiano) a causa delle repentine dimissioni di Delbono dopo le accuse di Cinzia Cracchi (ora capolista di una lista civica), non è solo “la città dei rancori”, come l’ha ritratta la puntata di Report dell’illustre cittadina Milena Gabanelli, ma nel dibattito pubblico prevale quell’aria da reality un po’ sfigato che la trasmissione ha catturato impietosamente nelle interviste sempre più sconsolate (da parte del giornalista visibilmente provato) agli aspiranti primo cittadino e agli esponenti della claustrofobica classe dirigente locale. Quando a Maurizio Cevenini, record man di matrimoni celebrati, quasi-candidato sindaco e capolista del Pd alle elezioni, è stato chiesto con qualche imbarazzo (“non sono riuscito a trovarli da nessuna parte”) che programmi avesse, lui ha risposto con un sorriso disarmante, da tronista in castigo, “eh lo so, è un mio difetto”.
Il teatrino di paese non riesce a nascondere la realtà di una città ferma, incapace di prendere decisioni, con 49 filobus su gomma Civis figli di nessuno costati oltre 150 milioni di euro (per ora) e parcheggiati al Caab, la stazione in eterno cantiere e deliranti progetti alla Blade Runner (people mover e altri dadaismi ingegneristici) sulla rampa di lancio. Una metropolitana in una città da 400.000 abitanti, per dire, fa un po’ ridere eppure se ne parla da due lustri, anche se non c’è verso di decidere. Invece la chiusura del centro storico alle auto, votata dal 70% dei bolognesi nel referendum del 1985, non è mai stata fatta. Forse basterebbe partire da quello che c’è, una città medioevale colma di tesori architettonici, dove si mangia bene e si sa vivere, valorizzarlo, e magari cominciare a dirlo un po’ in giro.
http://orione.ilcannocchiale.it


La storia dei civis è degna di Caserta, o Catanzaro. E Cevenini è davvero raccapricciante…
Non conosco Bologna. Praticamente nemmeno da turista.
Ma forse la citta’ e’ sfiancata da 66 anni di dittatura.
Due lustri? Ero piccolo e non lo ero due lustri fa. Si mangia bene…si sa vivere…? Il brutto della vecchiaia è che si comincia a parlare al passato
@Esule.
Dittatura perché governata da quasi sempre (almeno fino a Guazzaloca)per la maggior parte del tempo dalla sinistra…
In effetti applicando il ragionamento su scala nazionale…
Ma lo sai che potresti aver ragione?
[...] Per approfondire consulta articolo originale: Reality Bologna [...]
Bologna la grassa.
Che bel posto ,che ristoranti,che gente simpatica.
L’unica citta’ dove i comunisti non mangiavano i bambini.
Certo i tempi sono cambiati e quando politicamente parlando le sicurezze crollano i tempi diventano bui e turbolenti.
io richiamerei Cofferati oppure mi farei prestare il sindaco di Genova che pare lo si possa prendere con poco.
Già, i comunisti non mangiavano i bambini.
Gente come Zangheri ed Imbeni ti facevan perfino pensare che i comunisti non esistessero affatto.
Sapevano parlare con le attività produttive, coinvolgere il ceto medio, perchè la sua crescita, miracolo, faceva crescere anche la classe operaia.
Chiudevano un occhio sul caro-affitto per gli studenti, ma lasciavano vivere.
Quella Bologna non c’è più, ne sopravvivono alcune nicchie, in compenso la città non riesce più a produrre una classe dirigente appena decente, non riesce più a sviluppare, ha certi quartieri che non hanno nulla da invidiare alle peggiori banlieu parigine.
Anche i manager Cooperativi, che rivendicano con orgoglio la loro “diversità”, sono uguali sputati la “razza padrona” nazionale.
Aspettando il placet al saccheggio della Cassa Depositi e Prestiti, la Granarolo ha ricevuto una sonora lezione sull’ABC del capitalismo dalla Lactalis Francese: se vuoi un’azienda, fuori i capitali, non aspettare di prenderla con i soldi dello Stato.
Amo Bologna, da sempre; anche la Bologna di oggi, così diversa da quella dei miei anni verdi.
Spero si svegli, trovi la forza di voltare pagina e di ricominciare.
Se Merola (e chi è? il nipote di quello delle sceneggiate napoletane? boh!) non vince al primo turno, rischia forte.
Potrebbe essere un bene per il futuro di questa città.
il modello “Bologna” da tutti conosciuto e apprezzato è alla frutta. Pensare che il politico più amato sia l’unico che non ha uno straccio di idea e lo confessa candidamente è sconcertante. A Bologna sono presenti tutti i problemi delle zone a partito unico: la sinistra è diventata solo un comitato d’affari, la città è piegata ai voleri della Coop. La Coop non vuole i parcheggi vicini al centro perchè la gente al sabato potrebbe andare in centro invece che all’iper? ovvio, non si fanno parcheggi!!! Io sono avvocato, quando vado in Tribunale parcheggio alla ex-Staveco, praticamente un campo nomadi, con costruzioni cadenti (si, non fatiscenti, proprio cadenti, cadono muri e soffitti), buche che con una normale sw da famiglia quasi non si passa, eppure è a poche centinaia di metri dal centro, è il luogo più ideale per un progetto di riqualificazione, ma non si può, eh no, lo Coop non può farci l’iper quindi niente riqualificazione e niente parcheggi. Io sono anche socio Coop, fino a poco tempo fa ero straorgoglioso della Coop e di ciò che significava, adesso francamente me ne vergogno un pò, credo che con la Coop a Bologna la città sia destinata allo sfacelo più totale.
Ma tanto i bolognesi non si lagnano, a prescindere dal colore politico, tanti poverini gli altri se proprio sentono la necessità di farci pipì davanti alla porta di casa si vede che ce l’hanno proprio forte, se ti tirano una bottiglia di birra vuota in testa evidentemente te la sei cercata, e così via. E la città sta diventando una pattumiera. Io sono spesso a Milano, sembra un altro mondo, la “fetida” Milano al confronto è un gioiellino di pulizia, a Bologna dovunque ti volti trovi murales (che poi si dovrebbero chiamare col loro nome e cioè scritte idiote, i murales sono altro).
Comunque, personalmente ho perso ogni speranza per la mia città, la sinistra è alla frutta e partorisce personaggi ridicoli (Merola e il Cev su tutti, gli altri sono anche peggio), il centro destra non esiste (lo so che non dovrei dirlo, lo so che anch’io ho la tessera PD, ma chi si schiera con l’opposizione a Bologna non lavora più, ai tempi di Dozza questo non succedeva). L’unica cosa che rimane a Bologna è il business, e cioè principalmente Coop (le costruzioni lavorano principalmente fuori): cosa potrà mai volere la Coop di buono per una città? assolutamente nulla, infatti, vuole solo che andiamo tutti come bravi soldatini all’iper fuori porta a spendere come ebeti. Beh, la Coop sarà anche di sinistra, ma se proprio devo andare al supermercato (cosa che non capita quasi mai, si può fare volendo) magari la prossima volta vado all’Esselunga… che non sarà il massimo della vita ma non fa il tifo per chi vuole distruggere la mia città in modo da costringermi ad andare nei suoi iper…